Secoli di gallerie

Renato Scagliola, giornalista, scrittore, musicista, e soprattutto montanaro, ci ha mandato una sua riflessione sulla spinosissima questione della TAV, che sembra fatta apposta per dividere e far crollare anche le più solide amicizie. Si Tav e No Tav, molto semplicemente, non si ascoltano. Quelle che per gli uni sono lapalissiane verità, confortate da inconfutabili argomentazioni di carattere economico, sociologico e  scientifico, per gli altri sono pura propaganda. E viceversa. Consapevoli di questo, noi di Segnavia54 abbiamo finora evitato di affrontare l’argomento. Per Renato facciamo una eccezione. Perché ha il dono non comune della  leggerezza. Che non esclude la profondità, ma aiuta il confronto. Ecco il suo testo.

In valle si facevano da secoli delle gallerie, dei tunnel. Cominciò Colombano Romean, scalpellino-minatore  a metà del  1500 col suo famoso buco lungo  500 metri, che porta ancora oggi acqua dalla val Clarea al versante di Chiomonte arido. In quel periodo, forse loffio come oggi, i bravi valligiani che dovevano pagargli sette anni di lavoro con martello e scalpello, tutto da solo, alla fine decisero di risparmiare e lo avvelenarono.

Poi i Savoia fecero un buco più lungo nel 1870 al fondo della valle, con grandi strepiti di perforatrici e dinamite,  per far passare il treno e andare in Francia più in fretta, e intanto facevano la breccia di Porta Pia da un’altra parte, a Roma, rompendo i muri a cannonate. Fu un periodo esplosivo.

Più avanti la Repubblica fece un altro buco più largo e  più lungo, per far passare i camion che portavano l’acqua minerale italiana in Francia, mentre altri camion all’incontrario, portavano acqua minerale francese in Italia. Scambi culturali. Ma non bastava ancora, visto il gran traffico di tricicli, tamagnon e tombarelli nella valle, e montagnin con la cabassa piena di foglie secche di faggio e castagno per i gias, fecero uno stradone tutto nuovo, bellissimo, panoramico, fatto di un ponte e una galleria, un ponte e una galleria, un ponte e una galleria, tutto così.   Un po’ di buchi nella montagna, ma mica tanti. E così si diffusa questa febbre per l’underground, i buchi neri, che anche gli astronomi sono appassionati.

Cominciò tale Giubergia Severino, detto ginoion perché era sempre inginocchiato a raspare per terra. Col picco, la pala e una carriola cominciò a scavare vicino a casa sua al Maffiotto perché voleva andare a Lugano a comprarsi un orologio a cucù. Ma dopo mesi e mesi di fatiche , uscito appena fuori il confine con la sua carretta a mano, fu arrestato dai gendarmi per contrabbando di carriole. Poi venne  Meco dla Comba, che voleva evitare il traffico per andare al mercato di Lanzo a comprare le tome, e rosicchiò mezza montagna, ma perse l’orientamento al buio e finì nel profondo dei tetri misteri del Musinè e non fu più trovato, mai più. Altri volevano andare, sempre sottoterra, uno a Modane perché aveva una morosa panettiera che faceva delle baguettes speciali, l’altro voleva comprarsi il Camembert direttamente dai produttori, suo cognato Giuspin Ruinas voleva rifornirsi di Beaujolais da un conoscente a Lione. Insomma c’era una fregola da espatrio. Tutta la valle era piena di scavi e montagnole di terra e cunicoli come quelli delle marmotte, e delle volte due s’incontravano per sbaglio nei loro tunnel di tenebra, e si prendevano a picconate, e i recessi sotterranei della montagna nascondevano liti, violenze, omicidi …

Tanti valligiani però non ne potevano più di tutti sti lavori e baraonde e discariche e cominciarono a  litigare  e farsi dispetti, come bruciare il pollaio, rubare le castagne, avvelenare le trote nella Dora, insomma una guerra. Anche psicologica, con maldicenze, zizzanie, pettegolezzi, Ma non sei neanche capace di giocare a tarocchi, ma guardati te che tua moglie di fa le corna col postino…e te il tuo buco fattelo nel tuo orto, invece che nel mio prato… Finchè l’autorità decise di mettere ordine e fece ancora un traforo, un budello lungo lungo, mai visto,  e per salvarsi dalle spese, decise che almeno una volta la settimana tutti i pensionati dovevano andare a Lione volenti o nolenti, anche se a prezzi  di favore. Qualcuno chiedeva: Ma perché devo andare per forza a Lione, che non sono mai andato neanche a Savona? Perché è la legge, dicevano. Un altro, benestante, testone, s’impuntava: ma io ho due stanze a Borghetto e anche il box per la Panda e a Lione non ci vado neanche morto.   Niente da fare. Il treno era nuovissimo, lucidissimo, lunghissimo, e mentre correva faceva solo fsssss; la carrozza ristorante – tutta cristalli e velluti vietata ai pensionati – era lunga come da Bussoleno a Susa, e c’erano anche campi da tennis, spa, ,entraineuse, guaritori filippini, cartomanti, tutte le comodità.  Gli anziani viaggiavano invece su pianali scoperti anteguerra con solo delle panchette, così potevano guardare il panorama e prendere aria buona. Anche se ammalati e claudicanti scendevano alla Gare lionese e stavano in un angolo rannicchiati nella sala d’aspetto, rimpiangevano le loro minestrine e i semolini, e avevano paura che quella Gare volesse dire una competizione di corsa, e pensa mettersi a correre in Francia che non li capisci neanche a parlare e figurati correre con tutte quelle  Citroen e Simca Mille – ce n’erano ancora, erano quelle che si ribaltavano anche in retromarcia – che andavano come bolidi per i boulevards, affollati di francesi indaffarati e sconosciuti… Gli anziani – eroi e non vittime – morivano come mosche, ma il treno non si fermava, avanti e indietro, avanti e indietro, verso le meraviglie di Lione, verso un luminoso, infinito progresso…

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