La peste della cenere

Spettacolare eruzione dell’Etna nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile con ricaduta di cenere sul versante est. Si tratta della quinta eruzione dell’anno e della ventitreesima a partire dal gennaio 2011 quando il vulcano è ritornato in attività con una fase stromboliana dal nuovo cratere di sud-est. Gli strumenti dell’Istituto nazionale di Geofisica di Catania registrano un’intensificazione del tremore vulcanico.
Marinella Fiume ha dedicato alla copiosa caduta di cenere vulcanica questo racconto.

Non voleva proprio più smetterla di piovere dal cielo. Tre mesi ininterrotti erano davvero troppi. Roba che a memoria d’uomo in paese nessuno ricordava una pioggia di cenere di così lunga durata. I  vecchi giungevano con la memoria alla pioggia di una decina di giorni cominciata il giorno dei morti dell’anno 1928, durante la terribile eruzione  quando la lava aveva ricoperto e raso completamente al suolo la vicina cittadina di Mascali, arrivando fino al mare. Poi, per quasi ottant’anni, solo ogni tanto  pioggia di qualche ora e per qualche giorno, non più di tre o quattro. Anche l’anno prima, in estate, durante le proiezioni del cinema all’aperto, era piovuta in paese una pioggia di lapilli leggeri, ma di più grossa dimensione della cenere, come un chicco di grandine, che li aveva costretti ad assistere al film coprendosi il capo con cappellini e foulards. Ed anche  la vigilia di Natale dello stesso anno il paese si era svegliato ricoperto di una lieve coltre di fine sabbia nera, ma il vento del giorno di festa l’aveva spazzata via facilmente, lasciandola attaccata solo alla neve finta dei presepi e annidata tra le pieghe più profonde del mantello celestrino della Vergine.

Gli abitanti di Val d’Etna c’erano in fondo abituati alla cenere, ed anzi ringraziavano Dio di risparmiare loro danni ben peggiori come quelli subiti da paesi distanti dal loro non più di una decina di chilometri che erano squassati dai terremoti e i cui frutteti, i vigneti, le pinete, le sciovie, gli alberghi e le case di villeggiatura erano distrutti dalla lava. Ma a Val d’Etna neanche i libri di storia registravano eventi rovinosi di eruzioni o terremoti come quello che nel 1693 aveva distrutto tutto il Val di Noto e gran parte dell’isola, e le lave su cui era stato edificato il paese erano assai più antiche. Scosse e boati erano certo di casa nel paese posato tra le ultime colline etnee, sul lembo estremo  della   faglia  pernicana   e   innestato  sul   primo   avvio del sistema orografico del Valdemone. Ma gli abitanti si erano sempre sentiti al sicuro protetti dalla relativa distanza dalle bocche ad alta quota del vulcano nella fertile pianura distante dal mare Jonio quel tanto da sentirsi al riparo dall’onda anomala che  aveva  sommerso Ginostra  in seguito all’eruzione e alla frana del costone della sciara del fuoco, sul fianco squarciato dello Stromboli.

Eppure anche loro avevano dovuto ricorrere sulle prime alle cure degli specialisti per le noiose conseguenze di un nuovo sconosciuto malanno, che aveva colpito indistintamente tutti gli isolani in quei cento giorni da quando la Mareneve e molte altre strade erano franate o interrotte,  chiusi i porti e gli aeroporti, in seguito alla nuova eruzione dell’Etna, le cui bocche spuntavano a bottoniera sui fianchi ad est e ad ovest, in concomitanza della quale tutta l’isola aveva preso a tremare, i gorghi marini a ribollire solforosi, scogli scomparsi a riaffiorare, isolette sprofondate a riemergere  e si erano risvegliati i vulcani che, come punte di iceberg emerse dal fondo del mare, avevano dato luogo, qualcosa come duecentomila anni prima, all’arcipelago delle Eolie. Gli scienziati tranquillizzavano, assicurando che l’Etna non si sarebbe collassata e che non si trattava d’altro, secondo loro, che di una fase dinamica dell’eterno confronto tra la placca europea e quella africana, verso cui l’isola inesorabilmente scivolava; ma ciò non era sufficiente a sedare  gli effetti del malanno.

I primi sintomi erano un fastidioso prurito sulle guance e sul collo che si coprivano di uno strato  rosaceo di eritema, capogiri e ronzii alle orecchie, lieve senso di vomito e di soffocamento, come quando ci si trova su un’imbarcazione in alto mare o su un aereo supersonico, un irrigidimento dei muscoli delle gambe, come se si volesse scappare ma si fosse impossibilitati a farlo,   insonnia  e   incubi  notturni.   Dopo  i   primi   rimedi   classici somministrati, dai farmaci contro le vertigini a quelli contro il mal di mare, ai sedativi, non essendosi trovato niente di veramente specifico per la terapia, i medici si convinsero che non c’era granché da fare e la gente cominciò a convivere con il malanno e i fastidi cronicizzatisi.

Dopo cento giorni di quella pioggia di cenere, del resto, gli abitanti di Val d’Etna si erano ormai felicemente rassegnati a tutto, come ad uscire sempre con l’ombrello  anche se  in realtà  quella che  pioveva non era pioggia, ma sabbia fine e asciutta. Sin dal 26 ottobre di quell’anno, intelligenti e laboriosi com’erano, avevano messo in atto ogni misura per fronteggiare i rischi di una convivenza forzata e continua con la cenere: mascherine per riparare le prime vie aeree dell’apparato respiratorio, occhiali da sole per proteggere  gli occhi esposti alle congiuntiviti provocate dalla polvere finissima di carbonio e silicio, cappellini  per  coprire  i  capelli  e  la  cute,  stivaletti  perché  a volte, in quella stagione, pioveva anche acqua dal cielo e, mescolandosi con la sabbia nera ammonticchiata per le strade, determinava il formarsi di uno strato di fango. I miopi avevano un bel da fare a ripulire continuamente i loro occhiali da vista che spesso si graffiavano e diventavano inservibili per i granelli di sabbia che si insinuava persino nella fessura nella quale le lenti si innestano alla montatura. Ma, a poco a poco, gli abitanti, assuefattisi ed adattatisi alla nuova situazione,  prendevano anzi a cambiare molte delle loro abitudini: le massaie, ad esempio, non stendevano più il bucato al sole sui fili che sporgevano da balconi e finestre, ma sui piccoli stenditoi riparati dai sottotetti o dalle verande o dentro casa. Anche sui minuscoli orti dietro le case, a ridosso dei cortili, venivano stesi come si poteva strati di cellophane trasparente per riparare il ciuffo di   lattuga   o   ruchetta  o  basilico,   il   rampicante  di   rosa canina, l’alberello di limone. Ci si abituò persino al buio a mezzogiorno, il cielo, infatti, era ricoperto tutti i giorni da una foschia e da una densa nube nera che rendeva  invisibile anche il pennacchio di fumo e cenere che stazionava perennemente sul vulcano la cui vetta, tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre, si era cominciata a riempire di neve. A sciare, tuttavia, quel Natale dovettero rinunciare tutti i patiti della montagna e delle settimane bianche.

Ma l’emergenza dei primi tempi con le continue scosse di terremoto, i boati che tenevano desti la notte, il magma che scendeva alla velocità di diversi chilometri l’ora, seppur le colate non si erano fermate del tutto ma avevano solo rallentato la corsa, aveva ceduto il posto a un’illusione di normalità, alla quale non poteva essere  estraneo  l’intervento  miracoloso  di  santi  ignifughi sperimentati, come l’abate Egidio, Alfio e la martire Agata col suo possente velo (scartato solo San Leonardo, che aveva permesso la distruzione della città  di  cui  era  patrono,  e proprio il  giorno della sua festa ). Anche le  abitudini  alimentari  cominciarono  a  mutare:  si  mangiava  poca verdura e insalata perché occorreva sprecare troppo tempo e troppa acqua per liberarne le foglie dalla cenere nera. In compenso,  gli agrumi erano a buon mercato e potevi ricevere in regalo delle borse di plastica ricolme di arance, mandarini e limoni poiché nessuno al mercato all’ingrosso comprava frutti le cui bucce erano irrimediabilmente danneggiate dalla sabbia nera e, visto il costo della raccolta, i produttori preferivano lasciarli sugli alberi a marcire. Gli agronomi, gli agricoltori, gli sfaccendati passavano lunghe ore a dissertare sui possibili e irreparabili danni che  avrebbe potuto causare ai terreni quell’enorme quantità di cenere che mutava l’equilibrio della composizione dei suoli.

I vecchi che non  volevano  perdere  l’abitudine di masticare tabacco o di fumare il sigaro o la pipa al sole, riparandosi solo il capo con la coppula, erano costretti a sputare tabacco e sabbia. Anche le bambine, dopo un po’ che erano rimaste allo scoperto, assumevano le sembianze della Cenerentola della nota fiaba che le mamme e le maestre continuavano a raccontare loro per farle serenamente rassegnare alla nuova fastidiosa situazione.

Dopo cento giorni di quella peste, nessuno più  sembrava  opporre  resistenza,  come  quei  vecchi che, in piena estate, si rassegnano alle mosche che si appiccicano loro addosso e non fanno più alcun inutile tentativo per cacciarle o difendersi. In breve, l’emergenza diventò normalità, la rassegnazione abitudine, tanto che tutti finirono per non lamentarsene nemmeno più e, a poco a poco, l’argomento “cenere” fu cancellato anche dalle più comuni conversazioni della vita di tutti i giorni e, così come scomparve dai discorsi, scomparve dai giornali e dai telegiornali, scomparve dalle vite di tutti e di ognuno,  anzi, più ne continuava a cadere, più scompariva, non la vedevano proprio più.

Al duecentesimo giorno nessuno sembrava accorgersi di vivere su un altro pianeta: per le strade la sabbia aveva raggiunto l’altezza di mezzo metro, le automobili non si mettevano più in moto. Del resto si usciva ormai di rado, a piedi, gli stivali a mezza coscia,  ammassata qualche provvista nelle abitazioni, anche perché nessuno più aveva l’animo di spalare la cenere dai portoni, e per le strade si poteva andare incontro a pericoli di crolli, in quanto i vecchi solai, non sopportando il peso, cedevano e le grondaie, le caditoie e i tombini erano otturati. Neanche i contadini si recavano più a lavorare in campagna perché, sotto la pesante coltre nera, la terra si era come desertificata. Chiuse le scuole, chiusi gli ospedali, chiuse le chiese, chiusi i negozi e i bar, gli abitanti di Val d’Etna vivevano in quarantena  gli effetti della peste della cenere a cui ormai soggiacevano inerti, anch’essi nient’altro che indifferenti, freddi granelli di sabbia e cenere.

La prima fu Menica la pazza, un’anziana barbona che si raccoglieva tutti i gatti randagi d i quel paese dove era capitata tanto tempo prima e da cui non si era più allontanata e dormiva spesso su  una  panchina  dei  giardini   pubblici.  Anche  quella  notte  vi  si distese supina, ed era un letto soffice come non mai per la gran quantità di sabbia e cenere nera che la ricopriva. Quella notte cadde talmente di quella sabbia mista a cenere che Menica ne fu completamente coperta. La trovarono l’indomani, per caso, due vecchi che volevano sedere su quella soffice panchina, riconoscendola appena dalle scarpacce che penzolavano dalla stessa e la lasciarono riposare senza disturbarla e senza pulirle il viso e la bocca dalla cenere. Accanto, immobili come piccole statue di sale, i suoi gatti, quattro o cinque, invisibili perché anch’essi completamente coperti di cenere.

Poi, a poco a poco, intere famigliole contagiate seguirono l’esempio: la notte si stendevano sulle panchine pubbliche e l’indomani li trovavano sepolti dalla cenere. E così, in pochi giorni, tutti gli abitanti di Val D’Etna.

Raccontano che nel continente appena sommerso, la nuova Atlantide che chiamano Etneide,  a ridosso delle coste africane, si presenti agli esploratori degli abissi una graziosa collinetta nera e qua e là luccicante come sale, situata proprio dove una volta sorgeva Val  D’Etna,  un paese tranquillo  e sicuro, un tempo popolato da gente felice e laboriosa decimata dalla peste della cenere, distante tanto dai crateri del vulcano, quanto quel poco che basta dal mare per esserne protetta dai pericoli.

3 Commenti

  1. Meo De Zio

    Erano le cinque del mattino del 1 Aprile e sono stato svegliato dagli enormi boati che facevano tremare i vetri delle finestre.
    Non capivo bene, eppure non c’erano auto che transitavano per la via, ma le vibrazioni continuavano.
    Dopo un po’ mi sono reso conto, collegando i boati alle vibrazioni, che doveva essere l’Etna. Infatti, mi trovo proprio in Sicilia, ai piedi dell’Etna, da dove scrivo e per me non è normale registrare questi fenomeni come naturali.
    Ormai sveglio, mi vesto velocemente e salgo in terrazza. Lo spettacolo è incredibile. E’ ancora buio e lungo il pendio del “Mongibello” lingue infuocate di lava colano giù a valle mentre un pennacchio di cenere, disegna nel cielo una scia che il vento orienta verso sud-est. Intorno al caseggiato tutto è normale e si dorme aspettando le prime luci dell’alba; segno che per la gente del luogo tutto rientra nella normalità.

  2. Dicembre del 1991. L’Etna era in piena eruzione. Ecco i miei pensieri di allora:
    «Solo nella zona di Catania vengono accesi i falò davanti alle chiese nella notte di Natale. Falò enormi alimentati da radici e tronchi d’ulivo. Non è bastata una notte e neppure la pioggia battente per addormentare il fuoco che ha continuato a modellare il suo scheletro di brace fino al mattino. Quella brace mi fa pensare alla colata lavica. Improvvisamente vedo, sento e capisco il patto d’intesa tra l’uomo e la natura. La gente qui è abituata da secoli a dialogare con il gigante. Ne conosce il respiro, i sussulti dell’anima, riconosce l’odore delle sue ferite, avverte i picchi di febbre, accoglie la quiete delle tregue ma tiene pronto lo sguardo e tutti i sensi.
    Il gigante ha lavorato nella memoria notturna e nelle veglie diurne. Ha raggrumato paure e sciolto la fantasia. Millenni di cesello silenzioso hanno reso unica la gente di questa terra. Così per la notte della nascita di Cristo l’uomo ha copiato la natura e ha scelto legno d’ulivo. Duro e tenace, consuma lento.
    Mi sono spinta verso il gigante lungo una strada asfaltata che presto finisce. Dalle nuvole nere scende una tormenta di neve. La montagna è nascosta. Scendo e risalgo in un solco laterale. Finalmente la colata si lascia incontrare: un odore di terra e fuoco taglia l’aria gelida».

    1. senzio mazza

      1961. Eravamo ad ascoltare in una piazzetta i dischi di un juke-box appena arrivato a Linguaglossa. Improvvisamente senza alcun preavviso sismico dal cratere Centrale dell’Etna fuoruscì una colonna di fumo aggrovigliato e composito da sembrare una esplosione atomica. Erano i tempi della “guerra fredda” tra Occidente e Unione Sovietica. Il fumo cresceva nell’aria espandendosi a forma di un grande fungo. Poiché da Linguaglossa non si vede il cratere centrale in prospettiva sembrava che fosse stata lanciata una bomba atomica su Catania. Dopo il primo istante di panico abbiamo compreso che a dare spettacolo era la Grande Madre Etna. Il fumo coprì il cielo e cominciò a cadere sabbia mista a pietrisco. In pochissimo tempo le strade e i tetti furono coperti da un notevole strato di cenere. Il pennacchio salì in alto per diversi chilometri tanto che i giornali dell’epoca scrissero che la cenere, trasportata dalle correnti d’aria, era giunta fino ad Alessandria d’Egitto. I vulcanologi spiegarono che si trattava di una “stappata” del cratere centrale inattivo da qualche anno. Come sempre, all’istante tanta paura. Ma quando la Grande Madre si placa è vera gioia contemplarla nella sua maestosa e unica bellezza!

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