Viaggio in Uganda

di Sara Gardoncini*.

Nell’Uganda occidentale, vicino al confine con gli immensi e ricchi territori della Repubblica Democratica del Congo, si trova una delle montagne più alte del mondo, il Rwenzori, scalato per la prima volta dal Duca degli Abruzzi a inizio Novecento. Poco visibile perché quasi sempre coperto da nebbie e da nuvole cariche di pioggia, raggiunge i 5000 metri d’altezza ed è, dopo il Kilimangiaro e il monte Kenya, la terza montagna africana per altitudine. Ha ghiacciai perenni che coprono le cime montuose, una fitta e quasi inaccessibile foresta di montagna che cresce nelle zone più basse, altre tre diverse aree climatiche e ambientali nelle altitudini intermedie. Per la vastissima varietà sia vegetale sia animale che la caratterizza questa zona è stata dichiarata dall’Unesco, nel 1994, patrimonio dell’umanità.

Sul versante ugandese del massiccio, più a valle rispetto alle cime innevate e alla foresta di montagna, giù oltre il confine del parco nazionale del Rwenzori vivono i Bakonzo, una popolazione bantu di coltivatori. L’acqua è la loro maggiore ricchezza: i fiumi che dal Rwenzori scendono a valle sono numerosissimi. Alimentati dai ghiacci e dalle frequenti piogge, hanno acque abbondanti e forti correnti.È proprio qui, vicino a un piccolo villaggio chiamato Bugoye, che un’azienda norvegese, la Tronder Energi, ha iniziato, in collaborazione con il governo ugandese, la costruzione di una centrale idroelettrica. La compagnia che esegue i lavori, e che venderà l’elettricità nel resto dell’Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo, è registrata in Uganda come TronderPower Ltd: appartiene per il 70% alla Tronder Energi e per il restante 30% alla Norfund, un’altra azienda norvegese, che si definisce “una compagnia statale di investimento, uno strumento della politica norvegese per lo sviluppo. La Norfund investe in affari redditizi, finanzia infrastrutture e trasferisce conoscenza e tecnologia. Contribuisce al progresso economico nei paesi poveri”.

I lavori per la costruzione della centrale sono iniziati nell’ autunno del 2007,e sono stati da poco completati. Il progetto era quello di deviare l’acqua del fiume Isya in un canale artificiale di cinque chilometri, che conduce l’acqua a un condotto di 160 metri, dalla cima di un crinale fa cadere l’acqua a grande velocità fino alle turbine della centrale producendo energia. La sua attuazione ha avuto un grosso impatto nella zona, e sta cambiando la vita delle persone. Sono molti, tra i Bakonzo, gli scettici e gli scontenti. Intervistando alcuni dei contadini che sono stati direttamente coinvolti dai lavori di costruzione, si sentono soprattutto commenti negativi, a cominciare da coloro che hanno dovuto vendere alla compagnia norvegese i terreni su cui è stato costruito il canale artificiale: “ci hanno tolto i campi comprando le terre a un prezzo troppo basso – spiega Idembe Yonasani, di 78 anni – per esempio una pianta di caffé produce caffé da vendere per dieci o venti anni, ma loro ci hanno pagato per ogni pianta solo 15.000 scellini (l’equivalente di 5 euro), e per una pianta di banane solo 6.000 scellini (2 euro). È troppo poco”.Il canale ha argini alti più di due metri, impossibili da attraversare a piedi se non usando quei pochi ponti pedonali che sono stati costruiti. Avere solo alcuni punti di passaggio, ci spiegano, significa allungare in modo considerevole il cammino di coloro che abitano al di là del fiume e scendono a valle ogni mattina per andare a prendere l’acqua, scalzi, sui ripidi sentieri di montagna, con le taniche sulla testa: “durante i lavori del canale – spiega Emmanuel Munaba, che vive nel villaggio di Kibirizi – le nostre abitazioni sono rimaste isolate. Una volta avevamo i nostri sentieri per arrivare alle case. Ora che il canale blocca il passaggio dobbiamo percorrere lunghe distanze per attraversarlo. E il nostro villaggio non ha più un accesso stradale, se una macchina volesse raggiungere Kibirisi non sarebbe possibile”. Altri si lamentano della condizione dell’unica strada, in terra battuta, che collega i villaggi della zona. La strada era stata rinnovata nell’estate 2007, poco prima che iniziassero i lavori. Oggi a causa del continuo passaggio di camion e mezzi pesanti, è piena di buche e di pietre.

Nonostante le lamentele e i disagi non si può dire però che la compagnia norvegese non abbia avuto attenzioni nei confronti della popolazione locale. Per contratto i lavoratori per la costruzione della centrale devono essere selezionati tra la popolazione locale che vive all’interno del distretto. La TronderPower ha dato lavoro a circa 500 persone prima disoccupate.Coloro che vivevano nelle zone in cui era previsto il passaggio del canale artificiale hanno dovuto abbandonare le loro case, è vero, ma hanno ricevuto in cambio, con grande soddisfazione, case nuove e moderne, più grandi e più belle delle precedenti. C’è stata inoltre la creazione di un comitato per la gestione delle relazioni tra gli abitanti della valle e la TronderPower. Sono stati eletti dalla popolazione due rappresentanti per ognuno dei dieci villaggi in cui si sono svolti i lavori perchè venisse loro riferito qualsiasi problema o questione causato dai lavori. Ogni mese il comitato incontra la TronderPower per riferire e cercare di risolvere i problemi.L’arrivo della modernità in una zona rurale e isolata come le montagne dei Bakonzo non è sicuramente semplice. A tanti fa paura, come tutto ciò che è nuovo e porta cambiamento. Non tutti, però, sono così negativi. C’è chi è contento perché dalla vendita dei terreni è riuscito a ricavare una somma considerevole di denaro, che gli ha cambiato, in meglio, la vita. Augustine, per esempio, un uomo sulla quarantina, ci spiega che con il ricavato della vendita ha comprato “un campo più grande di quello precedente, un’automobile, e due case”. C’è anche chi, al di là dei guadagni personali, ha una visione proiettata al futuro e giudica il cambiamento positivo per la comunità. John Bwambale, guardia forestale dell’UWA, Uganda Wildlife Authority, spiega che parallelamente alla costruzione della centrale si sta realizzando anche un altro progetto che prevede la fornitura di acqua pulita ai villaggi: incanalata nei tubi all’inizio del parco arriverà direttamente nei villaggi. “Le pompe per la distribuzione di acqua pulita” spiega “saranno lungo la strada, e questo sarà un grande cambiamento per la comunità, smetteremo di ammalarci perché beviamo acqua sporca. Perché oggi raccogliamo l’acqua direttamente dai fiumi, dove la gente lava i vestiti e fa il bagno”. Ciriako Toxton Ajiga, prete cattolico della valle, è convinto che “l’arrivo della centrale ha dato a molte persone di qui la possibilità di incontrare gente nuova e di migliorare le capacità tecniche e manuali: penso per esempio alle persone impiegate nei lavori di costruzione e nell’elettricità, lavorando hanno avuto l’opportunità di accrescere la loro conoscenze e di conoscere un mondo diverso”. Florence Ithungu Basaliza, insegnante in una scuola elementare, vede nella nuova centrale idroelettrica grandi opportunità di miglioramento della vita: “quando c’è l’elettricità c’è meno lavoro. Per esempio in passato la farina veniva fatta a mano, pestando la manioca: un lavoro noioso, faticoso, che le donne facevano dopo essere tornate dal lavoro nei campi. Quando c’è l’elettricità invece, è più semplice. Si mette la manioca dentro la macchina, e in un attimo esce la farina. L’unico aspetto negativo, è che bisogna pagare. Ma in fondo è più costoso  il lavoro manuale in termini di tempo e fatica, l’elettricità rende la vita più semplice”.

I dirigenti della TronderPower assicurano che molte scuole – nel distretto sono 170 quelle  elementari e 15 le secondarie – e strutture sanitarie della zona avranno a breve l’elettricità, e che anche i privati, pagando, potranno averla. “Non ho dimenticato – spiega Rune Malmo, amministratore delegato – il benessere che abbiamo ottenuto in Norvegia a partire dal 1920 grazie all’accesso all’elettricità. Di un tale sviluppo non dobbiamo privare i poveri dell’Africa”. Se veramente, come sembra, in futuro i Bakonzo avranno accesso all’elettricità, è probabile che molti di loro cambieranno opinione riguardo alla nuova centrale. Ma questo ce lo dirà solo il tempo.

Sara Gardoncini è una antropologa torinese, appassionata di montagna e di videofotografia. Questo articolo è il frutto di una sua lunga permanenza in Uganda nell’ambito della missione etnologica italiana nell’Africa Equatoriale.   Il video che lo accompagna è il trailer del documentario “Il regno dell’acqua”,  che è stato appena presentato al festival Cinemambiente di Torino.

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