Pasquetta alla griglia

Renato Scagliola, come molti,  è in vacanza. Ma non ha voluto farci mancare una riflessione su quel che accade in montagna  il giorno di Pasquetta, comparsa nel volume “Grappa alla vipera”,  pubblicato da Giancarlo Zedde Editore. 

Lunedì di Pasqua, detto Pasquetta  o Lunedì dell’Angelo, che se vai a chiedere in giro dicono che si festeggia la grigliata. La fila di auto comincia prima di Coazze, al bivio di Forno e arriva fino a dove finisce la carrozzabile dopo Sangonetto. La gente è allegra, parcheggia sui prati, negli orti appena seminati, in mezzo alla strada che è già stretta di suo, o con le ruote dentro il torrente Sangone, e nel cortile di Gioanin Giai Levra che tutti gli anni in questo giorno pulisce la doppietta , e tira delle bestemmie che arrivano fino all’alpeggio del Palè, e vorrebbe mettere una sbarra già prima di Giaveno.

Auto esemplare parcheggiata in doppia fila dietro una curva cieca:  VW Golf assetto tuning, cerchinlega, pneumatici ribassati, tromboni allo scarico, stereo da discoteca, peluches, cinture rosse da rallye, vetri oscurati compreso il parabrezza, spoiler davanti e dietro per aumentare l’aderenza dovendo correre da qui a lì. Scendono nell’ordine, capofamiglia sui 35, moglie 28, tre figli di 10, 8 e 5 anni. Tutti in bermuda e canottiera colorata. I bambini sono  tatuati come papà, anche il frugolo che ha Spyderman inciso sul tenero didietro, il più grande ha già l’anellino al naso, mentre il mediano vuole il disco labiale come i Mursi che ha visto in tv e il babbo non sa come fare. E’ ancora rimasto alla moda del  vecchio ferretto inox nel glande, che la mamma ce l’ha nelle grandi labbra già da piccola, così che i coniugi durante il frikifriki come dicono in Marocco, c’è un tintinnìo di sonagliere, una roba allegra come di ferramenta. Nel prato c’è anche la vecchia mamma di lei, che lui detesta, e che si mette subito in combineuse perché ha le caldane e come decorazione corporale, essendo all’antica, si accontenta dei ghirigori bluette delle vene varicose. Il marito non c’è, ha detto poi vi raggiungo in bici che così faccio un giro, ma poi non s’è visto perché è andato alla bocciofila. La moglie è di cattivo umore. 

Prima si aprono tutte le portiere, il cofano motore, il cassettino del cruscotto e il baule, la borsa dei ferri, per far prendere aria all’interno, poi alla ruota di scorta e alle foderine. Scarico masserizie: ghiacciaia portatile, plaid, tavolini e sedie pieghevoli, pallone, tv al plasma e gruppo elettrogeno, statua di padre Pio scala uno a uno, ombrellone, un altro pallone, preservativi (?), piatti di plastica non biodegradabili, confezioni di bevande rosse e gialle tinte con colori tossici, cartoni di tavernello. Si accende un fuoco schizzando alcol dal flacone che così si fa una bella fiammata. La legna è raccolta in giro nella boscaglia. Chi non ne trova abbastanza  abbatte  con la motosega betulle e gaggie, “Tanto ce n’è un mucchio che chi vuoi che se ne accorga”. A fine giornata tra le piante rimaste non c’è più nemmeno un rametto, solo più rifiuti policromi tra crochi e bucaneve. Sulla griglia sfrigolano una testa di maiale, trippe, frattaglie, trote pescate di frodo. Uno macella sul posto un capretto rubato da un gregge vicino, mentre il bergè è distratto, e si beve il sangue caldo facendo cincin con i soci di merenda. I fumi lungo il torrente sono centinaia,  la montagna è ammorbata dal puzzo dei focolari. I vigili del fuoco si allarmano. I carabinieri mettono le bandoliere, perché non si sa mai. Il sindaco di Coazze cinge la fascia tricolore e si mette di vedetta sul balcone del municipio invitando i valligiani alla Resistenza. Tutti i cinghiali dell’alta  valle spaventati, salgono di galoppo al colle della Roussa, passano il valico e si rifugiano in val Chisone inebetiti. Verranno abbattuti da una compagnia di cacciatori che faceva Pasquetta tra i boschi del Gran Faetto. E amen.

C’è anche qualcuno che cucina il maiale sottoterra, cioè sepolto su un letto di braci, secondo il costume sardo e polinesiano, e nell’attesa si gioca a carte. Ma nella foga ci si dimentica il porco, che verso sera, è completamente carbonizzato,  mentre i giocatori sono impegnanti in una rissa per futili motivi. Anni dopo la carcassa, dissotterrata da un cane da caccia, sarà oggetto di lunghe indagini dei carabinieri. Un tale, addormentato ubriaco sotto un larice, viene divorato nel sonno dalle formiche Rufe, che hanno il nido tra gli aghi dell’anno prima. Di solito gli imenotteri mangiano invertebrati, ma in mancanza d’altro, specialmente alla fine dell’inverno, si accontentano. Dalle diverse radio e autoradio, tv s’intrecciano musiche  che formano una interessante cacofonia, insieme a voci alterate, strilli, litigi, lamenti degli ustionati. Alcuni anziani, dopo aver mangiato troppa peperonata, sono già riversi sui sedili della Golf privi di sensi, qualcuno senza vita, i parenti dicono, lascialo stare che tanto dorme.

Il pranzo dura ore, la pastasciutta portata da casa in una specie di catino di plastica blu, è fredda. Salami scaduti  e formaggi adulterati provocano mal di pancia e scariche di diarrea che colorano il torrente. I piccoli vomitano. La frittata cade nell’erba, la carta unta del prosciutto vola via, la bottiglia dell’olio per l’insalata si rompe sull’unica pietra del prato e i vetri feriscono le mani della signora che grida e perde sangue.  I bambini giocano a strizzare i tubetti di maionese nel collo istoriato del papà e  a tirarsi le uova sode strillando,  poi corrono dietro al pallone pestando le cotolette in carpione dei vicini. La vecchia madre di cui sopra, sempre più accaldata, va a mettere a bagno i piedi nel torrente, ma intontita da una eccessiva porzione di lasagne appena appena scaldate, scivola nell’acqua e viene portata via dalla corrente. Nessuno se ne accorge, perché  i congiunti stanno telefonandosi. La salma s’incaglia poco più a valle, vicino a una tavolata di testimoni di Geova, che la tirano a riva, la compongono su un roccione e si mettono a cantare le litanie del trapasso.

Per la digestione si organizzano giochi come lanciare i piatti di plastica nel bosco , rompere le bottiglie sulle rocce del torrente, urlare a squarciagola nelle orecchie di anziani addormentati, tagliare le gomme delle auto dei vicini. Verso fine giornata, i gitanti fanno a gara per disperdere e nascondere le immondizie. I sacchetti pieni finiscono nel torrente, nei boschi, sotto i cespugli,  qualcuno li appende alle piante con effetti scenografici, i più pigri li lasciano dove sono. I prati con le erbe novelle sono istoriati di nature morte e unte, i cibi, presto putrefatti, alimenteranno una flora rigogliosa, tropicale. E’ l’eterno ciclo della natura. Ai bambini insegnano che non si mettono in macchina i rifiuti perché fanno schifo, è antiigienico e rovinano i tappetini. E poi non vuoi mica portare a casa tutta sta merda!

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