Dubbi vecchi e nuovi sui gas di Assad

Le inchieste di Seymour Hersh, decano dei giornalisti investigativi americani e premio Pulitzer per  i servizi sulla strage di My Lai commessa nel 1968 in Vietnam dai marine, sono una boccata d’aria fresca in un panorama informativo dominato dal  conformismo e dall’incompetenza, dove il giornalismo cede sempre più spesso il passo alla propaganda.

La vicenda  dei gas che Assad avrebbe usato nei giorni scorsi a Iblil contro la popolazione civile uccidendo 70 persone tra cui molti bambini è da questo punto di vista emblematica. Giornali e televisioni occidentali, prendendo per buone le notizie diffuse da un sedicente osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Coventry e di cui sono noti i legami con i servizi segreti,  si sono affrettati a attribuire alla aviazione governativa tutte le colpe, preparando di fatto il terreno al successivo bombardamento di una base siriana ordinato da Trump. Pochissimo spazio hanno avuto le smentite di Assad e del suo alleato Putin, che non hanno negato una azione aerea contro i ribelli attivi nella zona, ma hanno sostenuto che il gas era conservato nei loro arsenali danneggiati dalle bombe, e che le vittime civili sarebbero state un danno collaterale non voluto.  Una versione dei fatti quantomeno plausibile, perché il numero delle vittime, se l’attacco con i gas fosse stato davvero pianificato, sarebbe stato assai più alto. E soprattutto perché è  difficile immaginare i motivi che potrebbero avere indotto un Assad sul punto di vincere la guerra a usare i gas mettendosi contro l’opinione pubblica mondiale e esponendosi a ritorsioni che sono puntualmente arrivate. Di lui si possono dire molte cose, ma non che sia stupido.

È stato cercando notizie su questo episodio che  mi sono imbattuto in una splendida inchiesta di Seymour Hersh su un altro controverso episodio di uso di gas nel conflitto siriano, quello che il 21 agosto del 2013 provocò parecchie centinaia di morti – le cifre variano a seconda delle fonti tra i 1500 e i 600 – ai confini di Damasco. Anche in quella occasione Assad venne accusato di aver gasato il suo popolo. Ma la verità raccontata nel 2014 da Hersh, e mai smentita, era ben diversa.

Secondo Hersh, che basava il suo racconto su un certo numero di fonti confidenziali interne alle amministrazioni americane e inglesi, a usare i gas furono i ribelli di Al Nusra. Le accuse a Assad avevano lo scopo di giustificare l’intervento diretto degli americani nel conflitto, come voleva il presidente turco Erdogan, grande nemico di Assad. E proprio Erdogan, con la complicità di una parte dell’amministrazione statunitense,  avrebbe aiutato i ribelli a produrre il gas. La macchinazione venne alla luce grazie alla collaborazione tra i servizi segreti occidentali e quelli russi, che fornirono prove convincenti sulla provenienza dei gas. A quel punto il presidente Obama, che aveva già programmato una ritorsione militare nei confronti del governo siriano, dovette trovare il modo di fare marcia indietro senza perdere la faccia. E ebbe l’idea di chiedere al congresso degli Stati Uniti un voto sull’azione, prendendo tempo. Contemporaneamente, insieme ai russi, fece pressioni su Assad per convincerlo a rinunciare alla armi chimiche. Una mediazione che prevedeva anche la presenza in Siria di ispettori dell’Opac, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, per verificare lo smantellamento degli arsenali. Dell’intervento militare non si parlò più.

Come è ovvio, nessuno, nemmeno Seymour Hersh, può dire di avere la verità in tasca sulla complessa partita dei conflitti in Medio Oriente. Ma la sua inchiesta  del 2014 resta un modello per chiunque creda nel buon giornalismo e nella sua capacità di controllare la stupidità e gli abusi del potere. Riletta oggi, dovrebbe quantomeno instillare qualche dubbio sulle troppe verità di comodo che circolano sul conflitto siriano. E non soltanto su quello.

Battista Gardoncini