Il dilemma di Mattarella

Missione compiuta: il “rosatellum” ha ottenuto lo scopo, consegnandoci un parlamento ingovernabile, senza maggioranze autosufficienti. Ma il crollo del PD e di Forza Italia ha complicato i piani dei suoi ideatori, e allontanato l’obiettivo delle larghe intese che doveva avere come perno proprio l’accordo tra i due grandi sconfitti. Nei prossimi giorni le carte le daranno i Cinque Stelle, forti dello straordinario successo ottenuto,  e la Lega, che ha vinto la sfida all’interno della coalizione di destra. Entrambi accampano diritti, ma dovranno anche convincere il presidente della repubblica Mattarella, che si appresta ad avviare le  consultazioni trovandosi davanti a un dilemma inedito nella nostra prassi istituzionale: da una parte c’è l’unico partito che ha abbondantemente superato la soglia del 30%, distaccando con ampio margine tutti gli altri, dall’altra la coalizione che ha ottenuto più parlamentari, ma è composta  da partiti che presi singolarmente sono ben lontani dal 20%. E tutti e due avranno bisogno di un aiuto esterno non soltanto per governare, ma anche per affrontare la prima scadenza della nuova legislatura, l’elezione dei presidenti di camera e senato.

Tutto è dunque possibile: un accordo tra i due contendenti, un governo “di scopo” benedetto dall’autorità di Mattarella con alcuni obiettivi ben definiti in un arco di tempo limitato, perfino la deprecata compravendita di deputati e senatori sperimentata in passato, ma resa difficile dalle dimensioni che dovrebbe avere l’operazione.

Non bisogna dimenticare però che sul  piatto ci sono anche i voti del PD, che l’ineffabile Matteo Renzi ha ancora una volta condotto a una epocale sconfitta. Ed è a quel partito ferito che in queste ore si sta guardando con particolare attenzione. Dietro alle curiose dimissioni “postdatate” del segretario, infatti, non c’è soltanto l’ego smisurato di Renzi, ma anche  il violento scontro tra chi vorrebbe ritirarsi sull’ Aventino – hanno vinto, adesso governino, se ne sono capaci – e chi guarda con attenzione alle concilianti dichiarazioni di Luigi Di Maio, che si è dichiarato disposto a discutere con “tutti” dei programmi e delle cose da fare nella legislatura. Un discorso interpretato da alcuni come una apertura a quella parte del PD che ha subito con angoscia le dissennate scelte del suo segretario, ed è consapevole che molti dei voti Cinque Stelle sono arrivati da elettori delusi dalla sinistra. In fondo, un tentativo di accordo tra i Cinque Stelle e la sinistra, sia pure dall’esito infelice, ci fu qualche anno fa. Bersani ne sa qualcosa.

Battista Gardoncini