Paura dei boschi?

di Alfio BessoneVolevo continuare a raccontare la vita quassù e le esperienze primaverili legate all’agricoltura di montagna. Ma quando ho portato ai redattori le mie pagine scritte da inserire nel sito Web, ho intravisto il Bollettino del Club Alpino del 1891, che era appena servito per il pezzo sugli enigmi dell’acustica in montagna, pubblicato ieri sera su Segnavia54. Curioso come sono, ho cominciato a sfogliarlo. A pagina 325 ho scovato un bell’articolo, di un tal Carlo Fracchiotti, ispettore forestale di Sondrio. Il titolo era «Sull’importanza dell’alpicoltura in Italia». L’ho letto di filato, anche per vedere cosa raccontavano gli esperti di centovent’anni fa. Alla fine sono rimasto allibito. L’ispettore Fracchiotti scriveva le stesse cose che si potrebbero scrivere oggi. Evidentemente, in montagna – e non solo –, il trascorrere dei decenni non è servito a niente. Si è continuato come se niente fosse. Certe lezioni, insomma, non si imparano mai. Stavolta ho proprio toccato con mano.  Per questo che ho chiesto agli amici di Segnavia di copiare qualche passaggio dell’articolo. Provate a leggere.

La Valle della Cerveyrette, nel Briancçonnais.
La Valle della Cerveyrette, nel Briancçonnais.

Con i miei auguri di buona Pasqua.

«(…) è credenza di molti che le foreste siano di ostacolo al pascolo, e così per lunghi anni assistemmo ala febbrile distruzione dei boschi, non tanto per ritrarre la somma che la vendita del materiale poteva fornire, quanto per allargare i pascoli, credendo con ciò di favorire l’incremento della pastorizia, cioè la possibilità di mantenere un numero maggiore di capi di bestiame; ed avvenne precisamente il contrario».

E poi: «(…) sembra a prima vista, che dopo il taglio di un bosco vi si trovi ricco ed abbondante pascolo, e ciò è vero; ma non si pensa che tanta ricchezza è il portato di un lento accumulamento di sostanze concimanti durato secoli, sicché ne avvenne un buon deposito di terriccio, ben conservato sotto l’ombra protettrice delle piante, le quali impedirono benanche la formazione delle valanghe, e con la fitta rete delle loro radici resero impossibili i franamenti, i dilavamenti, mantenendo costanti i ben ordinati corsi delle acque. Ma non appena il terreno rimane privo di siffatti benefici, in breve, da fertile, si converte in sterile landa; scompare o si rende insignificante e magro il pascolo; le valanghe, le frane, i dilavamenti travolgono case e guastano i sottostanti fondi, e prima di essi il poco terreno formatosi mercé la decomposizione delle materie organiche in centinaia di anni; i torrenti non hanno più freno, e raccogliendo nel loro letto ora l’immane quantità d’acqua, non più trattenuta da alcun ostacolo, caduta nei vasti bacini di raccoglimento, producono le grandi alluvioni e le immediate siccità, distruggendo in un giorno alla loro base campi e prati in quantità tale da alimentare tutto il bestiame pascolante nei fondi soprastanti, prima boscati, per intieri anni. Onde il bisogno, è vero, di continuare la distruzione dei boschi per avere nuovi pascoli, ma non ottenendo altro effetto che di allargare le rovine».

«In molte provincie poi, nella parte media dei monti, precisamente perché il terreno boscato era, per le ragioni dianzi dette, ricco di sostanze concimanti, si estese in essi eccessivamente la coltivazione della vite e dei cereali, traendone per vari anni eccellenti prodotti; cosicché i proprietari sedotti dal momentaneo beneficio allargarono senza freno le coltivazioni, man mano i prodotti diminuirono; il bosco non fu più sufficiente a dare il potente sussidio del fogliame per ridonare all’esausto terreno convertito in letame novella vigoria; le malattie dapprima facili a combattersi, perché attaccanti un corpo sano e vigoroso, divennero ribelli alle cure, sebbene ognora più costose».

«Il pascolo dunque ed il bosco non sono punto fra loro nemici, nessuna coltura ha bisogno per esistere della distruzione dell’altra: occorre solo che, con gli aumentati bisogni, cresca l’attenzione e lo studio per chiedere al suolo quella maggior copia di prodotti di cui è capace».

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