Incubi artici

Il ghiaccio dell’Artico continua a fondere e l’immensa regione polare dell’emisfero nord cambia lentamente aspetto. Qualcuno sostiene che nei prossimi decenni le condizioni ambientali potrebbero garantire nuovi corridoi di comunicazione navale e permettere lo sfruttamento delle risorse di quella fetta del globo per millenni rimasta lontana dagli interessi del mondo civilizzato. La riduzione delle banchise renderebbe infatti accessibile l’enorme tesoro energetico oggi ancora imprigionato dai ghiacci.

Ma cosa dobbiamo aspettarci? Il riscaldamento globale del pianeta fa presagire scenari apocalittici, e quali sono le reazioni internazionali di fronte a un quadro del genere? Di sicuro, poco giudizio. Anziché studiare nuove politiche ambientali e strategie di contenimento delle emissioni di anidride carbonica causate dalle attività umane, si pensa a saccheggiare le ultime zone widerness della Terra. La possibilità di mettere le mani su nuovi giacimenti di gas, petrolio e minerali che, secondo gli esperti, rappresenterebbero circa il 25% delle riserve del globo, sta mandando in fibrillazione i paesi affacciati sull’Artico e scatena appetiti giganteschi. Ma le rivalità internazionali non riguardano solo le risorse: si accentrano anche sulle nuove rotte commerciali che attraverseranno la regione.

Insomma, prossimamente il Mar Glaciale Artico assumerà un ruolo strategico di primo piano e costituirà uno scacchiere di importanza fondamentale per il futuro delle relazioni diplomatiche tra le maggiori potenze mondiali interessate ai suoi giacimenti. Qualcuno ha già ipotizzato un nuovo Great Game internazionale con tanto di spionaggio e di estrazioni petrolifere condotte nel segreto più totale. Una sorta di nuova Guerra Fredda.

Nella primavera dello scorso anno, i ministri degli otto Paesi del Consiglio Artico (tra i quali Russia e Usa), istituito a Ottawa nel 1996, hanno siglato in Groenlandia una prima intesa sulla gestione dell’area geografica. Da notare che la Russia ha interessi enormi nella regione polare, che fornisce allo Stato il 14% del Pil, l’80% del gas naturale e il 90% di nickel e cobalto.

In Canada, tre settimane fa, Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca, Norvegia, Svezia, Islanda e Finlandia hanno iniziato i colloqui per la spartizione militare dell’Artico. Una discussione limitata per ora a regolare le rotte commerciali, riconoscere i rispettivi insediamenti, prevedere operazioni di soccorso congiunte. Qualche quotidiano, nei giorni scorsi, ha riferito che sta iniziando la militarizzazione dell’Artico. Come dire: si prevede un nuovo scenario da incubo. E dovremmo anche ringraziare di aver scongiurato una nuova guerra mondiale? Ma noi ci chiediamo anche cosa capiterà all’ambiente polare di fronte all’ingordigia degli interessi commerciali e che ne sarà delle popolazioni che vivono sulle coste delle terre emerse della regione? Ci attende un futuro fatto di sottomarini nucleari, di estrazioni petrolifere off-shore e di insediamenti militari? E, in ogni caso, gli accordi internazionali basteranno a tenere a bada la corsa a quell’oceano che, un secolo fa, fu teatro delle esplorazioni romantiche dei pionieri diretti verso il cuore dell’ignoto?

 

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