Quei che van des froos

Davide Van des Froos
Davide Van des Froos

di Margherita Griglio – Il grande pubblico l’ha scoperto l’anno scorso, di questi tempi, per la sua – bella – partecipazione al festival di Sanremo con Yanez, divertente storia in cui rievoca suo padre e le atmosfere a lui care: i Monti Lariani, le Prealpi lombarde con il Grignone e la Grignetta, i contrabbandieri con le sigarette e la Svizzera, il dialetto tramezzino che s’incunea a metà del Lago di Como. Insomma la terra e la cultura di Davide Bernasconi a cui piace firmarsi, in arte, Van de Sfroos, per ricordare i contrabbandieri che “vanno di frodo”: il far west di questa parte di mondo. «Sono nato, cresciuto,  vivo qui e quindi mi esprimo attraverso la cultura che sento mia con una lingua, un dialetto, che è tronca e quindi è fantastica per la musica – spiega – e canto cose che ho visto nel corso della mia vita, e che pertanto sono attuali e riguardano tutti noi. Non faccio folklore ma mi piace sentirmi custode di qualcosa, di qualcuno, che temo sparisca per sempre. Come appunto i contrabbandieri, che ho conosciuto e ascoltato con le loro storie terribili e romantiche. Certo, facevano cose illegali ma erano spinti dal bisogno di vivere, di avere un futuro».

Davide continua a vivere tra la montagna e il lago, con la sua famiglia e gli amici di sempre: il suo studio è un concentrato dell’universo che lo affascina – dai nativi americani agli emigranti, dal jazz alla cultura indiana – in un affastellarsi di simboli che danno la dimensione di uno sguardo curioso, aperto, lontano da localismi e confini. I suoi concerti sono ben presto usciti dalla Lombardia con tournée in tutta l’Italia, per continuare poi Madrid, Berlino, Londra, New Orleans… Tre premi della critica alla rassegna della canzone d’autore “Tenco” e un altro al “festivalone” di Sanremo. E poi poesie, racconti, libri, video che testimoniano l’urgenza di raccontare un mondo sospeso nella geografia della montagna e nel sentimento.

«Le foglie di edera hanno un segreto» annota in un racconto, «hanno zampe chiuse sui muri, tengono duro. Sanno di lacrime di donne con i secchi di ferro ai lavatoi che pensano ai loro mariti innamorati di donne di là del confine, belle, mentre loro son qui a lavare con il quinto figlio in pancia».

«La montagna» dice, «ha due modi di essere. È quella che vedi dalla pianura, un gigante misterioso da scalare, un monito, ricordo costante della sua grandezza. E poi c’è la montagna di quando arrivi in cima, sopra, accolto da lei che ti presta per qualche istante il suo sguardo. E non è detto che quello che vedi, là sotto, ti piaccia davvero. Ecco perché qualcuno sceglie di restare comunque in alto».

 

Rispondi