Il km zero non basta

di Alfio Bessone – Abbiamo avuto un’estate lunga e sempre molto calda. In certe zone gli alberi sono ingialliti ben prima del normale, l’erba si è seccata in piedi, e per pastori e allevatori non è stata una bella stagione. Anche il raccolto di patate è stato scarso, tutta roba piccola. Colpa della siccità.

Le alte temperature hanno portato quassù più visitatori del solito. Gente a piedi e in mountain-bike. Tante persone. Dicono tutti che c’è la crisi e che ormai le ferie sono quelle che sono, qualche giorno di tranquillità a non più di cento chilometri da casa, giusto per respirare un po’ d’aria buona, prendere il fresco e non penare alle ristrettezze economiche che l’autunno sembra promettere. Come se qua la crisi non ci fosse.

C’è, c’è anche qui, altro che storie. È solo che ci si lamenta il minimo indispensabile. D’altra parte ci abbiamo fatto l’abitudine, in tutti questi anni, perché in montagna, per lo meno da queste parti, di ricchezza non se n’è mai vista. Forse nelle valli del turismo e dell’industria della neve, ma qui no. Qui la neve non porta soldi, anzi…

Nei paesi di montagna il consumismo ha messo radici solo nella testa dei pendolari, che sono costretti a dividersi tra la vita di città e le notti e i giorni di festa trascorsi lontano dalla metropoli. Gli altri, no. Chi non si abbevera di pubblicità e non ha occasione di farsi irretire dai modelli di vita proposti dal supermercato, ragiona in maniera diversa. Ha meno bisogni. I problemi veri sono quelli legati ai posti di lavoro che nelle valli scarseggiano. Ma chi è costretto ad arrangiarsi con i lavori della montagna, ha imparato ad accontentarsi.

A proposito. Quest’estate abbiamo anche fatto i conti con la fissazione del chilometro zero. Tutti che volevano prodotti locali e che ti spiegavano la loro filosofia. E la cosa, in linea di massima, è più che condivisibile. D’altra parte che senso ha consumare l’acqua minerale che arriva dal centro Italia e mangiare fragole coltivate chissà dove, se qui trovi tutto quello che ti serve e puoi mangiare cibi di stagione? Insomma, ho incontrato gente rigorosissima, perfino un po’ fissata. E qualcuno talmente esagerato, che neanche gli ultras del calcio… Ma ragioniamo: non si può vivere esclusivamente di prodotti locali. Su qualcosa bisognerà pur cedere. Basta non esagerare. Perché, se ci pensi, dov’è che da noi trovi il caffè o il tè?

Ma c’è un altro aspetto del problema che viene poco considerato. Va bene il chilometro zero. Ma perché non guardare come sono coltivati ortaggi e frutta? Siamo sicuri che i prodotti locali siano tutti buoni, genuini e tirati su senza pesticidi e concimi chimici? Anche in montagna, ci c’è frutta e verdura assolutamente raccomandabile, e altra meno. Mica per dire, ma bisogna imparare ad aprire gli occhi, che diamine. Come si fa? Tanto per cominciare, ci si informa, si parla, ci si fa raccontare. E poi si guarda. È difficile che la roba biologica, quella concimata col letame, abbia le dimensioni e l’aspetto estetico dei prodotti offerti dalla grande distribuzione. E poi c’è il gusto degli alimenti, che non mente. Se pomodori, patate e mele, tanto per fare un esempio, sono belli ma non sanno di niente, è facile tirare le conclusioni. Al contrario, ci sono certe mele, ad esempio, che a vederle scappa da ridere, in confronto a quelle rosse e belle gonfie dei supermercati: ce ne vanno quattro o cinque, per competere con la misura delle altre. Ma avete mai provato ad addentarle? Capita come con le ciliegie: una tira l’altra e non smetti più di mangiare. L’ideale è infilarsele in tasca quando si va a camminare in montagna: tolgono la sete e placano la fame. Ci sono giornate in cui non hai bisogno di nient’altro. E a proposito: altro che chilometro zero, l’unica strada che fanno, le mele di cui parlo, è quella tra il ramo e la cavagna.

 

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