Scuola di vita

di Carlo Crovella – In questa primavera, davvero “monsonica”, all’improvviso si aprono delle finestre di tempo perfetto, che durano una giornata al massimo. La voglia repressa di gite in sci esplode quasi senza controllo. Così capita di ritrovarsi di prima mattina al Pian della Regina (Valle Po), al cospetto di sua Maestà il Monviso. La Nord sembra proprio un pandoro appena spruzzato di zucchero a velo. Dopo un contenuto portage su sentiero, calziamo gli sci. Il calo di temperatura ha gelato la neve, la traccia dei giorni scorsi è un filo di rasoio appena uscita dal freezer. Faccio appena tempo a dire ai miei compagni di giornata: «Se non vi sentite a vostro agio, mettere pure i coltelli», che una mia lamina scivola improvvisamente sulla neve ghiacciata. Pianto il bastoncino per sorreggermi, ma sento subito un “cric” alla spalla. Per la fitta di dolore mollo la presa della mano e crollo a terra come un sacco di patate. Violento dolore alla spalla, che appare subito in posizione anomala. Lussazione, non c’è da essere un luminare dell’ortopedia per capirlo. Gita andata a pallino, ma occorre fronteggiare l’emergenza.

Il tempo è splendido, l’ora ancora mattutina, siamo saliti un’oretta al massimo. Piuttosto che scomodare l’elicottero, preferisco scendere a piedi, bisogna solo che mi tolga dal tratto innevato, che è ripidino e ghiacciato, poi c’è un sentiero, infine l’auto e la corsa al pronto soccorso.

tracceI miei compagni di gita si caricano sulle spalle anche il mio zaino e i miei sci, ma (così bardati) non riescono ad aiutarmi nella discesa. Per fortuna arrivano in quel momento tre scialpinsiti genovesi sconosciuti (nella concitazione del momento, mi son perfino dimenticato di chiedere il loro nome). Mollano immeditamente sci e zaino e, sorreggendomi sotto l’ascella sinistra, scendono con me, agevolandomi sensibilmente nella discesa del pendio ghiacciato.

Arrivati al sentiero, posso proseguire senza il loro aiuto e quindi tornano su. Avranno perso circa tre quarti d’ora, fra discesa con me e risalita. Poco, tanto?

Mentre proseguo nell’ulteriore discesa lungo il sentiero, mi interrogo. Erano evidentemente scialpinisti “della vecchia scuola”, e non hanno avuto remore a interrompere la loro salita per darmi una mano. Sarebbe capitato con chiunque?

Non so. In gite invernali molto frequentate e iperclassiche (un esempio su tutte: il Mont Flassin nel Vallone del Gran San Bernardo) sono sovente superato in salita dall’“orda” rampante dei nuovi scialpinisti, quelli che si allenano per le gare. Le tutine li chiamo io, perché inguainati in un abbigliamento esplicitamente agonistico, con annessa coerente attrezzatura (avranno dietro la pala?) e un ritmo indiavolato, cadenzato dal cronometro al polso. Si allenano, non stanno facendo una gita. Si allenano come facevo anch’io, nel mio piccolo, quando andavo a correre, molti anni fa, lungo le sponde del Po, al Valentino. Quando correvo, non ero interessato al paesaggio, agli alberi in fiore (in primavera) o alle foglie cadute (d’autunno). Ero interessato esclusivamente alla performance atletica. Un contrattempo avrebbe inquinato il risultato sportivo.

Come avrebbero reagito le “tutine” di fronte ad un infortunio come quella accaduto a me? Non si può rispondere e naturalmente non si può (e non si deve) generalizzare. Le reazioni avrebbero potuto rivelarsi le più differenti possibili. Ma questo apre altri scenari di riflessione.

La montagna è bella perché è un terreno per tutti i gusti e per tutte le aspirazioni. La si può vivere in mille modi differenti, tutti legittimi e rispettabili. Una volta si ragionava dicendo che la montagna era “fonte di valori” (la fatica, la rinuncia, la solidarietà…ecc.) e che, per i nuovi adetpi, era anche “scuola di vita”, perché li avvicinava a tali valori, spingendo gli individui a recepire i valori nella spicciola quoditianità di ciascuno.

È ancora così? E se non è più così, vuol dire che la montagna è “cambiata”?

No, la montagna non è cambiata, ma è cambiata la società che, negli utlmi decenni, ha registrato una progressiva e considerevole perdita dei valori. Sono quindi cambiati gli individui, alcuni dei quali, approcciando oggi la montagna, non ne riconoscono i valori cui si faceva riferimento un tempo. La montagna è più poliedrica, perché da un punto di vista sociologico si è ampliata la gamma di tipologie di suoi frequentatori. Però aumentando l’eterogenietà dei frequentatori, si è stemperata l’omogenietà del “frequentatore tipo”.

Ho continuato a ragionare su questo tema e intanto è arrivato il mio turno al pronto soccorso. Mentre mi riducono la lussazione, con l’ascella appoggiata a cavallo dello schienale di una sedia, mi sento domandare: «Ma… davvero lei è sceso senza utilizzare l’elicottero? Non lo sa che ormai non si fa più così?».

Guardo un po’ stranito l’interlocutore, forse sono condizionato dal dolore dell’operazione. E questo conclude: «Lo sa che se le procuravano delle complicazioni alla spalla, portandola giù senza elicottero, lei poteva citarli in giudizio per chiedere un risarcimento?…».

No, non credo. Non ho approfondito la fondatezza o meno dell’affermazione. Ma se fosse vera, saremmo di fronte al ribaltamento dei valori: oggi chi offre disinteressatamente solidarietà, si espone al rischio di azioni risarcitorie! Di questo passo, non stupiamoci se, in futuro, gli appassionati di montagna si chiuderanno sempre più nel loro guscio, addirittura passando indifferenti a fianco di un infortunato.

Grazie agli “sconosciuti” genovesi, per la loro disinteressata disponibilità di quel giorno. Mi ha fatto capire che la montagna non è cambiata del tutto.

 

2 Commenti

  1. Vinicio Vatteroni

    Concordo pienamente con quanto affermato riguardo la “progressiva e considerevole perdita di valori” in seno alla nostra società.
    La montagna è maestra di vita la quale concede a chi sa ascoltarla di vivere consapevolmente e poter comprendere le questioni essenziali per rifuggire quelle fittizie; per conoscere noi stessi e diventare ciò che siamo.
    La società è in continuo mutamento e così gli individui che vi si rispecchiano.
    Fatica, rinuncia e solidarietà permangono quali possibili e saldi valori per “eretici” della nostra società.
    In futuro saranno sempre possibili questi valori?
    Finché vi saranno “eretici”sarà sempre possibile. Solamente rimanendo costantemente fedeli a se stessi e se necessario voler esigere l’impossibile.

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