Il Nuovo Mattino

di Roberto Mantovani – Marzo 1974, quarant’anni fa. Nello stanzone (oggi lo chiamerebbero open space) del Centro di Documentazione Alpina, a Torino, è in costruzione il nuovo numero della “Rivista della Montagna”, tutto rigorosamente in bianco e nero. Nessuno sospetta che nel menabò, che sta curando Luciano Muzzarini, il grafico della testata, si celi il manifesto di una vera e propria rivoluzione alpinistica. Undici pagine curate da Gian Piero Motti, una firma di assoluto prestigio, che oggi tutti vorrebbero in una rivista di montagna. La direzione del trimestrale, in quegli anni, è affidata ad Alberto Rosso, che ha sostituito Piero Dematteis da qualche mese (Motti subentrerà alla guida della testata nell’autunno del ’75).

Il manifesto di Motti si apre su due pagine con un titolo che diventerà il cavallo di battaglia di un’intera generazione di arrampicatori. Il Nuovo Mattino (occhiello: Analisi Gian Pierodell’alpinismo californiano). Nelle fotografie d’apertura dell’articolo, tre scatti di arrampicata sulle pareti di El Capitan, in California.

Gian Piero spalanca d’improvviso le finestre dell’alpinismo di casa su un altro mondo. L’incipit del suo saggio è come un colpo allo stomaco: «I pochi alpinisti europei che hanno arrampicato sulle pareti granitiche della Yosemite Valley in California, ne sono tornati con una sensazione di infinito rispetto. L’alpinista austriaco Peter Habeler, dopo aver compiuto la ripetizione della via Salathe su El Capitan, disse di aver incontrato difficoltà in arrampicata libera ed artificiale superiori a tutte quelle da lui superate sulle più famose vie di sesto grado delle Alpi». E poi via con l’analisi di quello che, negli anni ’70, era davvero un alpinismo “altro”. Prima l’aspetto tecnico, poi l’etica («gli alpinisti californiani si sono creati una regola molto severa: la scalata libera è tirata al limite di caduta prima di ricorrere all’uso dei chiodi (protection piton) e, prima di forare la roccia per introdurvi un chiodo a espansione in arrampicata artificiale, si deve ricorrere a tutti quegli artifici tecnici (alcuni sconosciuti in Europa) che permettono di salire senza bucare la roccia». Le vie devono essere lasciate completamente schiodate (…)».

Infine, i due paragrafi più interessanti, legati alla filosofia di quel mondo sconosciuto e lontano. Motti ne elenca i tratti salienti: l’arrampicata come viaggio introspettivo, l’accostamento a certi tratti del pensiero orientale, l’individualismo, i comportamenti antisociali, la vita in parete, le chiacchiere sull’uso degli allucinogeni.

Gian Piero esamina l’alpinismo californiano come osservatore imparziale («Pur non esprimendo alcun giudizio, mi permetterò di esaminare una situazione con i suoi relativi effetti»). Ma quello che racconta è talmente forte, che in pochi mesi le idee che arrivano dalla California diventano una bandiera da sventolare e si coagulano in una serie di rivendicazioni nei confronti di un alpinismo conservatore e bacchettone, ingessato da una tradizione che non ha più conosciuto vere innovazioni.

In realtà, in quegli anni Gian Piero non si sognava affatto di proporre ai lettori nuove mete. Non era mai stato a Yosemite (né mai ci sarebbe andato), e la sua non era una raccolta di itinerari. Cercava invece di mostrare che l’alpinismo si poteva declinare in maniera differente, rispetto alla tradizionale pratica alpina. Abbandonata per scelta l’alta montagna, Motti lo aveva già sperimentato in proprio sulle placconate della Valle dell’Orco, in Piemonte, nelle Calanques marsigliesi, sul calcare del Vercors. La sua Yosemite Valley era in realtà una Yosemite della mente, che lui utilizzava come un grimaldello per far saltare in aria una consuetudine che tendeva alla sclerosi e per garantire ai giovani arrampicatori un futuro ricco di nuove possibilità. E oggi non ha senso assimilare il Nuovo Mattino solo a un momento di contestazione (che pure ci fu, eccome). Quegli anni non possono venire frettolosamente etichettati come un ’68 dell’alpinismo (questo tra l’altro lo diceva spesso  lo stesso Gian Piero). Nella “rivoluzione” in atto in quella breve stagione, non comparivano istanze politiche. Se proprio vogliamo cercare una parentela a ciò che è avvenuto in quel periodo, forse ha più senso guardare ai movimenti di protesta americani. Le istanze alpinistiche che oggi vengono etichettate come Nuovo Mattino furono il tentativo, condotto da un manipolo di giovani arrampicatori che faceva capo a Gian Piero Motti, di vivere l’alpinismo riappropriandosi dei suoi contenuti più autentici. Si trattava dunque di una proposta e di un progetto. Che si manifestarono anche (ma non solo) facendosi beffe di un modo di scalare che rischiava l’asfissia, e cercando di spalare la cenere di una tradizione che stava soffocandone il proprio fuoco interno.

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