Tradurre Kurt

Tutti conosciamo i libri di Diemberger. Ospitano parecchie delle pagine più belle della letteratura alpinistica, proprio come “il settimo senso” che il nostro direttore Roberto Mantovani ha recensito qui. Ma la maggior parte di noi li conosce solo in italiano. Chissà come saranno, nella lingua madre di Kurt, e come suonerà la costruzione delle frasi originali in tedesco. Per capirne di più, abbiamo chiesto aiuto a Tona Sironi, prima moglie di Diemberger e traduttrice di numerosi libri del noto alpinista.

di Tona Sironi – La traduzione di un testo di Kurt da un certo punto di vista assomiglia a un gioco d’azzardo. Le parole sono lì, sapientemente costruite, ben associate, prevalentemente lunghe, come vuole la lingua tedesca. Le frasi sembrano un castello medioevale tutto torrioni, archi, sporgenze, incastri fra i quali spuntano ciuffi d’erba, fioriscono rose e gelsomini e le fontane zampillano. È un insieme armonico, ma di non facile comprensione per chi non è cresciuto nella lingua di Goethe e l’ha invece appresa nel corso di una vita avventurosa in parte al suo fianco. Talora infatti il mantenere intatto il filo del discorso richiede un certo sforzo e un’attenta rilettura che allo stesso tempo te ne fa penetrare meglio il significato anche più profondo. Queste sono per me la lingua e lo stile di Kurt.

Fantastico, vorrei definirlo, anche se più che alle torri del castello medioevale sarei portata a pensare ai torrioni che si trovano in montagna, quei pinnacoli sui quali lui si è arrampicato per tutta la vita, a quelle immense cattedrali su cui è salito quando ancora pochissimi, per non dire nessuno, pensava di arrivare a 8000 metri senza ossigeno e senza portatori.

Definire stupende le emozioni che la lettura di Kurt suscita è poco. Mentre leggi, godi le immagini che lui risveglia in te, gli echi che fa risuonare nella tua mente, con la ricchezza delle descrizioni, l’immediatezza dei dialoghi, lo humor che traspare anche nei momenti più avversi, con gli avverbi e gli aggettivi collocati al posto giusto, nessuno di troppo, nessuno che manca.

Poi sfogli le pagine e trovi le fotografie. Perfette, potenziano le immagini che lui ha già evocato introducendoti in quel mondo misterioso e affascinante nel quale lui si muove a suo agio. Ti comunica perche lui è sempre andato in montagna, come questa sia sempre stata parte della sua esistenza, da quando andava a cercare cristalli o, neofita, tratteneva orgogliosamente con la piccozza infissa nella neve il suo compagno che «finalmente» era scivolato e stava precipitando.

Nelle sue pagine Kurt ripropone la sua vita, nel bene e nel male, senza farne mistero, e questo ti affascina. Ti senti parte di lui, della sua esistenza, ne condividi le gioie, le ansie, le perplessità, i successi.

Se lo leggi ne sei partecipe, ma se lo traduci ne diventi parte. E qui comincia il bello, perché le pagine che tanto ti hanno affascinato le devi portare in una nuova lingua, devi trasferire in una favella dolce e fluida, la dovizia delle parole composte, apparentemente ostiche e non di rado ripetitive, che nella lingua tedesca sono un intreccio sapiente ed elegante.

Quando cominci a tradurre ti imponi di essere fedele al testo, di trasferire nella nuova lingua tutti i nomi, i verbi, gli aggettivi… e ne viene fuori una sequenza di parole che si accavallano e si ripetono, una massa corretta e fedele, ma profondamente infelice.

E allora? Allora cerchi di interpretare il senso, e spezzi le frasi che avevi composto, le giri, sposti gli aggettivi e persino i concetti in modo che ne venga fuori, sotto altra veste, l’immagine che lui ha destato in te mentre leggevi. «Dire quasi la stessa cosa», è il suggerimento di Umberto Eco da lui sapientemente usato come titolo di un suo libro sulla traduzione.

Pagina dopo pagina, e poi, dopo la seconda, la terza, l’ennesima rilettura e revisione, pensi di avercela fatta. Finalmente spedisci il tuo lavoro, o meglio, a sua richiesta, ti incontri con lui. Vai nella sua accogliente casa di Bologna, ospite della sua generosa famiglia, con il tuo malloppo salvato su una piccola penna. La infili nel suo computer, digiti e aspetti…

Il fatto è che lui è un ottimo conoscitore della tua lingua, che però non padroneggia a sufficienza per creare da solo un testo letterario.

«Ma io qui avevo detto… guarda bene, è diverso… non era cosi…». I commenti piovono, prima morbidi e gentili, poi, man mano che le ore passano e che il cervello si affatica, sempre più bruschi. Non pochi sono stati gli episodi sui quali abbiamo furiosamente litigato e sui quali adesso ridiamo insieme.

Lo ricordo ancora: traducevo il libro che avrebbe avuto il titolo K2, il nodo infinito, suggerito da sua figlia ancora negli anni ’80, quando il nodo infinito era un simbolo tibetano non ancora divenuto di moda. Lui descriveva la riva di un fiume, una distesa di ciottoli e sabbia su cui erano posate innumerevoli farfalle. Con parole sapienti aveva creato un’atmosfera simpatica, addirittura poetica. Nella traduzione avevo cercato di rendere tale suggestione usando le espressioni che a mio parere più vi si avvicinavano, selezionandole anche in funzione del suono. Mi ero arenata sul colore dell’ala delle farfalle. Arancione, una parola che a mio giudizio non ci stava, neppure come color arancio, che pure andava un po’ meglio. Alla fine decisi di cambiare tonalità e optai per un giallo che secondo me si adattava perfettamente. Orgogliosa gli sottoposi la pagina.

«No! Il colore dell’ala delle farfalle non era giallo, bensì arancione».

«Ma arancione è una parola dal suono sgradevole, e nella frase stona».

«Se la legge un entomologo… e se di farfalle gialle da quelle parti non ce ne sono…».

Certo, aveva ragione lui, ma io abbandonai il manoscritto e partii per Kathmandu. Non ho più riaperto il libro su quella pagina, e ancor oggi non so se alla fine le sue farfalle ebbero le ali arancioni o gialle.

Un’altra volta, e questa era con Passi verso l’ignoto, la lite per non ricordo più quale dettaglio si concluse solo con l’intervento di Luisa, la paziente ed esperta, oltre che equilibrata, editor della casa editrice Corbaccio, che riuscì a dirimerla davanti ad un’ottima pizza nel vicino ristorante.

Non ho collaborato a Tra Zero e Ottomila, il suo primo libro, perché a quell’epoca eravamo in fase di divorzio. Però mi è mancato. Dentro vi è una mia foto, cui sono molto affezionata, che mi riporta ai tempi in cui eravamo giovani e arrampicavamo felici. Quando, colpiti dal fulmine e sopravissuti alla scossa, imparammo ad apprezzare la vita e gli amici che in grande numero ci erano venuti incontro per aiutarci, nel caso fossimo stati ancora vivi.

L’onere e l’onore di tradurre questa opera venne affidato all’amico Spiro Dalla Porta Xydias. Ma so che anche lui soffrì non poco, quando Kurt trascorse più di un mese a Bologna, lavorando alla casa editrice Zanichelli, per correggere tutte le cose che non gli andavano a genio. E là conobbe Teresa, la creatura paziente che riesce a reggere alle sue critiche e lo sostiene. Forse perché, felicemente, non conosce il tedesco.

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