Una decisione difficile

La legge elettorale è una schifezza, ma non è il frutto del caso. PD, Forza Italia e Lega l’hanno voluta per impedire che dalle urne esca una maggioranza stabile, e per lasciare alle forze politiche le mani libere per le successive trattative,  dove la volontà popolare conterà meno del due di picche. Funzionali al disegno sono anche le farraginose norme che attribuiscono alle segreterie di partito poteri assoluti nella  compilazione delle liste e quindi nella scelta degli eletti. Nel futuro parlamento non serviranno teste pensanti, ma docili esecutori di decisioni prese altrove.

Al momento l’ipotesi più probabile è che si arrivi a un governo di larghe intese, inviso agli elettori di tutti gli schieramenti, ma utilissimo per portare avanti le politiche neo-liberiste che tanto piacciono alla finanza internazionale.  Il tutto, naturalmente, condito con la insopportabile retorica del superiore interesse del Paese.

Come sempre la destra è stata la più veloce ad adeguarsi mettendo  insieme una coalizione che ha accantonato i contrasti sul programma e ha stipulato una tregua armata con l’obiettivo dichiarato di accaparrarsi il maggior numero possibile di seggi. Che bastino per arrivare alla maggioranza è tutto da vedere, ma i numeri saranno in ogni caso tali da consentire a Berlusconi, Salvini e Meloni di sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di forza. Poco importa se insieme o separatamente.

Più in difficoltà Il PD, che deve fare i conti con i sondaggi in picchiata e con la crescente insofferenza del suo elettorato agli appelli per il voto utile. Le dissennate politiche di Renzi, primo soltanto nella poco lusinghiera classifica dei politici più odiati d’Italia, hanno impedito ogni alleanza a sinistra. Ma il controllo del segretario sull’apparato, almeno a  giudicare dalla incredibile candidatura offerta a Pier Ferdinando Casini e dagli accordi stretti all’ultimo minuto con la lista di Emma Bonino, resta saldo. I conti, dentro e fuori il partito, si faranno alla fine, quando e se verrà il momento di trattare. Un nome  spendibile, capace di far rientrare il PD nel gioco delle larghe intese, potrebbe essere quello del premier uscente Gentiloni.

Ecco allora che il voto utile, se per voto utile si intende un voto che impedisca le larghe intese, si riduce a due possibilità. La prima è il voto ai Cinque Stelle, che le vedono come il fumo degli occhi perché pensano, non a torto, che  che il sistema elettorale sia stato pensato con l’unico scopo di metterli nell’angolo. Facciamocene una ragione. Nonostante gli evidenti limiti personali del candidato premier Di Maio e i problemi avuti in alcune  amministrazioni locali, i pentastellati diventeranno il primo partito del Paese. Non avranno però una maggioranza parlamentare, e per avvicinarsi alle stanze del potere dovranno cercare accordi con altre forze politiche, che al momento appaiono  difficili, un po’ perché incompatibili con le scelte strategiche del movimento e molto per l’indisponibilità altrui.

Anche l’altra forza presumibilmente presente  nel nuovo parlamento,  Liberi e Uguali,  ha deciso di correre sola, strizzando l’occhio ai milioni di elettori di sinistra profondamente delusi da Renzi. Sulla carta parrebbe un buon programma, capace di raccogliere un vasto consenso. In pratica, però, non si è tenuto conto del fatto che la disaffezione di molti di quegli elettori viene da lontano, perché dipende da scelte fatte quando Renzi ancora faceva il boy scout nelle campagne toscane, e da politiche di vertice mai pienamente condivise da una base che ha visto ridursi nel corso degli anni diritti, garanzie sociali e stipendi.

Per un elettore con un minimo di storia alle spalle il voto a Liberi e Uguali è un po’ una scommessa: deve fidarsi della volontà del nuovo partito di correggere davvero gli errori del passato, e della sua capacità di resistere al richiamo della foresta della governabilità e delle relative poltrone. Quanto agli elettori giovani,  è lecito  qualche dubbio sul fatto che possano trovare attraenti  alcuni dei nomi al vertice del nuovo partito, a cominciare da quello del settantatreenne candidato presidente Piero Grasso.

Mai come questa volta sarà difficile decidere.

Battista Gardoncini