Psycoclimb 1914

di Carlo Crovella – Rimettendo ordine nella sterminata libreria di mio padre (collezionista di libri, non solo di montagna, ovviamente), mi sono imbattuto in un testo dal titolo Psicologia dell’alpinista, redatto da Adolfo Hess (Lattes & C. Editori, Torino 1914). Adolfo Hess è un’importante figura di accademico, ovvero uno di coloro che, a cavallo fra ’800 e ’900, concretizzarono il passaggio all’alpinismo “senza guide”. Prima di  lasciare la

parola ad altri autori, Hess si cimenta in un capitolo introduttivo, intitolato «Due chiacchiere pseudo-filosofiche». Nell’illustrare le differenti tipologie di approccio alla montagna (scientifico, sportivo, emotivo – oggi probabilmente diremmo “romantico” – e così via…), Hess sostiene che, più o meno, in tutti gli individui, che perdurano nella frequentazione dell’Alpe, si possono individuare cinque fasi successive.

Prima fase: uno stato di incubazione, in genere inconscio (aggiungo io, presumibilmente connesso al traino familiare);

Seconda fase: iniziazione, con forte impressionabilità e ingenuità;

Terza fase: la fase sportiva, la “vera attività alpinistica” dice Hess, con grande impulso passionale e raggiungimento del top (usando naturalmente un termine di oggi, Hess scrive “l’apogeo” – chic!) tecnico e atletico;

Quarta fase: stadio riflessivo, con serenità di spirito e godimento della montagna in tutti i suoi risvolti e dominio del sentimento estetico e della cultura intellettuale;

Quinta fase: la decadenza (!), in cui dominano i ricordi e la propensione a tramandare ai giovani e alle masse (testuale, ndr) l’eredità dei propri sentimenti, delle soddisfazioni e dei godimenti che ci vengono dalla montagna.

Hess conclude esplicitamente che la quinta fase è la corsa verso la… giubilazione. Il testo si snoda poi con alcuni contributi di autori tedeschi (in lingua originale) e con una corposa serie di ritratti di figure alpinistiche dell’epoca (fine ‘800 – primi ‘900). Ma torniamo allo scritto di Hess: mi ha molto colpito l’individuazione delle cinque fasi e ci ho riflettuto sopra. Una primissima precisazione, doverosa: Hess non fa riferimento a “grandi alpinisti”, ma sottintende che le cinque fasi si manifestino in qualsiasi appassionato di montagna, a qualsiasi livello tecnico-atletico egli si muova. Inoltre Hess non dà riferimenti temporali, ovvero la durata delle fasi per ciascun individuo si adatta alla sua personalissima esperienza. Per cui, se dinamici lettori ottantenni di Segnavia 54 si riconoscono nella terza fase (il top), non devono assolutamente preoccuparsi, come non devono preoccuparsi quelli che continuano ad attraversare tale fase da decenni e decenni e non ne intravedono il termine…

Certo mi fa riflettere personalmente la connessione che Hess elabora fra le ultime due fasi (in pratica: il ramo calante della parabola) e la propensione a divulgare le proprio esperienze e le proprie idee sulla montagna. Significa che quando si scrive di montagna, ormai si è già incanalati verso la… giubilazione (tanto per usare le sue stesse parole)… Per me, che scribacchio di montagna dagli anni ’80, la parabola ha registrato un sostanziale e prolungato “autunno”, con una primavera-estate davvero intensa ma decisamente breve (il traino familiare è fra anni ’60 e primi ’70…).

Questa recente lettura ha riportato a galla una chiacchierata di decenni fa con un amico scialpinista. Hess si concentra sulla “psicologia dell’alpinista”, anche se si intravede fra le righe che usa il termine some sinonimo di “frequentatore di montagne”. E allora lo scialpinista? Si può estendere le riflessioni anche al mondo delle pelli di foca? Direi di sì, specie per gli individui che, alternando pelli e ramponi/scarpette, frequentano la montagna dodici mesi all’anno. Quale differenza si può, eventualmente, identificare? Non sono uno psicologo, tanto meno di professione, ma mi viene in aiuto la citata chiacchierata l’amico, che opera invece nel campo e, ai miei occhi, è soprattutto un grandissimo appassionato di scialpinismo.

Se l’approssimarsi alla mia “giubilazione” non mi ha deteriorato del tutto la memoria, in quell’occasione l’amico mi disse: lo sci da discesa è sintetizzato dalle curve (dello slalom, ndr), che rilanciano a curve femminili, quindi pura ebbrezza, sensualità, seduzione; l’alpinismo, all’opposto, è riassunto da un picco fallico (si pensi al Grand Capucin), e sottintende attività maschia, virile, rude.

Oggi mi viene da aggiungere: le curve dello sci, per dare un messaggio esclusivamente edonistico, devono escludere l’impegno (inteso come engagement), che invece è il carattere distintivo dell’alpinismo, da cui parrebbe escluso, di conseguenza, ogni relax puramente ludico. E lo scialpinismo?, chiesi io allora all’amico. Mi disse, sorridendo bonario: «Pensa allo stemma delle scuole di scialpinismo: salvo rarissime eccezione, comprendono sci e piccozza».

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