Salviamo Wadi Rum

Nella parte meridionale della Giordania, si annida uno dei più straordinari monumenti della natura. Un piccolo mondo incantato, da sempre frequentato dai beduini. Il deserto montano di Wadi Rum. Lassù, tra grandi dune di sabbia rossastra e imponenti pareti verticali incise dagli agenti atmosferici, si nascondono le tracce della preistoria e della storia. Figure antropomorfe e sagome di animali incise sulla roccia, ma anche scritte e graffiti che risalgono ai primi due decenni del ‘900 e che raccontano eventi della rivolta araba contro i turchi. Non è un caso che, nei primi anni ’60, da quelle parti siano state realizzate molte delle riprese più spettacolari di Lawrence d’Arabia, il famoso colossal di David Lean che nel  cast vantava attori come Peter O’Toole, Alec Guinness, Anthony Quinn, Omar Sharif…

Da più di dieci anni, Wadi Rum è un’area naturale protetta, inizialmente gestita dalla Royal Society for the Conservation of Nature e oggi sotto il controllo delle autorità politico-amministrative del distretto di Aqaba. Il sito è stato anche inserito dall’Unesco nell’elenco del World Heritage, perché considerato monumento naturale del mondo. Le sue imponenti pareti rocciose, nelle mezze stagioni, sono frequentate da climber provenienti da tutto il mondo.

Oggi Wadi Rum, a causa dell’eccessiva ricettività turistica, sta perdendo parte della sua integrità naturale. I regolamenti, che limitano la presenza di campi tendati fissi, esclusivamente in stile beduino, al di là del villaggio di Wadi Rum, sono in buona parte disattesi. Negli ultimi anni c’è stato un proliferare di campi tendati di ogni tipo, di stile occidentale, attrezzati con bagni, docce in muratura, generatori per l’elettricità, luoghi destinati a ospitare le cene dei visitatori.

Il giro turistico di Wadi Rum, compiuto con veicoli 4 x 4 condotti dai beduini, non richiede più di qualche ora. I tour operator propongono però abitualmente ai loro ospiti il pernottamento in loco, con il risultato di gravare sulla carring capacity di questo lembo di deserto, di sprecare inutilmente le locali riserve d’acqua, e di degradare il significato dell’incontro con una natura che si vorrebbe ancora incontaminata.

Ci chiediamo – ma si tratta di una domanda oziosa, perché la risposta è evidente – se la “mission” di un’area protetta di valore internazionale debba soggiacere alle esigenze di un turismo vacanziero “mordi e fuggi”. Parliamo con conoscenza di causa e per esperienza diretta, e non  crediamo che sia il caso di incolpare per la situazione gli arrampicatori che rimangono nella zona anche per vari giorni. Di solito, infatti, i climber preferiscono pernottare nel villaggio di Wadi Rum o nelle sue immediate vicinanze.

Di recente, con una lettera aperta indirizzata al governo della Giordania, all’Unesco, all’Uiaa, alle agenzie di viaggio e alle riviste di natura, trekking e alpinismo, l’associazione Mountain Wilderness ha chiesto di vietare la comparsa di nuovi campi tendati al di là dei confine del villaggio di Wadi Rum e di pianificare lo sgombero progressivo di tutti i campi sorti in pieno deserto.

Nella missiva, l’associazione ambientalista si è anche rivolta all’Unesco perché vengano svolti controlli ripetuti e severi, con l’eventualità – in caso di recidiva – che venga ritirata la qualifica di monumento del mondo a Wadi Rum.

Nella lettera, Mountain Wildermess ha inoltre chiesto ai tour operator e alle agenzie di viaggio internazionali di evitare l’utilizzazione dei campi illegali nella zona, programmando i pernottamenti degli ospiti nel villaggio di Wadi Rum o nelle sue immediate vicinanze, e di curare la raccolta dei rifiuti solidi non bio-degradabili.

Da ultimo, nella richiesta, non manca un appello agli alpinisti, ai quali è stato ricordato di muoversi nel pieno rispetto dell’ambiente naturale, senza lasciare tracce del proprio passaggio.

Che dire? Noi crediamo che l’iniziativa vada assolutamente appoggiata e condivisa, pena il danneggiamento irreversibile di uno dei luoghi più affascinanti del Medio Oriente.

 

 

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