Invernale sul Pizzo Pioda

Notizie & commenti. E va bene. Ma cosa c’è di meglio che ritornare a leggere, di tanto in tanto, un bel récit d’ascension, come si faceva negli anni precedenti all’invasione del Web? L’occasione arriva da una bella “prima” invernale, portata a termine da due note guide ossolane, Fabrizio Manoni e Paolo Stoppini, lungo la via L’urlo della Pioana, sullo spigolo ovest del Pizzo Pioda in Valle Antigorio, l’8 e 9 gennaio scorsi. Le fotografie pubblicate sono di Fabrizio Manoni.

di Fabrizio Manoni – Il Pizzo Pioda (2676 m) è una montagna nota agli alpinisti locali. Sul versante della Valle Antigorio presenta infatti un versante ripido con una parete triangolare di gneiss grigio. In alto a destra è delimitata da uno spigolo verticale che imprime alla massiccia struttura uno slancio dolomitico. L’accesso dal fondovalle è eterno, 1500 metri di dislivello, per la maggior parte costituito da tracce nel bosco e canalacci che bisogna risalire per placconate umide e boschi di ontanelli e rododendri.

Con i ramponi sulle placche ghiacciate (foto F. Manoni).
Con i ramponi sulle placche ghiacciate.

Dall’immediato dopoguerra fino agli anni ’70 i protagonisti dell’alpinismo in questa porzione di Alpi si sono dedicati all’esplorazione delle principali pareti di roccia delle valli dell’Ossola, tra Alpi Pennine e Lepontine. Il Pizzo Bianco, i Fillar, la Jazzi nel gruppo del Monte Rosa; la Rossa, il Crampiolo e i salti del Cornera nella conca di Devero. Alla fine degli anni ’70 Alberto Paleari e Mauro Rossi, con la salita della bellissima e repulsiva “Pala”, danno avvio all’esplorazione delle gole di Gondo. Ma alcune pareti sono sfuggite all’esplorazione di quegli anni. Le principali sono la “Parete nascosta” nelle gole di Gondo, la Est del Pizzo delle Piodelle a Veglia, la Nord Est del Fizzi a Devero e la  Sud del Clogstafel a Formazza. Si tratta però di pareti spesso poco visibili dal fondovalle se non da alcune angolazioni. Il Pizzo Pioda invece no; con la sua evidenza troneggia sopra l’abitato di Premia. Stupisce quindi che la sua storia alpinistica inizi solo nel 1980, quando una cordata composta dai giovani ossolani Claudio Manoni, Graziano Masciaga e Pierluigi Capellaguzzi sale lo spigolo sud ovest.

Del Pizzo Pioda e della possibilità di aprire una via nuova si parlò molto negli anni seguenti. Ma alla fine i progetti naufragarono nel fare i conti con le molte ore di cammino necessarie per raggiungerne la base. Bisognerà aspettare altri vent’anni prima che quel versante venga percorso da altri alpinisti. Maurizio Pellizzon, Loris Mader e chi scrive, nell’estate del 2000 aprirono un bell’itinerario di arrampicata seguendo un crestina rocciosa che si raccorda con lo spigolo terminale già salito nel 1980 e dove tracciarono una variante diretta totalmente in arrampicata libera. La via venne chiamata L’urlo della poiana. Poi di nuovo l’oblio. Forse un paio di ripetizioni in altri 12 anni.

Nell’ambiente alpinistico però il Pizzo Pioda ha continuato a destare interesse, un misto di attrazione e di repulsione. Molti si informavano, ma poi nessuno ci andava. Si diceva che un’invernale

Fabrizio Manoni nell’ultimo tratto della via
Fabrizio Manoni nell’ultimo tratto della via
Manoni al bivacco.
Manoni al bivacco.

sul Pizzo Pioda sarebbe stata una cosa “tosta”, sia perché totalmente in ombra e quindi gelida, sia perché le placche della prima metà della via tendono a corazzarsi di neve e ghiaccio. E poi in inverno raggiungere la base della parete sarebbe stato ancora più complicato, poiché l’intero versante non è percorribile con gli sci in quanto troppo ripido e articolato.

Un pomeriggio dei primi giorni del 2013 con l’amico Paolo Stoppini mi ritrovo a Premia a binocolare. I canali di accesso sono colmi di neve e cascate di ghiaccio, e sono salibili solo con ramponi e piccozza. Non fa freddissimo e la meteo dà bello ancora per qualche giorno. Partiamo.

La sera dell’8 gennaio io e Stoppi ci troviamo alla base della parete. Abbiamo lottato per oltre cinque ore per arrivarci cercando le tracce di sentiero nel bosco e poi risalendo i canali a tratti ghiacciati, e in altri sprofondando con tutta la gamba. Bivacchiamo nel gelido crepaccio che si è formato tra la neve e la roccia. Passiamo la notte nel dormiveglia. Un po’ dormo, poi mi sveglio perché il freddo mi pervade. Ho messo le calze e i guanti bagnati a contatto del corpo per farli asciugare. Ho infilato nel sacco da bivacco anche gli scarponi fradici e le scarpette d’arrampicata, per evitare che ghiaccino e diventino inutilizzabili in parete. Stoppi ha fatto lo stesso. In alto sulla cresta il vento alza sbuffi di neve che scendono fino al nostro bivacco sotto forma di cristalli. Li sentiamo cadere sulla faccia. Il cielo è pieno di stelle. 1500 metri sotto di noi i paesi della Valle Antigorio sono illuminati. Immagino i caminetti accesi. Rimaniamo 14 ore coricati sul ghiaccio. All’arrivo del giorno ci alziamo in piedi. È dura saltar fuori dal sacco e affrontare quel mondo gelido. Ancor più dura è mettere le calze che non sono affatto asciugate e fanno fatica a scorrere sulla pelle.

Colazione fugace e poi iniziamo a salire sulle due corde fisse messe il giorno prima. Sopra il primo difficile risalto roccioso, la neve ricopre le placche che nella bella stagione sono di IV e V grado. Stoppi sale da primo di cordata con i ramponi ai piedi che stridono sulla roccia sottostante. Terreno infido e scalata aleatoria. In diversi punti toglie i ramponi per indossare le scarpette da arrampicata, per poi tornare agli scarponi ramponati. Il cielo è velato. In basso la valle è avvolta in un mare di nubi. Ho i piedi gelidi. Mentre faccio sicura a Stoppi saltello sulle punte. Ne conto mentalmente cento per gamba. Riposo un po’ e poi riparto con altri cento. Ogni volta che posso ripeto la serie di saltelli. A circa metà la parete si raddrizza. Tocca a me andare da primo di cordata. La roccia è fredda e ci spacca le mani. Cerco di procedere il più rapidamente possibile senza perdere il senso estetico della scalata. Raggiungiamo lo spigolo. Qui fa meno freddo. Un sole ammalato ha intiepidito la roccia. Ultimi metri di arrampicata lungo fessure e placche verticali che sfiorano il 7a. Alle 14.15 siamo in vetta.

Le mani al termine della scalata.
Le mani al termine della scalata.

Qualche foto e poi buttiamo giù le corde. Ora la nostra meta è il fondovalle, nascosto nella nebbia, quasi 2000 metri più in basso. Dobbiamo ripercorrere l’itinerario di salita. Corde doppie, smontaggio del bivacco alla base della parete, discesa del ripido canale, la ricerca del sentiero nel bosco. Mille preoccupazioni si insinuano nelle nostre menti. Qualche ora più tardi nel buio totale una flebile luce sale verso di noi. È il Paria. Ci è venuto incontro con due thermos uno di the e uno di rodiola rosea, oltre ai biscotti di sua mamma. Solo in quel momento, commossi da questo gesto di amicizia, siamo sicuri che la nostra ennesima avventura si è conclusa.

 

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