Neve, aironi, gabbiani

di Alfio Bessone *  

Neve del 6 marzo 2012. Foto A. Bessone

Nevicare, in marzo ha sempre nevicato. A sorpresa, naturalmente, ché, proprio come quest’anno, erano già sbocciati i primi fiori. Ma per dire: mi ricordo che, quand’ero bambino, mio fratello, nato la prima settimana di marzo, aveva varcato l’uscio di casa, in braccio alla mamma, sotto una nevicata che dalla finestra non si vedeva nemmeno l’albero in fondo al cortile. Dunque, non è tanto strano che nevichi in marzo. Però qui in montagna stanno capitando cose che non capisco. E come me non le capiscono neanche gli anziani. E non parlo delle lucciole, che qui, contrariamente a quanto diceva Pasolini, non sono mai scomparse. Alla fine degli anni ’70 forse se ne vedeva meno, ma sparire, quello no. E adesso, da qualche anno sono tornate in massa, e nelle sere di luglio sembra di stare in mezzo a una festa campestre piena zeppa di luci.

No, non parlo delle lucciole. Parlo degli aironi. Da piccolo sapevo a malapena che esistevano, e li associavo ai paesi caldi. C’era una foto, sul mio sussidiario delle elementari, e avevo imparato distinguerli dalle cicogne e dagli altri trampolieri. Una volta il maestro mi aveva pure interrogato, e io gli avevo risposto che gli aironi vivevano in Africa. E lui s’era messo a ridere: era un maestro che arrivava dalla provincia di Novara, e ci aveva spiegato che gli aironi abitavano nelle risaie. E va bene: la provincia di Novara, pensavamo noi bambini delle prime classi delle elementari, doveva essere il sud, perciò proprio torto non avevamo. Crescendo, nei miei primi spostamenti lungo la pianura padana, li avevo poi visti davvero, gli aironi. Sembravano uccelli di un altro mondo, diverso e lontano, caldo e con le montagne solo sull’orizzonte, distanti. Invece, da una decina d’anni, eccoli anche qua, gli aironi. Non proprio quassù, ma sono arrivati all’imbocco delle valli, e li vedi, bianchissimi, immobili come statue nel verde dei campi di grano a primavera, senza paura delle auto o delle persone. E fa un po’ impressione vederli atterrare a fine volo. Ma non sono i soli uccelli strani. Dopo gli aironi, sono arrivati i gabbiani. Certe mattine, nei punti in cui le valli si tuffano nella pianura, ce ne sono centinaia. Volano in tondo, prendono di mira le discariche e fanno versi striduli a cui nessuno di noi s’è ancora abituato. E dire che, a poche centinaia di metri, capita di scorgere i rapaci della zona – poiane, falchetti, gheppi – o decine di gazze, anche quelle aumentate a dismisura rispetto a 30-40 anni fa, quando erano rimaste in poche. Come se fossero due pianeti che parlano lingue diverse: la montagna e i suoi animali, e gli uccelli arrivati da chissà dove.

A volte penso a cosa ci capiterà di vedere di qui a qualche anno… Dei ragazzi che stanno su agli alpeggi mi hanno parlato dei lupi e dei problemi che stanno incontrando. Io, se devo dire tutta la verità, alla storia dei branchi di lupi ci credo poco. Qualcuno magari ci sarà pure, ma credo che per lo più invece siano branchi di cani selvatici… Ma insomma, per finire il discorso, alla neve ormai non ci faccio neanche più caso, anche se ho già potato tutti gli alberi da frutta, ma la storia degli aironi e dei gabbiani, quella mi sembra ben strana. Ma forse siamo noi, quassù, che non siamo ancora attrezzati per capire. Sarà colpa del riscaldamento globale, come dicono?

Alfio Bessone è un contadino di montagna innamorato dei libri. Scrive con regolarità, ma raramente permette agli amici di sbirciare nei suoi quaderni. Stavolta ha fatto un’eccezione per Segnavia 54.

Un commento

  1. NEVE A MARZO

    Neve a marzo
    nel mio cuore in cerca di germogli
    per me,
    per te che cogli
    l’odor delle viole,
    il color di bucanevi spenti,
    di prime erbette,
    di ghirlande agli alberi dei peschi,
    di infiorescenze bianche tra gli ulivi,
    di ginestre fiorite lungo i poggi,
    tra le colline verdi maremmane
    dove l’odor dei muschi
    l’aria ancora frizzantina fende,
    ti circuisce il sole la mattina
    sulle miniere antiche splende.
    Neve a marzo
    che sa di primavera
    che già annuncia il cambio di stagione
    che invia segnali di novelli amori
    di dolori
    nuovi che arrivano a turbare ancor la mente.
    Poi l’obblio che dolcemente
    scende nel cuore e sol ricordi lascia,
    fredddi, taglienti
    come un colpo d’ascia,
    come la neve che ancora lenta scende
    e l’animo tormenta,
    a volte offende.

    Salvatore Armando Santoro
    (Boccheggiano 3.9.2012)

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