L’uomo che giocava

Per chi ha voglia di cercare, e di conoscere, le montagne custodiscono tesori inaspettati. E in montagna si scoprono personaggi straordinari, come Giancarlo Perempruner. Ecco il ricordo che ha di lui il nostro collaboratore e amico Renato Scagliola.   

Giancarlo Perempruner è morto venti anni fa a Torino, stroncato da una forma leucemica a 55 anni. Era nato a Roburent  e aveva passato tutta la giovinezza a Cuneo; la madre insegnante ben conosciuta in città. A Torino ha lavorato per vent’anni all’Olivetti, poi ha seguito di brutto i suoi istinti e si è messo a lavorare con i giocattoli «poveri». Raccogliendo e ricostruendo i giochi in uso fino agli anni ’40, ’50. Dal 1970, fino agli anni ’90 ha fatto parte del gruppo musicale «Cantambanchi», con cinque amici. Memorabili le sue canzonacce e affabulazioni, piene di riferimenti e significati, belle storie spesse, esilaranti. I suoi strumenti bislacchi, (il «tabasso»), fatti con le zucche – altra grande passione – con rami di sambuco, cortecce, canne e legni selvatici. Nel gruppo era soprannonato «L’Uomo Primitivo», il «sarvan» delle leggende alpine, con il suo baule (fatto a mano), pieno di sorprese, oggetti sonori, sonagli fatti con le cocale, l’ornitofono, la zuccanna.

imagesIn esilio a Torino negli anni sessanta – per i casi fortuiti della vita – aveva conservato il mito della cuneesità, soprattutto per il carattere geniale e «divergente» – così lo definiva – degli abitanti della Granda. Aveva anche cominciato un’opera omnia sui grandi cuneesi nella storia e nel mondo, anche  per sfatare il luogo comune del gavass (il gozzo), e della presunta stupidità. Ma non è riuscito a finire il lavoro.

Non gli riusciva di fare niente senza comportarsi da Bastian Contrario, cercando sempre il lato nascosto delle cose. In oltre vent’anni di lavoro con i giochi di strada e non, ha messo su alcune iniziative che gli sopravviveranno a lungo, oltre a scrivere tre libri (edizioni Ldc), sull’argomento insieme a Paola Catta, realizzò una raccolta imponente (oltre quattromila pezzi), di oggetti ludici tradizionali, realizzati con materiali di scarto e naturali, oggi conservata alla ludoteca di via Fiesole a Torino e a Grugliasco. Erano per esempio, animali e soldatini costruiti con le castagne d’India, sciopet col sambuco, archi e frecce con le stecche degli ombrelli, carrettini da strada di legno con cuscinetti a sfere. Infine era arrivato negli ultimi anni al confine fra arte e artigianato, con alcune mostre allestite con oggetti e assemblaggi surreali e realizzati con materiali di recupero: cassette per la frutta, vecchi laterizi, chiodi, le zucche. Infine l’ultima mostra: «Vecchie ruggini, ottonami e manici di scopa» a Grugliasco. Con alcuni pezzi – geniali e metafisici – che non stonerebbero al Museo di arte Moderna del Castello di Rivoli.

La ballata «Automobilesimo», scritta nel ’69, denunciava tutto il fondamentalismo della cultura delle quattroruote, che sarebbe esploso in seguito, venefico, asfissiante.

Cuneese e fiero di esserlo, al liceo Pellico di Cuneo, fu compagno di scuola di Duilio Del Prete, Beppe Chierici, Franco Revelli, Aldo.A.Mola, Pier Cesare Baretti. Fu un periodo d’oro dal ’55 al ’59. Poi il trasferimento a Torino, il matrimonio, vent’anni all’Olivetti, e altrettanti di musica popolare…coi Cantambanchi. Concerti in tutto il Piemonte e fuori, i dischi, qualche passaggio in tv, le invenzioni degli strumenti bislacchi, mentre maturava la grande vocazione del gioco. E infine il salto: da venditore di macchine per ufficio a «uomo che gioca» a tempo pieno. Fonda con Paola Catta il Centro per la Cultura Ludica alle Vallette a Torino, e un altro a Grugliasco con Ivano Ciravegna, (ex del gruppo Cantovivo), e il giornalino Homo Ludens che gli sopravviverà.

Per Giancarlo la provincia di Cuneo era più che una madre terra: il padre Enrico, medico militare della Julia, morto in Russia durante la ritirata, la nascita e l’infanzia a Roburent, quando il paese non era ancora un centro sciistico, le partite di pesca in montagna col patrigno Gerbaudo, che era preside a Chiusa Pesio, le lunghe sgambate, da grande, sulle Marittime, le grandi storie di gente qualunque, le genialità di montanari, contadini, artigiani, sono stati il suo retroterra, da cui traeva la manualità e il gusto del paradosso, della trasgressione a tutti i costi. Ha insegnato a centinaia di maestre a distinguere un faggio da un bagolaro, a utilizzare foglie di meliga, ghiande e castagne, ferrivecchi e ogni genere di materiali per giocare. Cercando di inculcare il concetto che il gioco è una cosa seria e che deve stimolare la creatività, non essere uno stare a guardare un affare con le lucine, che si muove da solo e fa brrrrr, zaaazz e dlin dlin.

L’hanno conosciuto in tanti in giro per il Piemonte e in Italia. Ha portato le sue incredibili mostre e le sue esperienze in Emilia, Sardegna, Sicilia, Liguria, tessendo una ragnatela di contatti con altri  che seguivano la sua stessa strada. E’ morto troppo presto, aveva ancora un sacco di progetti, libri da scrivere, zucche da seminare. Non sopportava gli imbecilli, la burocrazia, i luoghi comuni; e i semafori, supremo esempio di meccanismo ottuso. Negli ultimi tempi diceva che voleva comprarsi un asino come animale da compagnia. Prendeva sempre tutti di contropiede con i suoi paradossi.

E’ morto troppo presto. Il figlio, Enrico jr, gli aveva appena annunciato che avrebbe avuto un nipotino. Peccato. Sarebbe stato un nonno fuori da comune. Con il suo Opinel, una manciata di castagne d’india, due cocale e una canna di sambuco, era capace di costruire giocattoli per un’intera classe elementare. Per quasi vent’anni è stato questo il suo lavoro. Insegnare a maestre e ragazzini a giocare senza comprare  giocattoli, utilizzando quello che si trova per casa, in cantina, per strada, nei boschi, e prima di tutto le zucche, che selezionava e coltivava personalmente nel suo orto di Lanzo, poi le cassette della frutta, i chiodi… Non più solo giochi, ma un’escursione riuscita tra artigianato e arte pura. Aveva anche fondato, due anni fa, complice il comune di Grugliasco, l’Associazione dei Cuneesi all’Estero, dove l’estero era appena fuori dalla Provincia Granda, e comprendeva quindi come possibili soci, tutti i residenti a Torino e oltre. Non solo, ma durante una lunga degenza al Mauriziano nel ’94 – per curarsi la leucemia che poi l’ha ammazzato – trovò il modo di costruire una serie di giocattoli utilizzando i rifiuti ospedalieri: i rocchetti dei cerotti, le fiale delle flebo, contenitori di medicinali, guanti usa e getta. Fece anche una piccola mostra itinerante nelle corsie montata su una barella. Medici e infermieri se la ricordano ancora.

Insieme al lavoro ludico, bisogna ricordare quello musicale e di spettacolo con il gruppo «Cantambanchi»: per vent’anni andò in giro per il Piemonte, facendo spettacoli in piazza, sotto le tettoie dei mercati del bestiame, in gelidi teatrini di provincia, in bilico su tamagnon attrezzati a palco, con i suoi strumenti strambi – principe il tabasso – e la zuccanna, l’ornitofono, e una sua consolle fatta di legni e cordini, carica di stranezze divertenti: nidi di cardellini, il picchio, il grattagatto… Cantava, suonava la chitarra, raccontava le sue favole mirabolanti. Una cena con Perempruner a capotavola si trasformava sempre in un happening, parola che per altro detestava, come tante altre. Ora se n’è andato, col suo caratteraccio e le sue distrazioni. Certamente sarà occupato a intagliarsi un’aureola di compensato col suo coltellino.

Nel suo orto di Lanzo, che ha curato per pochi anni, ha realizzato le più rigogliose piantagioni di zucche non commestibili mai viste in tempi moderni. Alcune le aveva costrette a crescere imprigionate in armature per avere forme da utilizzare per i giochi, gli strumenti musicali, opere d’arte. Per questa piccola violenza aveva perfino un po’ di rimorso. Ma rideva, comunque.

Aveva selezionato semi che gli inviavano da ogni parte d’Italia, e stava facendo anche esperimenti con zucche africane giganti. Mangiava malvolentieri gli zucchini, perché gli sembrava di fare un torto alle sue creature. Aveva un rapporto tutto suo col mondo vegetale. Diceva giustamente, «Ma come, se una madama parla con i gerani e il ficus va bene ed è consigliato anche dalle riviste, se invece io parlo con le zucche o con le betulle sono uno strano. Mah!» Abbiamo fatto cene memorabili nel piccolo cortile della casa di Lanzo in lunghe sere d’estate: mangiare, bere, cantare, buone atmosfere, fraterne, rilassate.

E le storie che raccontava? Geniale, un classico, la reinvenzione della calata in Italia di Annibale, dal colle delle Traversette, che finisce negli ozi di Cuneo, e non di Capua come dice la storia. Da morir dal ridere, con i riferimenti storici precisi (andava matto per la storia dei romani e dei greci), i paradossi di campanile, il tutto raccontato in un monregalese antiquato, strabuzzando gli occhi, camminando avanti e indietro, con grandi gesti. Poi la storia del capitano d’acqua dolce con sottomarino incagliato, e le vicende della prima guerra mondiale col bergamasco che aveva muscoli anche sulle palpebre, e il racconto metafisico dell’ippocastano e quello di Cenerentola con chitarra e kazoo.

E quando andavamo in giro a cantare coi Cantambanchi? Il suo cattivo rapporto con le tecnologie, lo metteva comunque  in conflitto col microfono che secondo lui funzionava sempre male. Allora si girava stizzito tirava un calcio a quello che gli capitava a tiro, e si occupava del suo altarino laico, una rustica consolle fatta di rami, nidi di cardellini, legnetti, assemblata con cordini e fil di ferro, da cui estraeva di volta in volta, Arturo trapezista, l’ornitofono, il picchio, trappole per topi, sonagli fatti con le cocale…Arnesi conservati nel suo mitico baule  che nessuno doveva toccare.

Il baule c’è ancora, nel fienile dell’Occa a Envie, trasformato in wunderkammer, con le roncole e la vecchia batteria dei musicanti.

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