La grappa alla vipera

Non è il titolo dell’ultimo noir appena comparso in libreria, ma quello di un recente libro di Renato Scagliola, “vecchio” cronista prima alla “Gazzetta del popolo”, poi a “Stampa Sera” e da ultimo alla “Stampa”, da sempre frequentatore delle valli e delle terre “marginali” del Piemonte occidentale. Un libro che la quarta di copertina definisce «un portolano squilibrato, con storie di adesso e di anni fa, venti, trenta, magari di più, utili se non altro per vedere quanto, nel frattempo, c’è di cambiato in giro». E ancora: «Niente di serio. Ogni tanto c’è anche da ridere. Lunghe o brevi camminate in montagna, giri in pianura, tra i paesi, i mercati, quel che di bello è rimasto nella provincia». Grappa alla vipera (Giancarlo Zedde editore, pp.223, 17 euro) è un taccuino di viaggio, una raccolta di riflessioni, ricordi, incontri, chiacchiere, sensazioni, storie: «robe poco sportive, solo il piacere di muoversi a piedi tra boschi e praterie, annusare le fioriture nei pascoli di giugno, l’odore pungente di un gregge di pecore o di vacche al pascolo». A noi è piaciuto. Ma siamo partigiani: conosciamo Renato da tanti anni e abbiamo imparato ad apprezzarlo e a volergli bene. In ogni caso il libro è proprio bello e si legge bene, anche saltando le pagine o cominciando dal fondo, perché la raccolta delle «piccole storie» di Scagliola non segue un filo cronologico e ha mantenuto, anche nella forma della scrittura la stesura sul taccuino. Proprio come facevano i giornalisti prima che arrivassero computer, palmari e tablet, solo con la penna e un quadernetto.

Quelle che seguono sono le righe che Renato ha voluto regalare ai lettori di Segnavia 54 che ancora non conoscono La grappa alla vipera.

Chi fosse interessato alla presentazione del libro, si annoti due date: venerdì 16 novembre alla Dogana Reale di Bobbio Pellice e venerdì 14 dicembre, ore 17.15, alla Biblioteca civica di Saluzzo.

 

di Renato Scagliola – Parlando giorni fa con Alberto Salza, eretico antropologo torinese, autore della trilogia sulla disumanità (ultimo libro: Eliminazioni di massa, preceduto da Niente e Bambini perduti sui problemi africani), mi faceva notare che il titolo La grappa alla vipera, non è incoraggiante come segno dei tempi passati e presenti. È vero.

Effettivamente può essere una lettura, io invece pensavo solo a una vecchia abitudine montanara, tipica della cultura alpina, rustica e sanguigna, dove la forza e la virilità si manifestavano anche bevendo una porcheria persino brutta da guardare. Quindi una roba simbolica, come il piccolo che significa il grande.

Comunque la storia è solo una delle tante presenti nel libro, venuto fuori quasi da solo a forza di mettere giù appunti e considerazioni, che sembrano slegate, mentre mi sono accorto che c’è un filo rosso che lega tutto quanto. Dalla devastazione del territorio, comprese Langhe e Monferrato, alle periferie di comuni grandi e piccoli che amministratori incapaci e disonesti hanno realizzato con supremo disprezzo dell’armonia e di un minimo di bellezza, concetti arcani, difficili… Piccole indagini sulla campagna, contadini che sono passati dalla vecchia trebbia sull’aia al computer e al laser per spianare i campi, pastori che fanno formaggi in alpeggio che finiscono nelle botteghe di Eataly e panettieri che fanno buone pagnotte…

La montagna è ovviamente tema importante, frequentata fin da ragazzo, dove sono sempre stato non bene ma benissimo, in santa pace e libertà, meditando anche sul passato dei nostri antenati che si sono ammazzati per secoli per sopravvivere con due castagne, un po’ di formaggio, polenta. E noi passeggeri d’altura, commossi dai segni lasciati, terrazze, frazioni deserte e pericolanti, cappellette, ci interroghiamo senza darci risposte su questo mondo in dissolvimento e non salvabile.

Nell’insieme viene fuori anche il decesso dell’etica e della buona educazione, l’invadenza della burocrazia che dalla pianura va a infettare anche gli alpeggi e i rifugi.

Portando in alto il peggio dei prodotti avariati di un progresso bottegaio che sembra dover crescere all’infinito fino a scoppiare. Temi affrontati anche con sarcasmi e cattiverie, sapendo purtroppo che è una battaglia persa. Gli stupidi sono tanti, prepotenti e invincibili.

Poi ci sono gli amici, come quel Giancarlo Perempruner col quale ho camminato e arrampicato per tanti anni nelle valli di Cuneo scoprendo un territorio per me incantato, e poi andare in giro coi Cantambanchi, combriccola di amici musicanti ancora saltuariamente cantanti per gioco e divertimento. Il lavoro di giornalista che mi ha insegnato a fare domande, ascoltare, e trattare con la gente, cercando di capire, accumulando solide amicizie diverse ma tutte legate in qualche modo…

E la resistenza intesa anche come vicende di uomini messi di fronte a scelte inimmaginabili per noi, poi delusi e scoraggiati dal dopoguerra, e con la scoperta di un cugino comandante GL nell’astigiano, mai nominato in famiglia dopo la guerra.

Allora viaggi a corto raggio, perché dopo aver conosciuto luoghi remoti, foreste e deserti, ed esserti tolte le voglie giovanili di lontananze, c’è il grande gusto per l’indagine dietro casa, magari pedante, sapendo che comunque, per quanto uno sia attento e curioso e ficcanaso, non riesce mai a sapere abbastanza, perché ogni luogo e persona, ha i suoi segreti e miserie.

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