Il piatto è servito

E’ terribile svegliarsi la mattina con la consapevolezza che tra meno di due mesi un vecchio puttaniere condannato in via definitiva per frode fiscale tornerà all’antico vizietto di modificare le leggi che lo stanno inguaiando – i suoi processi, nonostante prescrizioni e depenalizzazioni assortite, non sono ancora finiti – e soprattutto tornerà a prendere decisioni importanti per il futuro nostro e dei nostri figli

Ed è ancora più terribile sapere che probabilmente non lo farà da solo, ma nel quadro di accordi di governo con altre forze politiche che sulla carta dovrebbero avversarlo, ma si metteranno d’accordo con lui “nel superiore interesse del paese”,  come sempre si dice quando si vogliono dare nobili giustificazioni agli ignobili tentativi di salvare le poltrone e i privilegi. Il principale indiziato, in questo caso, è il PD di Renzi, reduce da una serie di batoste elettorali e mediatiche che secondo tutti i sondaggi lo hanno fatto crollare ben al di sotto della soglia del 25%. E’ quello che accade quando un partito al governo tradisce le aspettative del suo elettorato. Renzi, però, preferisce prendersela con tutti quelli che non l’avrebbero capito: gli ingrati che non hanno apprezzato lo sforzo di modernizzazione del paese portato avanti con l’aiuto di statisti del calibro di Maria Elena Boschi e Luca Lotti, i traditori che hanno votato no al referendum costituzionale, i voltagabbana che hanno deciso di farsi un partito nuovo, invece di continuare a prendere i pesci in faccia in quello vecchio.

In politica nulla accade per caso. L’approvazione di una legge elettorale fatta con i piedi come il Rosatellum, con il suo demenziale mix di proporzionale e maggioritario, si giustifica soltanto nella prospettiva di un governo di larghe intese, di cui nessuno al momento parla perché risulterebbe indigesto alla maggioranza dell’opinione pubblica. In compenso, dopo il voto,  i parlamentari eletti lo manderanno giù senza problemi: non a caso il Rosatellum prevede che siano scelti uno per uno dalle segreterie di partito. Il vincolo di mandato di cui tanto si discute in questi giorni esiste già nei fatti: si chiama fedeltà al segretario che ha il potere di distribuire agli amici i collegi sicuri e di stabilire l’ordine dei candidati nel listini.

Molto probabilmente dalle urne di marzo non uscirà una maggioranza chiara: i cinque stelle saranno il primo partito, ma la coalizione di centro destra, tutta insieme,  avrà più voti. Non tanti da  superare la soglia del 40%, ma abbastanza da poter cantare vittoria. A quel punto si apriranno le trattative per la formazione di un nuovo governo, ed  è fin troppo facile immaginare che saranno coinvolti gli stessi partiti che a ottobre  avevano trovato l’accordo sul Rosatellum. Per chi se li fosse dimenticati, il  PD, Forza Italia e la Lega, più qualche frattaglia. Quanto al premier,  è abbastanza chiaro che l’incarico non andrà ai candidati di bandiera che in questi giorni fanno finta di litigare in TV. Berlusconi, abituato a parlare a ruota libera, ha già fatto sapere che l’attuale presidente del consiglio Gentiloni andrebbe benissimo anche per la prossima legislatura.

Il piatto sembra dunque servito. Resta da vedere che cosa possono fare quelli che lo trovano disgustoso. Ma questa è un’altra storia.

Battista Gardoncini