Senza più poesia?

di Carlo Crovella – Complice la prima nevicata della stagione, rinforzata da un paio di spruzzate aggiuntive, si sono scatenati gli scialpinisti, tempestando i siti di itineriari con una cronologia crepitante di gite e relative stellette di godimento. Quaranta-cinquanta centimetri a 1600 metri sono una sfida irresistibile. Una provocazione, per chi è rimasto fermo da maggio-giugno: fuori dall’armadio pelli e scaponi, bastoncini e zainetto e via di corsa.

Un amico trafelato per la discesa mozzafiato mi confida: «Temevo di prender pietre e quindi ho utilizzato gli sci del ’95, quelli che vanno ancora lavorati…».

«Lavorati?» lo interrogo, «e i soliti sci, invece?».

«Ah, quelli li giri con le orecchie… Per fortuna che a inizio stagione tiro fuori i vecchi sci, che almeno mi rifaccio un po’ la gamba…».

Già, ma chi è all’inizio e non ha “vecchi” sci in cantina? Faccio un rapido conto: fra sci, attacchi, scarponi, bastoncini, pelli, zaino, e Arva… te ne fai per 1500 euro, se bastano (ma forse non bastano). Poi devi aggiungere l’abbigliamento, gli optional, il materiale alpinistico per le gite primaverili… La benzina rincara continuamente per colpa delle fiammate petrolifere (ma neppure il diesel scherza…), in rifugio all’atto pratico non esiste che l’opzione “mezza pensione”… insomma, se uno vuole “provare” a fare scialpinismo, oggi di che budget deve disporre? Anche in questo campo divampa l’inguaribile propensione al consmismo?

Negli anni ’70, ma ancora negli ’80, quando si iniziava, non si guardava tanto per il sottile: sci riciclati, scarponi vecchi, di Arva si aveva una vaga idea teorica, lo zaino poteva essere quello del nonno, magari in stile militare. Solo dopo aver provato per un po’, convinti della passione, si cambiama un componente per volta dell’attrezzatura con un “pezzo” nuovo. A volte ci volevano tre stagioni, magari cinque, per conquistarsi un’attrezzatura al top.

Dopo una fisiologica assenza di qualche stagione dall’impegno didattico, da pochi anni sono rientrato nell’organico di una Scuola di scialpinismo. Ho notato che rispetto ai “miei tempi”, quando cioè occupavo ruoli organizzativi, si è sensibilmente innalzata l’età media degli allievi, specie di quelli “principianti”.

Allora (anni ’80) si rivelava molto folta la rappresentativa di liceali-universitari: tradotta in età anagrafica, si trattava della fascia fra i 16 e i 23-25 anni. Oggi è invece dominante la fascia 30-35 (natralmente ci sono le debite eccezioni, ma stiamo ragionando in termini di sottoinsiemi dominanti): si tratta principalmente di single, che possono contare su uno stipendio e che ragionano (leggitimamente) con propensioni di spesa del tutto particolari.

Chiacchierando con gli allievi, ne ho dedotto (spannometricamente) che lo scialpinismo è oggi spesso uno “sport di ritorno” (anche qui: non sempre, spesso): dopo aver provato infinite attività, dallo snowboard al free climbing, ci si “ridimensiona” in un’attività meno esasperata, ma non ci si stupisce (proprio per la particolare composizione anagrafico-economica) che sia così alta la barriera d’ingresso costituita del costo dell’intera attrrezzatura.

Quando invece si iniziava con lo scialpinismo (che spesso fungeva da finestra all’intero mondo della montagna: successivamente si passava all’arrampicata, all’alpinismo, alle cascate….), l’appartenenza a una fascia d’età ancora scolare non consentiva la stessa libertà di budget. Intendiamoci: i diciottenti di allora appartenevano a famiglie assolutamente senza problemi economici, ma ciò nonostante la paghetta non permetteva una spesa così ingente in un colpo solo e si… entrava nel mondo bianco in punta di piedi.

Di conseguenza, mi è capitato di registrare delle variazioni di pensiero anche nel modo di organizzare le attività connesse allo scialpinismo (e alla montagna nel suo complesso): un tempo emergeva maggiormente il piacere di introdurre un amico (ma anche un perfetto sconosciuto) alle gioie del mondo bianco e gli suggerivi tu stesso i piccoli escamotage per non appesantire il ricorso immediato al portafoglio.

Oggi sarebbe impensabile, durante un’uscita ufficiale di una qualsasi organizzazione (Scuola e gita sociale), che sia addirittura l’organizzatore a suggerire di utilizzare, per esempio, una fettucciona lunga otto metri al posto di un’imbragatura preconfezionata. L’attuale stretta gabbia normativa carica gli organizzatori di esplicite responsabilità se il partecipante (eventualmente coinvolto in un incidente) non ha ogni pezzo dell’attrezzatura in piena regola, compresa, in alcuni casi, la scadenza temporale (appunto per imbragature, fettucce, cordini…).

È cambiata la legge? No, è cambiata la mentalità con la quale ci si “affida” agli organizzatori. Già una decina di anni fa, nell’ambito di un congresso di istruttori di scialpinismo, lo aveva già delineato un mio compagno di tante gite, istruttore presso una scuola torinese, anticipando che si stava passando dal concetto di “sicurezza collettiva” al nuovo concetto di “incolumità individuale”.

Figli della globalizzazione, abbiamo importato una mentalità americaneggiante (purtroppoo non solo negli sport di montagna), in base alla quale è noto a tutti che gli organizzatori hanno una copertuna assicurativa per cui, se per caso capita un incidente, si è pronti a far causa, non tanto per “ripicca” verso gli organizzatori (ma alla fine li si mette comunque in crisi), ma per “spillar qualche soldino all’assicurazione”. E se non ci pensa direttamente l’infortunato stesso, state tranquilli che arriva uno zio, un vicino di casa, un collega che gli suggeirsce una mossa del genere.

Ecco perché, oggi come oggi, qualsiasi organizzatore, anche di una polentata alla Cima del Bosco, deve “pretendere” che l’attrezzatura di ciascuno sia a norma di legge e rispetti le calusole assicurative.

Ci siamo blindati in una visione dello scialpinismo (e della montagna, allargando l’orizzonte) a prova di bomba. Ma abbiamo perso in poesia.

 

6 Commenti

  1. Gianni

    Caro Crovella,
    penso che gia’ negli anni ’70 e ’80 chi si recava in montagna per gli sport invernali sia scialpinisticamente che da discesa appartenesse a famiglie benestanti, visto i costi assai elevati.
    Ritengo che per un allievo che voglia iscriversi a uno dei tanti corsi del CAI (Sucai inclusa) sia automatico presentarsi di tutto punto,visto l’ambiente………
    Naturalmente e’ difficile pensare che chi inizia con lo scialpinismo non abbia un passato da “pistour”,quindi si ha una spesa piu’ leggera.
    Concludo dicendo che sta poi ad ognuno di noi scegliere se avere gli ultimi sci, piuttosto che la giacca di grido con materiale analogo altrettanto valido, ma non griffato.
    Cordialmente

    Gianni Droetto

  2. Vinicio Vatteroni

    Leggo la conclusione dell’autore dell’articolo: “Ma abbiamo perso in poesia.”
    Non riesco a comprendere il significato di queste parole.
    Un organizzatore efficiente ed attento a leggi, regole e clausole non può guardare alla poesia.
    Non si può essere allo stesso tempo organizzatori (quindi razionali) e poeti.

  3. Paola

    Trovo giusto che qualsiasi organizzatore, debba “pretendere” che l’attrezzatura di ciascuno sia a norma di legge e rispetti le clausole assicurative.
    L’attività ludica in montagna non è differente da tutte le altre attività ludiche siano esse esercitate in città, in pianura o in mare.

  4. Charly

    Ciao a tutti, le considerazioni dello scritto riguardano proprio il cambiamento di mentalità nei confronti del quadro giuridico….Sia chiaro: negli ultimi 30-40 anni NON è cambiata la legge, è cambiato l’approccio al problema, da parte di tutti. In questo c’è il venir meno della poesia e le considerazioni di alcuni commenti forse provengono da persone che hanno approcciato la montagna già nel nuovo trend (che è emerso e si è decisamente rafforzato negli ultimi 10-15 anni). Intendo dire: in passato, molto spesso mi sono imbattuto in un amico (magari studentello squattrinato, seppur appartenente a famiglie senza problemi) che mi diceva: “mi fai provare a fare una gita di scialpinismo?”.
    E allora io gli ho procurato sci vecchi e altro materiale tirato fuori dalla mia cantina, materiale raccogliticcio beninteso, adatto a una o due prove…..poi doveva incamminarsi da solo…..ma senza quell’aiuto iniziale, forse l’amico non avrebbe mai iniziato….
    Oggi io stesso mi guarderei bene da fare una cosa del genere: se, provando a fare una gita con un mio “vecchio” sci, l’amico cade e si rompe una gamba, perchè magari l’attacco non è ben oliato, dopo anni di cantina…..bhe, …..scatta uno scenario giuridico che, trent’anni fa, era “inimmaginabile”.
    Ma questo, ribadisco, non perchè allora la normativa fosse differente, semplicementre era differente il “sentiment ” comune sul tema.
    In quei decenni, se non avessi autorizzato decine di allievi a fare la loro prima stagione scialpinistica con gli sci del padre, la piccozza del nonno e la fettucciona al posto dell’imbragatura…..probabilmente li avremmo persi come scialpinisti……
    In questa vocazione “evangelica” (termine che va interpretato non in senso religioso, ma nel senso di “diffondere” il comune piacere di frequentare la montagna), io ritengo che l’allora visione fosse più “romantica” (e quindi più “poetica”) dell’attuale, sia nella fruizione della motagna in generale che nell’attività didattica nello specifico.
    O, quanto meno, a me piaceva di più…..
    Salutoni a tutti.
    Charly

  5. Paola

    Nel commento qui sopra leggo: “Sia chiaro: negli ultimi 30-40 anni NON è cambiata la Legge” poi di seguito “non perché la normativa fosse differente”.
    Quindi dal punto di vista giuridico nulla è cambiato.
    Quindi cosa significa che sia cambiata la mentalità nei confronti del quadro giuridico.
    Semmai la gente è più informata e si attiene al quadro giuridico.
    Evidentemente chi si approcciava alla montagna nel vecchio trend non era adeguatamente informata.
    Il nuovo “sentiment” deriva da maggiore informazione. Ed è bene che sia così.
    E’ giusto che in caso di incidente scatti uno scenario giuridico che, trent’anni fa, era “inimmaginabile”.
    I tempi cambiano e all’allora visione più romantica” e quindi più “poetica” preferisco assolutamente questa di oggi.
    Ciò che più conta nella fruizione della montagna in generale è l’incolumità individuale e, di logica conseguenza poiché il collettivo è formato da individui, l’incolumità collettiva.

  6. Charly

    La tua correttissima specifica esprime la visione attuale, ineccepibile (come io stesso ho cercato di sottolineare più volte)
    Semplicemente, a me piaceva di più quella dominante “allora” (anni ’70-80 fino ad inizio decennio ’90, circa).
    Abbiamo sempre fatto le cose in modo ineccepibile, anzi gestivamo uscite con oltre 200 partecipanti e senza le attuali tecnologie di sostegno (cellulari, radio di nuova generazione, etc).
    Chiaro che oggi non si può “tornare indietro”.
    Ma almeno dire che, a me personalmente, piaceve di più lo spirito “romantico” di allora, me lo lasciate fare?
    Ciao!

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