Simone e il rischio

di Roberto Mantovani – Due chiacchiere con Simone Moro, senza preamboli né domande preparate in precedenza. I temi della telefonata, al solito, sono tanti, e il Web non è adatto a lunghe interviste. Ci limitiamo perciò a due ambiti di discussione, ripresi pari pari dal registratore, riservando il resto a un altro post. Il rischio in montagna e la famiglia, e l’ostacolo dei limiti. Troppo poco? C’è lo stesso da riflettere. Proviamo a buttargli su un’occhio…

Il rischio secondo Simone. «In diverse occasioni, nel corso dei miei tanti anni di alpinismo, mi sono trovato a vivere situazioni al limite. Un attimo in più, solo un attimo, e mi sarei trovato dall’altra parte. Insomma, non qui a parlare con te. E perciò mi sono spesso interrogato sul senso della mia attività, com’è giusto che sia. Le risposte mi sono arrivate anche da un’analisi ampia e freddamente statistica. Ho 47 spedizioni alle spalle. Vent’anni esatti di alpinismo in alta montagna, la prima spedizione l’ho fatta nel 1992. Ogni volta mi capita di stare fuori in media due mesi, simonedue mesi e mezzo. Se fai il conto, in tutto ho trascorso 110 mesi ad alta quota, circa 10 anni. Ed è normale che, confrontandoti col pericolo per un periodo così lungo, prima o poi qualche incidente è possibile. Pensa a un periodo di guida della stessa lunghezza: è possibile che, pur con tutta l’attenzione, per strada qualcosa ti capiti. Dunque, gli incidenti possono arrivare. E io, se devo essere sincero, vivendo non mai ho cercato di proteggere solo la mia vita. Ho cercato il gusto della vita, proteggendola poi il più possibile per viverla. E adesso sono ancora qui che penso alle invernali, alle traversate, a cosa farò la settimana prossima in montagna. Tu magari mi dirai che sono un egoista, che a casa ho una moglie e due figli. E io ti rispondo così: dato che quello che ho fatto mi ha reso un uomo felice, oggi questo mio stato d’animo mi permette di essere un marito, un padre e un amico felice. Che non si sottrae nel dare sia a livello famigliare sia a livello solidale. E lo faccio perché la felicità che ho raggiunto voglio gridarla ai quattro venti. Non solo: voglio che la mia contentezza sia anche un percorso educativo per i miei figli. Voglio che abbiano un padre che è capace di ritornare felice. Voglio che imparino che la vita può essere spesa per degli obiettivi che vale la pensa inseguire, e non solo per proteggere se stessi. Sarà un’utopia, ma voglio che crescano con questo mio regalo».

L’invalicabilità dei limiti. Ovviamente i limiti ci sono. Ma io provocatoriamente arrivo a dire che non esistono. Proviamo a spostare il concetto di limite sulla portata dei nostri sogni. Ti faccio un esempio: oggi, com’è evidente, l’uomo non può volare senza ricorrere alla tecnologia, né può stare in due posti contemporaneamente. Il limite è palese. Se sulla base di questo, però, non riesco più a sognare, allora il limite diventa insuperabile. Dobbiamo invece pensare, ad esempio, che forse un giorno inventeremo il teletrasporto. Oggi la parola limite è una giustificazione alle nostre incapacità. E così ci impediamo di sognare quello che non ci sembra possibile. In alpinismo io non mi sono mai concesso di pensare che esistano progetti impossibili. Sarebbe un alibi. Facciamo un altro esempio. Prendiamo una malattia incurabile, una di quelle che oggi significa morte certa. Se non arriviamo a pensare che un giorno un ricercatore riuscirà a scovare un rimedio, rimarremo bloccati per sempre. E invece la speranza, il sogno, possono aiutarci a convogliare l’energia nella ricerca, e ad andare avanti. Arriverà il momento in cui si sorriderà pensando che prima la gente scompariva per malattie ormai curabilissime. Quante volte è già capitato nella storia dell’uomo… Nella mia visione del mondo ci sono cose facili, difficili, molto difficili e quasi impossibili. Ho cancellato la parola impossibile dal mio vocabolario. Provate a farlo anche voi».

 

2 Commenti

  1. Vinicio Vatteroni

    Sono d’accordo con la filosofia di Simone Moro.
    Riguardo la felicità e ciò che lo ha reso un uomo felice, mi ha fatto ripensare al “Mito di Sisifo” di Albert Camus: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

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