Nel Caucaso georgiano

di Roberto Aruga – Chi si avventura nella Repubblica di Georgia è attratto, nella maggior parte dei casi, dal singolare patrimonio artistico-architettonico, in molte zone dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. In effetti il gran numero di antiche o antichissime chiese (alcune risalenti addirittura ai primi secoli del cristianesimo) spesso letteralmente ricoperte di straordinari affreschi, costituisce un forte e pienamente giustificato richiamo. C’è poi una minoranza di appassionati di trekking o di alpinismo che può trovare nella catena del Caucaso un’ampia scelta di percorsi e di mete di prim’ordine.

Ebbene, dopo una visita attraverso le varie regioni georgiane, confesso che la realtà che più mi ha colpito e che mi spinge a mettere giù queste poche righe non è né artistica né alpinistica, ma umana e culturale.

Un antico villaggio nel Caucaso georgiano (foto R. Aruga).

Tutto ebbe inizio poche settimane fa, quando dalla capitale Tbilisi si decise, con un gruppo di amici, di lasciare da parte la zona relativamente molto frequentata di Kazbegi, sotto il celebre Monte Kazbek, e di visitare invece la regione poco conosciuta della Svanezia, ai piedi della più alta vetta del Caucaso georgiano, ai confini con la Russia. Dopo aver risalito il lungo canyon del fiume Enguri giungemmo al capoluogo Mestia. Da lì, con un interessante trekking o anche con circa tre ore di fuoristrada su una traccia difficile si tocca il piccolo villaggio di Ushguli (2400 m), ultimo avamposto abitato tutto l’anno prima dei ghiacciai del Caucaso. Per dare un’idea dell’isolamento di questi luoghi può bastare un solo dato: nonostante la Georgia sia ufficialmente un paese interamente cristiano, in questa valle il cristianesimo non è praticamente mai arrivato. I suoi abitanti sono rimasti fedeli ad antichi riti pagani precristiani e hanno sviluppato una cultura che vale la pena di conoscere.

Ushguli può essere la base per la salita alpinistica del Monte Shkhara (5068 m), la più alta vetta della Georgia, per esempio per la cresta nord est, relativamente frequentata e percorsa per la prima volta nel 1888 dai britannici Cockin e Roth con la guida Ulrich Almer. Anche i percorsi di trekking sono numerosi e interessanti. Ma la cosa che più colpisce (e che attira) i visitatori sono le decine e decine di torri di epoca medioevale che costellano Ushguli e gli altri villaggi di questa valle, torri abitate fino a poco tempo fa delle famiglie per motivi di difesa.

Purtroppo, come sempre succede, dopo un certo tempo in questi luoghi si inizia a prendere coscienza dei problemi. In breve: queste torri, non più abitate, non possono più venire sottoposte a regolare manutenzione dagli abitanti del luogo per motivi finanziari. Molte di esse sono ormai in stato precario e rischiano di crollare. Nello stesso tempo a Mestia sono iniziati i lavori per la costruzione di alberghi e si prevede per questa cittadina un forte sviluppo edilizio per l’immediato futuro. Ebbene, nei piani di sviluppo non è prevista alcuna forma di salvaguardia del patrimonio architettonico costituito dalle torri, che pure per il loro interesse e peculiarità assicurano e ancor più assicureranno in futuro un buon afflusso di visitatori. Tutto questo in conformità con l’eterna e miope logica dell’intascare i soldi nell’immediato, fin che ci sono, senza preoccuparsi di quello che verrà dopo. Non solo, ma anche le modeste attività ricettive degli abitanti di Ushguli e dell’alta valle paiono destinate a soccombere di fronte al richiamo dei nuovi alberghi che sorgeranno più a valle.

È ovvio che il visitatore di questi luoghi può fare poco per salvaguardare il suddetto patrimonio e anche la cultura e le attività degli abitanti dell’alta valle. Però poco non significa nulla. Se chi intende spingersi verso gli ultimi villaggi e i monti saprà resistere al richiamo delle nuove strutture ricettive e preferirà ad esse le camere che gli abitanti di Ushguli danno volentieri in affitto, unitamente all’offerta di pasti forniti nei loro ristorantini, potrà conoscere la gentilezza e disponibilità di questa gente e darà un significativo contributo alla difesa di una cultura attualmente in posizione debolissima. Una cultura che, chissà, fra qualche anno potrebbe esistere solo in quelle pagine che le guide turistiche dedicano alle cose del passato.

 

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