Pasqua etnea

di Marinella Fiume – Per le festività della Pasqua e Pasquetta migliaia di turisti e gitanti invaderanno le pinete e le località pedemontane ai piedi dell’Etna, per approfittare delle opportunità culturali, gastronomiche e naturalistiche che offre questo pezzo di Sicilia in primavera. Ci sarà anche la possibilità di sciare per la presenza di neve ancora abbondante, in quanto la notte le temperature si abbassano e ciò permette il mantenimento del manto nevoso.

Tra fede e folklore si situano i culti della settimana santa e i racconti delle eruzioni storiche dell’Etna. Tra queste ultime, la colata lavica del 121, passata alla storia come “la lava dei fratelli pii”. Essa diede luogo a due formazioni vulcaniche, due accentuati conetti, detti appunto i Crateri dei Fratelli Pii o Due Pizzi, che si trovano sul versante nord a quota 2500. Antica è la leggenda, nota anche ad Aristotele e pervenuta attraverso il poemetto pseudo virgiliano Aetna, alla quale si sarebbe rifatto Virgilio nell’episodio di Enea che fugge dall’incendio di Troia portandosi il padre Anchise sulle spalle.

L’episodio mitologico, noto come esempio di pietas, cioè di devozione filiale, è considerato un vanto di Catania ed era spesso rappresentato nelle monete battute in questa città. La catanese Piazza Università è illuminata da quattro lampioni, alla base dei quali una scultura ricorda i due fratelli pii. La leggenda, tra le più edificanti del leggendario etneo, ha come protagonisti i due fratelli Anfinomio ed Anapio, che, di fronte al dilemma se salvare dall’eruzione gli averi o gli anziani genitori, scelgono di salvare padre e madre, portandoseli in spalla. Se ne raccontano molte versioni: quella che vogliamo far conoscere agli amanti della montagna è narrata dal Linguaglossese Santo Calì (1918 – 1972), autore che Lucio Dalla apprezzava non poco, tanto da aver scelto una sua leggenda tra le letture dei brani dei viaggiatori del Grand Tour che accompagnarono la sua lectio magistralis sul tema dei miti etnei, tenuta il 3 agosto 2011 a Sant’Alfio, nella magica cavea naturale del centenario Castagno dei cento cavalli e davanti all’Etna illuminata dalla luna. Segno della passione che esercitava la Sicilia, isola del mito, e il vulcano in particolare, nel cuore e nella mente del grande cantautore, che aveva scelto il villaggio di Milo come patria di adozione.

«Un nuvolone di fumo densissimo aveva oscurato il cielo. Il sole divenne sanguigno e un boato fece sussultare le pendici screpolate dell’Etna. Si precipitarono giù a valle i contadini e i pastori, trascinando con sé le poche e misere masserizie e spingendosi innanzi bovi mugghianti e pecore impazzite e cani che ululavano, in un inferno di ceneri infocate, di scosse paurose e di bagliori cupi e accecanti.

“Tornate, tornate indietro! Disgraziati… La montagna sta divampando! La sciara è entrata come serpente nelle nostre case! È il giudizio di Dio, è la morte».

Ma Anfinomo e Anapio, splendidi di sudore, guizzanti nei muscoli, con l’ansia nel petto in tumulto, sfuggivano come due nibbi alle mani che cercavano di agguantarli, e salivano: salivano disperatamente incontro alla morte e contro la natura spietata. E lì trovarono i due vecchietti paralitici, accostati a un angolo della capanna, abbracciati e rassegnati a morire e felici quasi che i loro figli fossero in salvo.

“Padre, madre! Ché non sentite? Siamo qui, i vostri figli! Anfinomo, Anapio…”.

Il torrente di lava stava già per investire la capanna. I fratelli pii si caricarono sulle spalle i loro genitori, e giù, anch’essi verso la valle lontana. Si voltarono a vedere per l’ultima volta il loro tugurio che scompariva tra il fumo e le fiamme, si fermarono un poco, atterriti; ma il fuoco non lo maledissero… Poi fu una gara tremenda tra l’impeto della natura e la fragile forza degli uomini.

Vinse la natura e il torrente raggiunse i fratelli; ma la loro pietà aveva vinto nel cospetto di Dio: il fuoco si divise in due ali, circondò in una corona rossa di amore i due giovani carichi del loro pietoso fardello, li accompagnò per tutta la notte, li consegnò incolumi all’alba che schiariva, alla memoria commossa degli uomini, alle rievocazioni di Pausania, di Strabone, di Claudiano, di Ausonio, di Virgilio, al trascorrere lento dei secoli… Lassù, oltre i Pizzi Deneri, il vento canta ancora nella desolata solitudine l’immortale leggenda. E i fratelli pii, nei loro manti oscuri di sciara, vigilano, sacerdoti immortali, a guardia dei penetrali sacri del Dio».

 

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