Settant’anni fa, la Carta di Chivasso

di Maria Rosa Fabbrini – Il 9 novembre si è svolto a Torre Pellice, organizzato dalla Società di Studi Valdesi, il convegno Il crocevia della Dichiarazione di Chivasso: il contesto storico e i suoi protagonisti (1943-2013). A settant’anni dalla firma del documento – avvenuta il 19 dicembre 1943 – l’incontro ha proposto una nuova riflessione sul contesto storico, politico e culturale nel quale maturarono i protagonisti che parteciparono alla redazione del documento. Quattro valdesi (Osvaldo Coisson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, Mario CARTAdiCHIVASSOt_bcb0a3771dAlberto Rollier) e quattro valdostani (Lino Binel, Federico Chabod, Émile Chanoux, Ernesto Page) si fecero portavoce dell’oppressione politica, della rovina economica, della distruzione della cultura locale perpetrata dal fascismo nei confronti di tutte le popolazioni alpine rivendicando, con il loro sforzo propositivo, un’Italia nuova e diversa dal passato, capace di dare alle valli autonomia, dignità politica e civile. Le valli abbandonate dallo Stato avrebbero dovuto rappresentare l’anticorpo della centralizzazione romana, diventando il pilastro fondante di uno Stato che si auspicava federale a base regionale e cantonale.

La Dichiarazione di Chivasso (nota come Carta di Chivasso) non era un’utopia idealista, bensì la sintesi di convinzioni profonde, maturate dai protagonisti negli anni della lotta al fascismo e culminate nell’adesione alla Resistenza. Tutti erano militanti o simpatizzanti del Partito d’azione. La forza innovatrice dell’idea federalista non aveva nulla a che vedere con la degenerazione populistica degli anni recenti ma – forte di una prospettiva europea – rappresentava il

Federico Chabod, uno ei firmatari della Carta di Chivasso
Federico Chabod, uno ei firmatari della Carta di Chivasso

terreno di incontro per una statualità matura e consapevole. Utile alla soluzione del problema delle piccole nazionalità, la Dichiarazione rappresentava anche una difesa dal rischio di rinascite irredentiste. In questi protagonisti il Convegno ha voluto cogliere gli intrecci tra temi religiosi, culturali e politici, sottolineando le differenze tra l’apporto di idee valdese e quello valdostano. La Società di Studi Valdesi curerà la pubblicazione degli atti.

 

DICHIARAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DLLE POPOLAZIONI ALPINE

Noi popolazioni delle vallate alpine, constatando che i venti anni di malgoverno livellatore ed accentratore fascista sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di “Roma Doma” hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

a) Oppressione politica attraverso l’opera dei suoi agenti politici ed amministrativi (militi, commissari, prefetti, federali, insegnanti) piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti distruttori;

b) Rovina economica per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali ed agricoli, per l’interdizione della emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l’effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per l’incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi; condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;

c) Distruzione della cultura locale per la soppressione della lingua fondamentale locale, laddove esiste, la brutale e goffa trasformazione del nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini dell’emigrazione temporanea all’estero;

affermando

a) che la libertà di lingua come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

b) che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura;

c) che un regime federale repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul paese;

fedeli allo spirito migliore del Risorgimento dichiariamo quanto segue:

a) AUTONOMIE POLITICHE AMMINISTRATIVE

1. – Nel quadro generale del prossimo stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici, alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale;

2. – Come tali ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali;

3. – L’esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali (compresa quella giudiziaria) comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali.

b) AUTONOMIE CULTURALI E SCOLASTICHE

Per la loro posizione geografica di intermediarie tra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica consistente nel:

1. – Diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana, in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale;

2. – Diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie nei concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento.

L’insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo o alla direzione di un consiglio locale;

3. – Ripristino immediato di tutti i nomi locali.

c) AUTONOMIE ECONOMICHE

Per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, sono necessari:

1. – Un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nel cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte del loro utili tomi alle vallate alpine, e ciò indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate;

2. – Un sistema di equa riduzione dei tributi, variabile da zona a zona, a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura, foreste o pastorizia;

3. – Una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:

a) l’unificazione per il buon rendimento dell’azienda, mediante scambi e compensi di terreni e una legislazione adeguata, della proprietà familiare agraria oggi troppo frammentaria;

b) l’assistenza tecnico-agricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi ad esempio delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali di cui alcune potranno avere carattere agrario;

c) il potenziamento da parte delle autorità locali della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo;

4. – Il potenziamento dell’industria e dell’artigianale, affidando all’amministrazione regionale cantonale, anche in caso di organizzazione collettivistica, il controllo e

l’amministrazione delle aziende aventi carattere locale;

5. – La dipendenza dall’amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico.

Questi principi, noi rappresentanti delle Valli Alpine, vogliamo vedere affermati da parte del nuovo stato italiano, cosi come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono e potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico straniero.

 

Chivasso, 19 dicembre 1943

 

firmata da: Osvaldo Coisson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, Mario Alberto Rollier, Émile Chanoux, Ernesto Page. (Binel era in carcere e Chabod mandò un suo documento)

 

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