Milano flop, ci prova Torino

Un fatto è certo fin da ora: il numero di visitatori supererà quello degli scrittori ospiti. Meno sicuro è invece che il numero dei lettori possa superare quello degli scrittori. Nonsense, certo, semplici provocazioni con facili giochi di parole. Eppure, ci aiutano a capire quella cosa elementare che è la funzione di una fiera del libro, il Salone di Torino compreso. In Italia, più o meno sotto le mentite spoglie di iniziative culturali variamente denominate, se ne contano a decine, in ogni contrada. Eppure, la vendita di libri è pericolosamente in bilico tra qualche misero più zero virgola, e preoccupanti quanto vistosi e drammatici segni meno.

Ed è qui, allora, che dovrebbe entrare in campo il ruolo del “saloni”. In attesa di scoprirlo, ecco intanto la trentesima edizione del Salone torinese. 

Dalle preoccupazioni di fine estate scorsa, strada facendo a Torino si è passati al successo a prescindere. Grazie anche al clamoroso fallimento del salone di Milano, che ha racimolato una miseria di visitatori, intorno ai 70 mila, un po’ più della metà dell’ultima edizione della manifestazione torinese. Chissà cosa non ha funzionato, con i capitali e gli sponsor munifici che gli hanno dato sostegno. Certo è che, non essendo un salone del mobile, tenere un’iniziativa dedicata al libro nei padiglioni di Rho, a distanza considerevole dal cuore di Milano, è già condannarla all’insuccesso. Forse sarebbe stato molto diverso se si fosse tenuta, per dire, in piazza del Duomo… E forse sarà anche una questione di date, nel bel mezzo di aprile, con le scuole appena riaperte dopo la pausa di Pasqua. Scuole, peraltro, caricate di un peso fuori misura, visitare musei, perché i numeri dei biglietti sono pur sempre importanti, andare alle fiere di libri, partecipare a manifestazioni culturali delle specie più disparate….

Milano, dunque, per ora è affondata e Torino, pur senza dirlo, può goderne.

Il direttore del Salone, lo scrittore Nicola Lagioia, finora oscuro premio Strega, con i suoi ben 14 consulenti ha preparato un programma-monstre. Al Lingotto, dal 18 al 22 maggio, con 1.060 case editrici, un numero davvero imponente, ci saranno centinaia di scrittori-ospiti. Proprio così, a centinaia. Nessuno per ora si è curato di contarli. Tutti, a parte le star, peraltro note solo ai “lettori forti” disseminate, qua e là nel programma, a chiedere e a dividersi un po’ di attenzione dai visitatori che certo non mancheranno. Perché al Salone del Libro, è noto, con il frequentatore consapevole e lettore, c’è anche un pubblico del tutto disinteressato al libro. Da leggere. Da comprare. Da discutere. Si va, e basta, magari saltando l’aperitivo, in giro tra corridoi e stand, un po’ come degli zombi. La lettura, poi, può anche essere secondaria. 

Mille a passa editori, tanti. Ne mancano solo 3 o 4… I più importanti, Mondadori-Rizzoli, GeMS, che insieme fanno un abbondante sessanta per cento dell’editoria italiana. E poi, scrittori come se piovesse. Elefantiasi bulimica. Altro che i festival di cinema, dove tutto sommato i film da vedere di rigore sono 4 o al massimo 5 al giorno. Al Salone del Libro siamo al più ce n’è, meglio è. E poi, attori. E personaggi televisivi che fanno credere di fare satira ma non fanno male a nessuno. E cantanti. E già, perché dopo che il Salone chiude, alle 20, a Torino si resta tutti in giro, anche fino alle 6 del mattino, tra piazze, locali, fabbriche dove prima si lavorava e ora si fa cultura, ad ascoltare musica, ma non Verdi, Schubert, Puccini e Mahler, no, per carità, ma complessi e cantanti alla moda, magari anche “impegnati nel sociale”, o nella cultura, che è lo stesso. E ad ascoltare letture, reading, si dice: non Leopardi, Montale, o Ungaretti,  per carità, ma testi concilianti e riconciliati, che non inducono brutti sogni, 

E gli scrittori ospiti, a quanto pare, tutti corretti, politicamente s’intente: gli americani che raccontano l’America profonda contro Trump, i russi contro Putin, gli europei contro “questa Europa” ma non troppo, i sudamericani contro i narcos e gli aspiranti dittatori, gli italiani contro tutti, si fa per dire, e, ancora, gli scrittori contro il cambiamento climatico, e quelli per la biodiversità che solo loro possono permettersi, e quelli per il “mangiare lento”, perché tanto loro non hanno mai avuto appena 35 minuti per la pausa mensa, e le scrittrici donne per le donne, e così via.

Non una voce dissonante, comunque non sottolineata dal direttore Lagioia nella presentazione. Che so, non un revisionista, non un populista, non un anticonformista, non uno che venga a raccontare come stanno davvero le cose, per esempio, in medio Oriente, o quanto c’è di continuità, per esempio, tra Trump e Obama. Tutto calma piatta. Come il manifesto del Salone, con un libro che si ferma semi-aperto, come impigliato, su un muro percorso da un filo spinato e lo slogan “Oltre il confine”. Come se i confini, i muri, le barriere, il filo spinato, non fossero mai esistiti, e guarda un po’, ce ne accorgiamo solo ora.

Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, ce n’è uno che può essere rivelatore: un incontro, tra gli altri mille, con Luciana Littizzetto, non poteva mancare, che parla del suo libro “La bella addormentata in quel posto”. La cartella stampa del salone lo annuncia con malcelato compiacimento, “promettono poi il tutto esaurito incontri come quello che vedrà Luciana Littizzetto parlare [del suo libro] insieme a Maria De Filippi…”.

Ecco, in fondo, il Salone del Libro potrebbe anche essere tutto qui.

Nino Battaglia