Vita da sherpa

(redaz.). Probabilmente, fra un paio di mesi, sarebbe stata la sua ventiduesima volta. Chissà. Ma ha saputo dire basta in tempo: Apa Sherpa andrà in pensione dopo aver trascorso gli ultimi anni della vita lavorativa in una manifattura negli Usa. Al momento, Apa (in realtà Lhakpa Tenzing Sherpa), classe 1960 (la sua età esatta non la conosce nemmeno lui), del villaggio di Thame, nel distretto nepalese del Solukhumbu, è stato sulla vetta dell’Everest ben 21 volte. Un record assoluto, mai avvicinato da nessuno.

Orfano di padre all’età di 12 anni, giovanissimo Apa  si è dovuto accollare la responsabilità del mantenimento di una famiglia (madre, due sorelle e tre fratellini). Poca scuola, perciò, e subito a lavorare. A 25 anni faceva il cuoco e il portatore al seguito delle spedizioni alpinistiche. La sua prima volta, in cima all’Everest, risale al 10 maggio del 1990, con un gruppo di scalatori neozelandesi capeggiati da Peter Hillary, il figlio del celebre Edmund. Della sua formidabile fibra, se ne sono accorti subito tutti; la sua “macchina” umana era (è ) una fuoriserie, più che un fuoristrada. E così il ragazzo di Thame è sfrecciato senza problemi verso la vetta più alta del globo a ripetizione, un anno dopo l’altro, a volte persino due volte in una stagione (è accaduto nel 1992). La sua ultima scalata sull’Everest è terminata l’11 maggio del 2011. Negli ultimi anni, Apa “Supersherpa”, come lo chiamano a Kathmandu, dov’è considerato una celebrità, ha lavorato molto per gli ecologisti: nel 2010, in occasione della sua ventesima ascensione dell’Everest, ha portato in vetta la bandiera della Convenzione delle Alpi, oltre a contribuire alla rimozione di rifiuti e immondizia ad alta quota e a diffondere una cultura ambientale dell’alpinismo nel mondo delle grandi altezze. Sposato dal 1988 con una ragazza, Apa vive da qualche anno a Draper, nello stato americano dello Utha.

Domanda: vi sembra tutto normale? Che Apa sia uno sherpa abituato a respirare l’aria sottile, è un dato di fatto (anche se l’aria a cui ormai si è abituato nello Utha è un’altra cosa…); che abbia un fisico d’eccezione, è altrettanto assodato. Però, insomma, viene pure da chiedersi: ma oggi che si deve fare, per poter campare in maniera dignitosa? E la domanda, ovviamente, è rivolta anche agli alpinisti.

D’accordo, gli sherpa sono un’eccezione, e oggi il popolo sherpa è ben diverso da quello degli anni ’50 (la considerazione vale soprattutto i gruppi che vivono nelle valli attraversate da alpinisti e trekker, meno per le zone marginali rispetto al flusso turistico). E sappiamo bene che un certo numero di sherpa ha assunto le caratteristiche di un’aristocrazia nei confronti degli altri montanari del Nepal. (Apa, tra al’altro, ha devoluto parte dei suoi guadagni per la costruzione di scuole e ospedali nel suo Paese). Ma un conto è prosperare con il business o con il commercio, e un altro galoppare a più di cinquant’anni su e giù per le pendici dell’Everest! Ma se ancora ala cosa non vi stupisce, tenete conto che, nella “zona della morte”, nessuno, per quanto beneficiato dalla natura, se la passa proprio alla grande. Pensiamoci, qualche volta. Perché se quello è un lavoro da uomini…

 

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