La guerra da Balme

Anche noi di Segnavia54 vogliamo celebrare l’anniversario della grande guerra. E per farlo vi segnaliamo un prezioso libretto pubblicato da una piccola casa editrice di montagna, Uja Editrice, che dal 2010 – come è facile intuire dal toponimo Uja, che significa ago e per estensione punta aguzza –  presta particolare attenzione alle valli di Lanzo e alla loro storia. In “Presto io parto”, Gianni Castagneri e Marco Sguayzer raccontano le guerre dal punto di vista degli abitanti di Balme tra il 1792 e il 1945. E il prezzo pagato da questo piccolo centro alla follia degli anni 1915-18 fu davvero pesante. Lasciamo la parola alla presentazione del libro.

Chi vive in luoghi marginali, “fuori dal mondo”, è spesso persuaso di essere al riparo dalle grandi sciagure delle Storia, quasi fosse un diritto acquisito. Il passato dimostra però che questa ipotesi non è quasi mai vera: spesso, gli eventi di maggior rilevanza hanno invece effetti che riversano le proprie conseguenze, talvolta in modo anche proporzionalmente più intenso, sulle vicende familiari e delle comunità più remote ed isolate.
La ricerca ha permesso di evidenziare come sia stato versato sangue balmese pressoché in tutti i conflitti che hanno stravolto l’Età contemporanea.
La “grande Storia” sembra da principio non riguardare i montanari, ma presto questi ultimi si trovano, loro malgrado, a esserne protagonisti e spesso vittime. La tragedia dei giovani, chiamati a servire una patria matrigna che solo quando è stretta dalle necessità belliche si ricorda di loro, diviene allora il dramma delle famiglie e della comunità tutta.
Il prezzo pagato da un piccolo Comune come Balme, in termini di soldati combattenti e di morti in guerra è sproporzionato. Le cause dello spopolamento e della mancata rinascita di molti insediamenti di montagna possono essere imputate a diversi fenomeni, ma nel nostro caso la componente bellica ha influito con particolare intensità.
Quanti di quei ragazzi caduti, lasciati al loro vivere quotidiano, avrebbero potuto creare nuove famiglie, dar vita a iniziative e attività, sviluppare progetti ed interessi che avrebbero impresso un corso diverso alle vicende balmesi. Quanti muri sarebbero rimasti in piedi, quanti sassi rimessi al loro posto avrebbero impedito disastri ambientali più devastanti di quelli prodotti da cannoni e mitraglie. Quanti bimbi sarebbero nati e cresciuti con la forza del sorriso, quante persone non si sarebbero abbandonate all’apatica angoscia di una tragedia. Di quelle perdite mai nessun governo ha pagato le conseguenze umane e materiali.
La montagna ha dato alla Patria i suoi figli migliori ed ha avuto in cambio abbandono, trascuratezza e ulteriore marginalità. I nomi incisi sulle lapidi sono e rimangono il grido disperato di mancati ritorni, di vite spezzate, di villaggi distrutti da autorità sempre esigenti nel chiedere, mai generose nel restituire.
“Presto io parto” costituisce un atto di reverenza e un ricordo appassionato, un’accusa contro l’inciviltà della guerra e il segno di un tempo che mette, finalmente e per sempre, al bando questa pratica barbarica di risoluzione delle controversie tra i potenti.

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