Siamo in un pasticcio

Il G7 che si è appena concluso ha raggiunto un accordo di massima sulla necessità di attuare politiche che mantengano il riscaldamento globale del pianeta  al di sotto della soglia dei due gradi. Un tema di importanza cruciale, troppo spesso colpevolmente trascurato. In attesa che alle dichiarazioni di intenti dei grandi del mondo seguano fatti concreti, riprendiamo dal  sito www.climalteranti.it una interessante riflessione su un articolo di David Roberts, originariamente comparso in inglese su Vox Media.  Gli autori sono Gabriele Messori, Daniele Bocchiola, Laura Tagliabue e Stefano Caserini.

La premessa dell’articolo di Roberts è che vi è una forte discrepanza fra quello che è teoricamente possibile per limitare il riscaldamento globale e quello che è realisticamente possibile. Nel caso del cambiamento climatico, la teoria dice che, applicando rapidamente, continuativamente e massicciamente tutte le tecnologie disponibili per ridurre le emissioni di gas climalteranti, abbiamo ancora buone possibilità di rimanere sotto i 2 °C di riscaldamento. Nel concreto, ci sono molte inerzie, sia di tipo politico – la difficoltà di convincere tutti gli stati del mondo ad effettuare uno sforzo congiunto e l’umanità intera a cambiare radicalmente le proprie abitudini quotidiane – sia tecnico – legate all’inerzia del ricambio tecnologico.

La conseguenza, nelle parole di David Roberts è che “a meno di miracoli, l’umanità è in un terribile pasticcio”.
Effettivamente, gli sforzi compiuti fino ad oggi per ridurre le emissioni inquinanti sono chiaramente insufficienti. Il grafico emissionsa fianco mostra le diverse proiezioni climatiche proposte dall’IPCC. La linea rossa corrisponde allo status quo, ovvero uno scenario che non prevede alcuna politica di sostanziale riduzione dei gas di serra. Le altre linee colorate dall’alto verso il basso mostrano scenari corrispondenti a politiche ambientali via via più stringenti. La linea nera, che combacia quasi perfettamente con quella rossa, corrisponde alle emissioni misurate fino ad oggi.
Stiamo seguendo la traiettoria rossa, e per seguire quella blu ci vorrebbe uno sforzo enorme, significherebbe sostenere per decenni un livello di coordinamento e mobilitazione globali mai raggiunto in passato. Non vi è alcuna evidenza che ciò stia accadendo, né alcuna ragione per pensare che questo possa accadere a breve. Già nel 2012 la banca mondiale aveva avvertito che senza cambiamenti di rotta, entro la fine del secolo rischieremo “ondate di calore estreme, declino delle derrate alimentari globali, perdita di ecosistemi e biodiversità, ed un aumento del livello dei mari rischioso per la vita”. Rileggendo queste parole a tre anni di distanza, è difficile non pensare alla recente ondata di calore che sta causando gravissime perdite umane ed economiche in India.

Nella parte centrale del post Roberts procede quindi ad una disamina del perché nessuno vuole parlare di questa scomoda verità. L’articolo riprende a grandi linee un commento su Nature di Oliver Geden, un ricercatore del German Institute for International and Security Affairs.

Geden afferma che i politici vogliono sentire buone notizie, e che gli scienziati, in parte per paura di essere altrimenti esclusi dal dibattito, gliele forniscono. Questo non implica alcuna disonestà o falsificazione dei dati, ma piuttosto una serie di assunzioni che, se pur realistiche dal punto di vista scientifico, non lo sono necessariamente dal punto di vista socio-politico ed economico.
Il motivo, secondo Geden, è che i politici vogliono sentirsi dire che è ancora possibile limitare l’aumento della temperatura a meno di +2°C. E vogliono sentirsi dire che possono raggiungere questo obiettivo senza dover proporre tagli rilevanti delle emissioni nel breve termine, diciamo per la durata del loro mandato

Secondo Geden, gli scienziati si sentono quindi spinti a dover fornire buone notizie, perché altrimenti saranno additati come allarmisti, catastrofisti o disturbatori, e verranno ignorati ed esclusi dal dibattito. Di conseguenza, gli scienziati costruiscono modelli che dimostrano come sia ancora possibile raggiungere l’obiettivo dei 2°C, dando sempre lo stesso messaggio: “Stiamo esaurendo il tempo a disposizione; abbiamo solo 5 o 10 anni per cambiare le cose, ma ce la possiamo ancora fare con uno sforzo congiunto.”
Questo è stato il messaggio nel 1990, nel 2000, nel 2010. Non è chiaro come sia possibile avere sempre ancora 10 anni. La risposta, dice Geden, sta nelle assunzioni irrealistiche che gli scienziati utilizzano nei loro modelli.

Un classico esempio sono le tecnologie di sequestro del carbonio. Quasi tutti gli scenari modellistici che limitano il riscaldamento a 2 °C prevedono che in futuro l’umanità raggiungerà emissioni negative, ovvero che direttamente o indirettamente estrarrà dall’atmosfera più carbonio di quanto non ne emetta. Le tecnologie di sequestro del carbonio esistono già, ma si tratta principalmente di casi isolati, e queste tecniche non sono mai state implementate su scala nazionale o internazionale.

Questo, tuttavia, non implica necessariamente che non sia possibile implementare per lo meno tecnologie ad emissioni bassissime o neutre. La Cina, il primo paese al mondo per emissioni, si è impegnata a sviluppare 800-1000 gigawatt di energie rinnovabili entro il 2030. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza, questo corrisponde quasi al fabbisogno elettrico dell’India. Azioni come queste permettono di abbandonare la traiettoria della linea rossa, ma siamo comunque d’accordo con Roberts che, ad oggi, è stato fatto poco per ridurre le nostre emissioni, e che rimanere sotto i 2 °C a fine secolo sarà molto difficile. Va aggiunto che il limite dei 2 °C è stato formulato principalmente al fine di avere un chiaro obbiettivo politico, ma non vi è alcuna base scientifica per affermare che con +1.9 °C non ci saranno danni mentre con +2.1 °C avverranno catastrofi irreparabili. L’obiettivo dell’umanità dovrebbe essere limitare il riscaldamento globale al minimo possibile. Il messaggio di Roberts sembra invece essere: o 2 °C o niente.

La domanda che si pone Roberts alla fine del suo articolo, riguarda le responsabilità sulla questione. Chi è che dovrebbe ammettere per primo che i 2 °C stanno diventando rapidamente un obiettivo poco realistico? Sono gli scienziati?
Niklas Höhne, direttore del New Climate Insitute, ha offerto unarisposta ragionevole: “L’IPCC non ha mai sostenuto alcun obiettivo, ne ha mai commentato sulla fattibilità degli scenari, né tantomeno lo hanno fatto le Nazioni Unite. Nessuna delle relazioni riporta un giudizio sulla fattibilità. Lo lasciano ai responsabili politici”. Questo è assolutamente vero, in quanto i modelli di valutazione integrata che producono gli scenari climatici si limitano a mostrare quali risultati derivano da un particolare insieme di input, senza alcuna valutazione sociale, economica o politica degli input. Teoricamente i politici dovrebbero sapere tutto questo, ma è chiaro che nel dibattito politico la realisticità o meno dei presupposti dei modelli è spesso involontariamente o volutamente ignorata.
Il punto secondo Roberts non è se gli scenari “2°C” violino le leggi della fisica, ma se siano ragionevoli dato ciò che sappiamo circa gli esseri umani, in quanto molte cose sono fisicamente possibili, ma richiedono però ipotesi “eroiche” sui comportamenti umani, quali politiche di mitigazione aggressive a fronte di potenti interessi acquisiti, armonizzate in tutto il mondo e sostenute per decenni, e anche molte gigatonnellate di emissioni negative.

La sostanza alla fine è piuttosto chiara ed è espressa in modo molto efficace da Roberts: “la nostra attuale traiettoria, in assenza di nuove sostanziali politiche climatiche, ci porterà fino a 4°C e forse di più entro fine secolo. Questo sarà, sulla base di una chiara lettura delle prove disponibili, catastrofico. Siamo diretti verso il disastro – lentamente, sì, ma inesorabilmente.

Anche se molti esperti del clima stanno ora sostenendo che 2°C è un obiettivo insufficiente, che rappresenta già danni inaccettabili, ci troviamo ad affrontare una situazione in cui anche una limitazione della temperatura a 3°C richiede cambiamenti politici e tecnologici eroici.

Eppure… il mondo non appare prossimo alla fine; non c’è una grande minaccia visibile. Il cambiamento climatico si muove così lentamente che il suo ritmo è evidente principalmente attraverso grafici e statistiche. E raramente supera il rumore di fondo”.

Roberts conclude quindi che “la gente vuole sentirsi dire che c’è speranza di restare entro i 2 °C. I politici vogliono dire che c’è speranza di restare entro i 2°C. Su richiesta, i modellisti sono ancora in grado di produrre scenari che mostrano i 2°C. E nessuno vuole essere quello che rovina la festa.”

Tuttavia l’articolo di Roberts sembra poco informato sugli ultimi sviluppi del caso. Molto recentemente (Maggio 2015) 70 scienziati del clima hanno contribuito ad rapporto delle nazioni unite, fornendo 10 messaggi cruciali ai policy makers. Uno di questi è che: “limitare il riscaldamento globale a 2 °C necessita un cambiamento radicale dello status quo, e modifiche più limitate del trend attuale saranno insufficenti ”. Un’altro è che “Il mondo non è sulla giusta traiettoria per raggiungere gli attuali obiettivi di lungo termine. Le politiche di mitigazione necessarie sono già note, e devono essere implementate rapidamente”.
Questi messaggi sono chiari ed inequivocabili. Mentre in passato esisteva senz’altro il finto ottimismo stigmatizzato da Roberts e da Geden, gli ultimi rapporti scientifici sono chiarissimi sui presupposti necessari per limitare il cambiamento climatico a 2 °C.
Roberts ha ragione a dire che “Si è a disagio in qualsiasi ambiente sociale ad essere quello che insiste sul fatto che, no, le cose non vanno bene, che ci stiamo dirigendo verso il disastro”, ma di fronte ad un disastro in fieri queste riserve sono state superate.

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