La lezione di Güstìn

di Alfio Bessone – Non scrivo su questo blog da lungo tempo, e mi spiace. Un po’ di scoramento, le cose che non vanno come ho sempre sperato. Gli stessi problemi di sempre, e neanche un barlume di speranza per questa vita che si consuma quassù in montagna. Ho cercato di leggere, di confrontarmi con gli altri, nella lunga estate appena passata, calda senza variazioni significative. Con l’erba che diventava ogni giorno più secca e ingialliva in piedi. Una desolazione. A settembre, anche in alto, il paesaggio era un brutto spettacolo. Tutto bruciato che sembrava di essere in nord Africa. Le bestie sono scese in basso prima, quest’anno, per le vacche c’era poco da mangiare. Adesso sono tutte qui intorno, nei prati, dov’è bastata qualche pioggia per far rinverdire tutto. Ma l’aspetto del paesaggio era solo l’aspetto esteriore della questione.

DSC_0004Il motivo del mio ritorno su segnavia.com è presto detto. Un giorno, a inizio autunno, scendevo la rifugio Quintino Sella al Monviso. Era una giornata nebbiosa. Al limite del Lago Fiorenza, prima di affacciarmi sull’ultimo pendio che dà sul Pian del Re, in lontananza ho visto un’ombra. Saliva piano, con regolarità. Era un uomo, un anziano, con i capelli lunghi e la barba che gli arrivava al petto. Candidi entrambi, sia la barba sia i capelli. Mi è passato vicino ma non si è accorto di me. Ho capito subito che era lui, Güstìn. Non l’ho salutato ma l’ho fatto per discrezione. Era tutto assorto nei suoi pensieri e, a interrompere quell’intimità, mi sarebbe sembrato di violare la sua sfera personale. Mi sono fermato a osservarlo che lui era già di spalle. Camminava lento, senza nemmeno la giacca a vento. Poco prima avevo visto escursionisti imbacuccati come neanche d’inverno, e lui si muoveva calmo, senza il minimo segno di disagio.

Güstìn è un vecchio alpinista piemontese, lo conoscono tutti da queste parti. Ha 86 anni, la punta dei piedi amputata per via di un congelamento sul Monte Bianco e una lunga relazione di affetto con la montagna. Ha lavorato alla Fiat per una vita, e tutti lo conoscevano come “l’alpinista della bici”. Perché fino agli anni ’60, prima che si comprasse la macchina, Güstìn saliva in montagna con la bicicletta. E andava dappertutto: Cervinia, le Valli di Lanzo, le Alpi Cozie, le Marittime, persino le Dolomiti. Ma non pensate a una bici da corsa. Mi hanno raccontato che girava con un rudere senza cambi di velocità. Una forza della natura. Tre mesi fa l’ho ascoltato a una delle tante feste per i 150 anni del Cai. Gli avevano chiesto della sua vita, delle sue scalate. Che storie sono venute fuori, quella volta…

Così, insomma, quel giorno, non sapevo bene cosa fare. A un certo punto ho pensato di chiamarlo, ma sono rimasto in silenzio. Forse per discrezione, forse per timidezza. Pensando a me stesso mi sono anche vergognato un po’. Per due mesi mi sono rivoltato tra i miei problemi, ragionavo sulla speranza che mi sembrava sparita per sempre, su un futuro che non si sa cosa ci poterà, sulla vita grama di molti ragazzi (o ex ragazzi) che come me si arrabattano a vivere in montagna. Ma quell’incontro mi ha rasserenato. Vedere un uomo che a quell’età arranca ancora su sentieri così ripidi mi ha riconciliato con il mondo. Sarebbe avere la stessa tempra di Güstìn. E non parlo solo della forza fisica…

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