Ghiacci medievali

di Maria Rosa Fabbrini – Sul Po ghiacciato passano uomini, carri e cavalli. Lo segnalano le fonti documentarie in quattro delle sei stagioni che, tra il 1116 e il 1133, vedono un esteso congelamento di corpi idrici nel Nord Italia. Ma già nel dicembre del 1082 il tratto emiliano-lombardo del fiume subisce la stessa sorte che si ripeterà nell’inverno 1215-1216, segnato da un nuovo episodio di stampo polare, e nel 1355. Anche il Tanaro rimane imprigionato dal ghiaccio nell’inverno 1233-1234 e ancora nel 1305-1306. A Modena, il 21 agosto 1199 la Chronica di Bonifacio da Morano registra addirittura «una nevicata», anche se con ogni probabilità si tratta di una copiosa caduta di grandine rimasta al suolo per parecchie ore. L’intensità dell’irruzione fredda è però confermata da tre gelate nelle notti successive.

Luca Mercalli
Luca Mercalli

La siccità colpisce invece per undici mesi (dal maggio 1158 al marzo 1159) la Val Roya e il Ponente ligure, con effetti risentiti anche in Emilia e nella Bassa Lombardia. Nel 1333 un’isolata estate molto calda e secca inaridisce fiumi e canali in Valpadana, mentre nel Pinerolese e a Carignano si segnala un anno di “siccità tremenda”; episodi analoghi (con conseguenti carestie) risultano nella primavera del 1369 in Liguria e Basso Piemonte e nel 1371 ad Alessandria; tra il 1380 e 1381 si dissecano i corsi d’acqua a Torino.

A un ininterrotto periodo secco verificatosi a Piacenza tra aprile e settembre del 1186, fa da contrasto un periodo di piogge intense e grandine a Cremona nel 1187 che distrugge alberi, vigne e raccolti, uccidendo numerose persone.

Una forte alluvione travolge nel 1010 la chiesa antica e l’adiacente borgo di Arnad nella bassa Valle d’Aosta e, sempre in Val d’Aosta, a Donnas una grande frana si abbatte sul paese nel 1176 tanto da costringere i superstiti a cercare riparo più a ovest e a ricostruire il borgo attuale sotto la roccia viva che non poteva generare frane. Di una grande alluvione si racconta anche tra settembre e ottobre del 1331, lungo il corso del Po con migliaia di vittime e una piena, a Resola del Po, che dura più di 20 giorni. A Susa, nel 1375, una grave alluvione della Dora Riparia distrugge l’ospedale della Madonna del Ponte.

A partire dalla seconda metà del XIV secolo migliora la qualità e il dettaglio delle informazioni contenute nelle fonti. Si possono così riscontrare stagioni estive molto negative per l’agricoltura padana e alpina e i segni del deterioramento climatico che avvia l’avanzata dei ghiacciai alpini preludendo alla Piccola Età Glaciale (1350-1850).

Questi e altri episodi di anomalie termiche fanno parte delle 921 segnalazioni inerenti il clima del periodo compreso tra l’800 e il 1400 contenute nelle fonti archivistiche e bibliografiche che un’equipe formata da archivisti e paleografi, con il supporto e la supervisione scientifica del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino, ha analizzato trasformando le informazioni in dati numerici statistici fruibili ai fini della ricostruzione del clima medievale in area alpino-padana. Archlim, questo il nome del progetto promosso dalla Società Meteorologica Italiana Onlus (SMI), si è sviluppato tra il 2010 e il 2012 e i risultati sono pubblicati nel numero 65-66 della rivista Nimbus, organo ufficiale della SMI, diretta da Luca Mercalli.

La ricerca sfata la diffusa convinzione di una fase di accentuata mitezza climatica medievale (con relativa facile transitabilità dei valichi alpini, del tutto sgombri dai ghiacci) e orienta – in linea con la più aggiornata letteratura scientifica – alla denominazione di Anomalia climatica medievale, tenendo conto delle tante sfumature che si sono manifestate sia nell’andamento termico che in quello pluviometrico. La predominanza di anomalie di freddo è schiacciante (88% delle segnalazioni totali); gli eccessi pluviometrici (con frequenti alluvioni) prevalgono rispetto a quelli secchi (75% del totale). Infine, le numerose testimonianze di viaggi attraverso le Alpi rendono conto di attraversamenti anche durante inverni severi e in condizioni ambientali proibitive.

Nonostante le convinzioni di quanti continuano a sovrastimare il clima del Medioevo, verrebbe dunque confermata la maggiore rappresentatività del recente riscaldamento atmosferico rispetto a quello che caratterizzò i periodi intorno all’Anno Mille.

Appassionante, questo numero speciale di Nimbus è in grado di soddisfare i lettori più esigenti. Prima indagine sul versante alpino che guarda l’Italia, effettuata su base documentaria per un periodo che precede la raccolta di dati meteorologici strumentali (collocabile, per l’Italia e l’Europa, intorno al 1750), è corredata da fotografie, tabelle, grafici, rappresentazioni cartografiche e distribuzione geografica degli eventi meteo-climatici, descrizione delle fonti storiche utilizzate (edite e inedite), ricca bibliografia e, soprattutto, dal dettagliato percorso metodologico seguito dal gruppo di lavoro.

La rivista non si trova in edicola ed è distribuita solo agli abbonati della SMI. Può tuttavia essere acquistata telefonando allo 0122.641726 o scrivendo a meteoshop@nimbus.it

3 Commenti

  1. Vinicio Vatteroni

    Indubbiamente la ricerca effettuata è di grande interesse.
    Se si ripresentasse nel prossimo futuro una nuova Piccola Età Glaciale quale scenario potrebbe aprirsi per “l’uomo tecnologico”?

  2. Non credo sia scientificamente corretto andare a negare una fase di riscaldamento come quella medioevale per cercare di dimostrare che quella in atto è l’unica, decisiva, catastrofica, prossima “fine del mondo”! Popper diceva che una teoria è scientifica se “falsificabile” … Allora si cominci col fornire e discutere i dati che evidenziano come la teoria del “riscaldamento globale apocalittico” è falsificabile e non ideologica ed apodittica come invece in alcuni epigoni oggi ci appare.

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