Le Alte Vie dei contrabbandieri

di Erminio Ferrari* – «Nel 1946, o forse era il ’47, abbiamo portato in Svizzera sessanta pecore. Le abbiamo legate sul ghiacciaio di Seewinen, poi le abbiamo fatte salire sul ghiacciaio dell’Allalin e poi giù fino alla Britannia».

Chi non conosce i posti segua sulla cartina il percorso che da Macugnaga conduce a Saas passando dalla Britannia Hütte, osservi le quote, i dislivelli e pensi al tipo di terreno su cui si svolse quella insolita transumanza. Quando si parla di contrabbando, le parole che mi disse a Macugnaga Vittorio Marone una ventina d’anni fa estendono il significato di una parola alla complessità di un fenomeno che ha lasciato una traccia indelebile nella storia delle Alpi.Contrabbando d’altura, s’intende, di quote e fatiche che altrove potevano evitarsi. Questo, sul e attorno al Monte Rosa, fu un “andare di sfroso” non alla portata di tutti, forse perché la grande montagna e le valli che vi si attaccano contribuirono a formare una sorta di élite degli spalloni, fin dagli anni precedenti il Novecento.

Antiche case Walser a Macugnaga

Non è un caso che Vittorio Marone esercitò a lungo la professione di guida alpina sul Rosa. Ai “tempi del riso”, cioè nello scorcio finale della seconda guerra mondiale (quando le merci, contrariamente al periodo precedente e a quello successivo, passavano dall’Italia alla Svizzera), lui portava una bricolla da venti chili da Macugnaga alla capanna Betémps, l’attuale Monterosa Hütte, o al Gornergrat, attraversando il Passo Jacchini, a oltre 3400 metri di quota. Una traversata alpinistica un tempo classica, che i contrabbandieri di quel calibro facevano “rendere” anche in quel modo.

Ed erano gli anni in cui i contrabbandieri svolsero il ruolo preziosissimo e salvifico di passatori, quando, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, gruppi sempre più numerosi di fuggiaschi – militari di diverse nazionalità, perseguitati politici, e soprattutto ebrei – cercarono di riparare in Svizzera. Assoldati dai Cln locali o per altri canali (un grande organizzatore di fughe fu Leo Colombo) accompagnavano attraverso il Passo del Moro gente perlopiù ignara di montagna e comunque terrorizzata. Ricevevano, non sempre, un compenso, che copriva la fatica ma non i rischi: da una parte e dall’altra del confine la vigilanza armata si faceva più stringente e rabbiosa con l’inasprirsi della vicenda bellica.

Fu solo agli inizi degli anni ’50 che l’attività degli spalloni riprese con regolarità, inaugurando il lungo periodo delle sigarette. Allora un Primo Stoppini appena ventenne, di Vanzone in Valle Anzasca, si caricò le prime bricolle in spalla e cominciò una vita da sfrosìn della quale oggi parla volentieri e con coscienza. La montagna era già il suo mondo, seguiva i cacciatori sulle creste più impervie, e quando un vecchio contrabbandiere gli chiese di associarsi per un “viaggio”, non esitò. «Era la fine di uno di quegli inverni così ricchi di neve. Siamo entrati in Svizzera dal Passo di Mondelli e siamo rientrati dal Passo d’Antigine. Tre giorni di viaggio tra andata e ritorno». Con i valichi a oltre 2800 metri di quota.

Dovevano ancora venire gli anni in cui i contrabbandieri prendevano il treno da Domodossola a Briga, in Vallese, e venivano trasportati con un furgoncino dai grossisti fino a Saas Almagell e ancora più in su, man mano che i lavori della diga di Mattmark avanzavano e la strada di cantiere si spingeva più in quota. «No, negli anni ’50 si andava e si tornava a piedi». Moltiplicando tempi e fatica, per bocchette e cenge che oggi solo alpinisti di piede sicuro sanno affrontare- E aggiungendo, talvolta, valichi a valichi da superare. Primo ricorda di quando da Gondo, nella Valle del Sempione, portava la bricolla fino in Valsesia, transitando per la Zwischbergental (la Val Vaira degli italiani), la Valle Antrona, la Valle Anzasca, per scendere infine a Rimella. Era ancora la montagna, infatti, la via più sicura quando la Guardia di Finanza controllava gli sbocchi delle valli rendendo impossibile il passaggio delle auto caricate con le bricolle.

Sicura per modo di dire. «La Finanza aveva una Volante con gente che camminava davvero. Sapevano aspettarci in quota, nella neve, di notte quando credevamo di non essere visti». E non sempre l’incontro si risolveva con l’abbandono (molà, in dialetto) di qualche bricolla (nel qual caso lo spallone perdeva il compenso per il viaggio, ma non il valore della merce, di competenza del mandante). Quando, poche volte, ma comunque troppe, le guardie sparavano, alla fatica si aggiungeva il dramma: nel 1962, il 6 ottobre, una giovanissima guardia sparò e uccise Giuliano Olzer al Passo d’Antigine, a pochissimi metri dal cippo di confine italosvizzero.

Una guerra? No, piuttosto una conflittualità che da latente precipitava talvolta in scontro (e altre volte si trasformava in taciti gentlemen agreement: voi mollate qualche bricolla e vi laciamo tenere le altre) e che solo il passare degli anni ha pacificato. Al Passo di Mondelli è stata eretta una piccola edicola votiva a ricordo dei contrabbandieri morti sulla montagna e da decenni il 17 agosto vi si tiene una semplice cerimonia, alla quale partecipano in comune serenità ex spalloni e gli eredi dei “nemici” di un tempo, oggi presenti a Macugnaga come stazione del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.

Ma negli anni di cui parliamo, le cose andavano diversamente. I primi anni ’60 furono quelli di maggiore intensità del contrabbando. Complici una richiesta di sigarette aumentata dalle grandi città del nord e le serrate nelle industrie ossolane, un numero crescente di uomini improvvisamente ritrovatisi disoccupati riprese le vie della montagna. Nel solo luglio del 1962, Stoppini fece ventisei “viaggi” a partire da Gondo. Turmac, Muratti Pall Mall, i clienti dei ricettatori chiedevano merce buona, erano disposti a pagare. E le bricolle aumentavano di peso: «le marche migliori, con la confezione rigida, pesavano di più, e il sacco arrivava a pesare trentacinque chili e oltre».

Gli esiti di una tale diffusione del contrabbando, furono talvolta paradossali. C’è ancora chi ricorda che nel 1962, in occasione dell’inaugurazione del secondo tronco della funivia che sale al Monte Moro da Macugnaga, un alto ufficiale della Finanza volle salire fino al colle di confine per osservare il panorama, e vide salire dalla Svizzera una colonna di 98 spalloni verso il Passo di Mondelli…

È chiaro che con un ritmo del genere, il contrabbando finiva per essere un’attività a tempo pieno e non più accessoria, come era stata a lungo nella tradizione nelle valli di confine (e come consentì per un certo tempo la suddivisione in turni del lavoro in fabbrica). «Un invito a strafare, per molti giovani che si trovavano a guadagnare somme altrimenti impensabili, e che con la stessa facilità le dilapidavano», riconosce Primo.

Ci voleva dirittura e tempra per non farsene travolgere, per farsi una casa, tirar su i figli e, in fin dei conti, amare la montagna non solo come luogo di un faticato guadagno. Un amore trasmesso ai figli: Paolo, uno dei figli di Primo, è oggi guida alpina, e il padre stesso ha praticato il Rosa e le montagne attorno con pari gioia.

Perché è vero che i rischi e le fatiche, le perdite, le bassezze (Primo smise di “viaggiare” alla fine degli anni ’60, quando fu letteralmente rapinato della bricolla, ai 2800 metri del Passo di Mondelli, da tre balordi) possono rudemente levare la patina di poesia che spesso superficialmente viene spalmata sulla storia del contrabbando; ma è pur vero, come mi ha detto Piergiorgio Novellini, a sua volta ex contrabbandiere anzaschino, che «certe albe, certi colori, certe atmosfere di quegli anni sono impagabili». E per non dimenticarseli, capita che certi giorni prenda su tela e pennelli e vada a ritrarre, ancora una volta, il suo, il loro Rosa.

* Erminio Ferrari, giornalista professionista, classe 1959, è nato e vive a Cannobio. Cura le pagine di politica estera del quotidiano svizzero “la Regione Ticino”. Ha pubblicato diversi volume sulle alte terre intorno al Monte Rosa e alcuni romanzi di successo, come Passavano di là, (Casagrande, 2002) e Fransè (Casagrande, 2005).

 

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