Scialpinismo forever

Scialpinismo 1977 - Val Maira (foto Carlo Crovella).
Scialpinismo 1977 - Val Maira (foto Carlo Crovella).

di Carlo Crovella – Fino a tutti gli anni ’70 fra sci da discesa e scialpinismo l’attrezzatura era significativamente diversa e faceva dello scialpinista una specie di paria nel mondo bianco. Sulle piste già scintillavano attrezzi di metallo, attacchi senza cavi (cioè con solo puntale e talloniera) e, soprattutto, scarponi in plastica con i ganci. Fuori pista non vi era stata praticamente evoluzione tecnica: scarponi in cuoio e lacci (l’ultimissima versione prevedeva una fascia alla caviglia con due ganci), sci di legno con lamine avvitate, pelli di foca con fettucce elastiche (che si rompevano spessissimo) e, infine, attacchi con il cavo.

Non essendo diffuso il consumismo, pochissimi disponevano di due completi, per cui gli scialpinisti, che si avventuravano in pista, erano riconoscibili a vista e, alle code degli skilift, venivano guardati dall’alto in basso.

La primissima rivoluzione tecnica derivò dal lancio dell’attacco Marker senza cavi: puntale (lo chiamavamo il “formaggino” per la forma triangolare) e, dietro, il mitico “osso di pollo”, con la talloniera a molloni. Un meccanismo consentiva la scelta fra l’agganciare in modo fisso la talloniera per la discesa o il garantire un minimo di oscillazione per un (mezzo) passo in salita. Niente a che vedere con il passo completo fattibile grazie ai successivi attacchi snodati in punta, ma… il muro di omertà sull’innovazione tecnica era rotto anche nel campo dello scialpinismo.

Poco dopo apparvero i primi scarponi in plastica, i San Marco azzurri e arancioni, con scarpetta estraibile. Dotato di tali accorgimenti, io non mi “vergognavo” più di frequentare gli skilift, e mi “mescolavo” fra i pistaioli di professione.

A questi due momenti chiave, la storia dell’evoluzione tecnica nello scialpinismo ne lega un terzo, successivo di pochissimo: le pelli adesive. Pelli leggere, comode, di facile manutenzione.

Non si sa mai se è nato prima l’uovo o la gallina. Nello scialpinismo nessuno saprà mai dire in modo indiscutibile se sia stata la triade di invenzioni tecniche a innescare il grande boom dello scialpinismo (a cavallo fra anni ’70 e ’80) o se, viceversa, la maggior domanda di mercato abbia spinto le aziende ad inventarsi nuovi prodotto.

Fatto sta che, a cavallo dell’80, lo scialpinismo è partito, alla grande. Ma parliamo di trent’anni fa, abbondanti. Anche l’impennata dei costi della discesa e l’eccessiva affollamento delle piste hanno dato un contributo in tale direzione.

Le maggiori scuole di scialpinismo sono un termometro indiscutibile del fenomeno. Nei dieci-quindici anni a cavallo del 1980, la Sucai Torino doveva porre un numero chiuso alle iscrizioni annuali e, nelle gite invernali, si muoveva come un’armata militare: quattro pullman da 50, più alcune auto al seguito, per una presenza media (media, non massima!) di 210-220 persone a gita. Spesso, di fronte a un tale battaglione,  è capitato di vedere altri scialpinisti girare l’auto e cambiare meta!

Gli anni del boom esponenziale per lo scialpinismo si sono presto esauriti (per fortuna, dirà qualcuno!) e l’affluenza, non solo nelle scuole, si è assestata su numeri inferiori.

Dopo un intervallo di sette-otto anni, di recente sono ritornato a praticare gite con una certa sistematicità, anche se non con l’intensità maniacale dei miei decenni caldi. Ho appreso, con un “egoistico” piacere, che il numero di appassionati è ben lungi da vivere nuovi boom, ma si è stabilizzato su livelli fisiologici. Il numero non aumenta significativamente perché è molto frequente il tourn-over: chi entra nel giro di fatto sostituisce qualcun altro che, dopo circa cinque anni, ha terminato il suo “ciclo attivo” e si dedica ad altre attività sportive.

Un altro fenomeno mi ha colpito: il marcato innalzamento dell’età media di chi inizia a far gite. Nel citato periodo del boom, era molto folta, specie fra gli allievi delle scuole (per definizione sono quelli che “iniziano”), la rappresentativa di liceali e studenti universitari, di età quindi compresa fra i 16 e i 25 anni. Oggi questa componente, senza essere scomparsa del tutto, si è molto rarefatta, sostituita invece da una presenza dominante di 35-45enni. Chiacchierando con alcuni allievi di oggi, ho appreso che oramai si giunge allo scialpinismo come fosse uno sport di ritorno alla montagna, dopo averne provate di tutti i colori (snowboard, freeride, ecc).

L’ulteriore accelerazione che di recente ha condizionato l’attrezzatura scialpinistica (sempre più leggera, sempre più performante, sempre più da gareur…) ha certamente risentito di questo innalzamento dell’età media: oltre i 30 anni, normalmente, si gestisce un budget personale che permette di togliersi qualche sfizio, quanto meno con più facilità rispetto al liceale dotato solo della paghetta paterna.

Infine un’annotazione con un velo di nostalgia: se l’età delle prime gite si è alzata così tanto, significa che sta sparendo l’iniziazione “familiare” allo scialpinismo (forse alla montagna nel suo complesso). Moltissimi dei citati 16-25enni di allora erano figli d’arte e sgambettavano con scietti e relative pelli già prima dei dieci anni. Oggi è fenomeno rarissimo: eravamo figli “migliori” noi trent’anni fa o erano genitori migliori i nostri padri? Ah, saperlo…

 

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