Non e’ colpa del caldo

12 luglio 2012 – Già nelle prime ore del mattino le agenzie battono la notizia della valanga di ghiaccio che sui pendii del Mont Maudit, nel massiccio del Bianco, ha travolto un folto gruppo di alpinisti. Qualche ora più tardi, il bilancio della tragedia ammonterà a 9 morti e innumerevoli feriti. Squadre di soccorso francesi e italiane fanno tutto il possibile per recuperare, oltre ai superstiti, i corpi di quanti mancano all’appello. Tra i decessi, ci sono anche nomi importanti, come quello del londinese Roger Payne, classe 1956, uno dei più noti protagonisti dell’alpinismo esplorativo degli ultimi 25 anni, con un palmarès di salite prestigiose dall’Alaska al Perù, dal Pamir al Karakorum e all’Himalaya.

Sulla vicenda del Bianco abbiamo taciuto per giorni, ascoltando e valutando i commenti che, a proposito e a sproposito, si sono rincorsi su quotidiani, tivù e web. Ma non lo abbiamo fatto per spirito di superiorità o per presunzione. Ci sembrava giusto attendere un momento più consono per ragionare su quella triste storia. Tenendo comunque ben presente che, con le gambe sotto una scrivania e il senno del dopo, è sempre facile tranciare giudizi e individuare spiegazioni razionali. Ma qualche parola, a proposito della valanga del Maudit, va spesa.

Quasi tutti i quotidiani – ad eccezione di un fondo apparso su “Repubblica” e firmato da Leonardo Bizzaro, un giornalista che la montagna la frequenta davvero, e non solo sui sentieri – hanno cercato di spiegare il crollo dei seracchi (perché di quello si è trattato) con le temperature elevate di luglio. Persino Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente, ha ricordato che «non possiamo fermare gli eventi naturali e che è l’esposizione a temperature elevate a rendere più fragili le Alpi: il ghiaccio è un collante tra le rocce, e se si scioglie la montagna è più esposta a crolli». Qualcun altro ha invece manifestato stupore perché l’evento si è verificato alle 5.30 del mattino, il momento più freddo della giornata. Invano guide e soccorritori hanno raccontato in maniera diversa la dinamica del distacco della massa glaciale: i titolisti dei quotidiani sono rimasti affezionati all’idea che la causa dell’incidente sia da addebitare al caldo estivo, e la notizia è stata divulgata in quel modo.

E invece no. Intendiamoci: le temperature alte causano danni incalcolabili alle montagne: pensiamo per esempio alla fusione dei ghiacciai e del permafrost, all’instabilità dei pendii di terreno “misto” in alta quota, al rammollimento di creste e cornici, alle voragini che si aprono sulla superficie glaciale in seguito alla riduzione del manto nevoso, o anche semplicemente alle condizioni dei pascoli in certe stagioni. Ma nel caso del Maudit sembra essersi trattato soprattutto di una questione “fisica”: una seraccata che, con la massa glaciale circostante, tende a scorrere verso il basso obbedendo alla legge di gravità, ad un certo momento si è trovata fuori baricentro ed è crollata a valle. In altre parole, qualcuna delle torri di ghiaccio formatesi in seguito alla frantumazione della massa glaciale che scivola sugli strati rocciosi del pendio, dopo essere rimasta per un certo tempo in equilibrio instabile ha abbandonato la sua base rovinando al suolo. Una suolo tutt’altro che pianeggiante, che si è comportato come un trampolino di lancio e ha amplificato l’effetto del crollo prolungando il salto del materiale glaciale che stava precipitando.

Una situazione del genere poteva verificarsi a mezzogiorno come nel pieno della notte, con qualsiasi temperatura e condizione meteorologica. Insomma, i seracchi rimangono aggrappati ai pendii finché possono, poi prendono la loro strada. Il caldo dovrebbe avere un’influenza poco significativa su torri di ghiaccio delle dimensioni di quelle crollate. Una fatalità, dunque? No, purtroppo si tratta sempre di un errore umano. Non di un’avventatezza, come qualcuno ha scritto, ma di uno sbaglio difficilmente evitabile. Perché anche un occhio di grande esperienza ha poche possibilità di riuscire a valutare correttamente certe situazioni. Negli ultimi decenni, incidenti del genere sono capitati persino ai più forti e sperimentati ghiacciatori del mondo, gente che conosceva la montagna meglio delle proprie tasche. In ogni caso, il 12 luglio scorso, alle 5.30 del mattino, gli alpinisti non dovevano essere là. Certo, è facile a dirsi: come si fa infatti a prevedere con esattezza ogni movimento della montagna? Bisognerebbe viverci dentro e poter comunicare a tu per tu con la neve, il ghiaccio, la roccia…

Chi ha scritto che uno scalatore bravo e giudizioso è esente da incidenti, non è mai stato davvero in montagna. Con le dovute attenzioni, in alpinismo il rischio si può limitare al massimo, ma la sicurezza e la certezza dell’incolumità non sono mai garantite del tutto. Nemmeno quando usciamo a fare una passeggiata sotto casa abbiamo la garanzia totale di rientrare a casa indenni, figurarsi quando ci si muove nel mondo della wilderness.

 

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