Valutare il rischio

rischiare0214di Filippo Zolezzi – Ogni anno si ripresenta il problema delle valanghe, specie in stagioni come l’attuale che sta creando accumuli di neve in gran quantità, in periodi temporali molto limitati. Gli incidenti sono sempre più numerosi e il numero di vite umane spezzate appare inaccettabile.

Il problema riaccende, ovviamente, le polemiche tra i proibizionisti, che vedono come unico mezzo valido per evitare guai la proibizione del fuori pista, dello scialpinismo, di tutto quello che non può essere controllato e regolamentato, e si ergono a paladini del liberismo più sfrenato – vietato vietare si diceva qualche decennio fa

Proibire o non proibire? Andare o non andare? Oggi sembra che il buon senso dei nostri vecchi sia stato stracciato definitivamente, preferendo affidarsi a macchinette elettroniche, a rilevatori satellitari, a previsioni dall’apparente millimetrica precisione, all’Arva, che a volte viene descritto come un salvavita infallibile, oppure quell’ultimo ritrovato della moda che è l’airbag (ma è un po’ come moltiplicare le strutture di sicurezza delle auto che devono resistere agli urti a sempre maggiore velocità, dimenticandosi che basterebbe usare un po’ di prudenza e il risultato sarebbe ancora migliore e certamente più a buon prezzo…).

Chi afferma perentoriamente il proprio diritto all’autodeterminazione e al rischio, rifiutando ogni limitazione, dimentica o ignora gli enormi costi sociali che gli incidenti, spesso dovuti a imprudenza o a carente valutazione del rischio possono comportare, riversano sulla società che vede impegnati soccorritori e mezzi tutti i giorni, per la ricerca dei dispersi, il soccorso dei feriti e il recupero delle vittime, costi che sottraggono risorse ad altri bisogni sociali più importanti e non derivanti da pratiche ludiche.

Diciamo subito con franchezza: di questo libro se ne vorrebbe molto volentieri fare a meno, anzi augurarsi che ciò che tratta non fosse nemmeno da prendere in considerazione, ma purtroppo non è così, perché la gestione del rischio nelle attività di montagna è necessaria e obbligatoria.

Su questo argomento appare utilissimo e illuminante il libro di Filippo Gamba Libertà di rischiare, edizioni Versante  Sud, che è dedicato appunto alla valutazione del rischio e va ben oltre il concetto di sicurezza, analizza. Valuta, cerca di proporre soluzioni e comunque riduce le conseguenze degli incidenti, nel caso che questi si verifichino.
L’’opera non è di piacevole lettura, come un libro di Bonatti, di Diemberger o di Martinelli; anzi, per molti aspetti è persino fastidiosa, perché obbliga ad affrontare argomenti che si preferirebbe ignorare, o rimuovere dalla nostra testa. D’altra parte pensare ai rischi e alle conseguenze derivanti ci fa sentire un pò delle cassandre o degli uccelli del malaugurio…In ogni caso l’autore propone un manuale pienamente razionale e pratico, magari non affascinante ma di scuro in grado di salvare la vita in molte occasioni, e questo vale molto di più di un’amena lettura.
Libertà di rischiare dovrebbe stare nella libreria di ogni persona che abbia una qualche responsabilità con gruppi che praticano attività a rischio: scuole di alpinismo, accompagnatori di trekking, istruttori, guide, maestri di sci, padri di famiglia. O semplicemente di chiunque vuole godere in pieno delle proprie attività, anche rischiose, senza che esse siano ad ogni istante una minaccia incombente. Se così sarà, ne guadagneranno tante vite e si potrà risparmiare inchiostro e tempo nelle cronache di eventi dolorosi.

 

3 Commenti

  1. “….e comunque riduce le conseguenze degli incidenti, nel caso che questi si verifichino.”

    premesso che non ho letto il libro,
    “potrebbe ridurre le conseguenze degli incidenti, nel caso che questi si verificassero”

    Un manuale che “di sicuro è in grado di salvare la vita in molte occasioni” andrebbe imparato a memoria e portato nello zaino al posto dell’airbag……..più di una bibbia per le attività su neve!
    Magari fosse così semplice, non staremo a parlarne (ed è sempre meglio farlo) e a piangere ogni qualvolta succede una disgrazia, provocata o naturale che sia.
    Ovviamente senza nulla togliere al lavoro di Filippo Gamba.

  2. Cara Anna,
    la mia risposta non può non partire dalla sua osservazione: “premesso che non ho letto il libro”…
    Come si fa ad esprimere un giudizio, positivo o negativo senza conoscere la cosa oggetto del giudizio?

    Premesso questo, è ovvio che la semplice lettura del libro non costituisce una protezione assoluta dagli eventi indesiderati, ma la messa in pratica di ciò che viene spiegato può far evitare, o comunque diminuire le conseguenze di tali eventi…

    Faccio un esempio: leggo il codice della strada: conosco le regole, ma solo se le osservo ridurrò considerevolmente i rischi di incidenti, ho detto riduco i rischi, non li elimino, minor percentuale di rischio = minori incidenti = maggiore sicurezza.

    Lo scopo dell’autore penso sia questo: ridurre i rischi e perciò anche le conseguenze indesiderate e se il libro servirà a salvare anche una sola vita, ebbene ne valeva la pena di scriverlo…, o no?

  3. Gentile Anna,
    sono l’autore del libro, e la ringrazio per il suo commento (come ringrazio il prof. Zolezzi per la sua risposta).
    Da parte mia, posso solo dire che la gestione del rischio in outdoor è una nuova disciplina e, come tale, rivela il suo interesse e la sua utilità solo dopo averla studiata un po’.

    Quanto della teoria della gestione del rischio si voglia o si possa applicare nella pratica dipende da molti fattori, soggettivi e oggettivi. Il libro è neutrale su questo, non si obbliga nessuno a seguire certi metodi o adottare comportamenti. Negli sport d’avventura ognuno sceglie quello che si confà ai propri interessi e alle proprie necessità, o almeno dovrebbe essere così.

    In ambito industriale, dove l’attività NON è ludica, la gestione del rischio sta diventando una teoria e pratica irrinunciabile per qualsiasi operatore, come naturale evoluzione della sicurezza. Il settore che per primo ha adottatto la gestione del rischio in modo sistematico è l’aviazione civile, e bisogna riconoscere che i risultati in termini di riduzione della frequenza e della gravità degli incidenti è stata straordinaria a partire dagli anni ’90.

    Negli sport d’avventura la gestione del rischio non ha l’obiettivo di ridurre i rischi (come la sicurezza), ma di ottimizzare il rapporto rischio/beneficio. Pertanto, grazie al controllo dei rischi, sarà possibile persino aumentarne il livello (anzichè ridurlo!), e ciò è di grande interesse per lo sportivo in cerca di prestazioni oppure, per fare un esempio, per la guida alpina che volesse offrire al proprio cliente maggiori emozioni .
    Questo è un aspetto che pochi hanno intuito ma che, nel tempo, si potrà rivelare decisivo per la diffusione della moderna gestione del rischio.

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