Il Canyon dei Re

Per chi va in Australia Uluru, il grande monolito di arenaria che si alza dal nulla nel cuore del continente, è una tappa obbligata, che non ha perso nulla del suo fascino misterioso nonostante le tante concessioni al turismo di massa. Ma Uluru non è l’unica meraviglia dell’outback

Un poco più in là – duecento chilometri qui non sono molti – c’è il Kings Canyon, una profonda spaccatura che si visita dall’alto, percorrendo un sentiero che in alcuni punti diventa molto aereo, ma è stato reso sicuro con scalette in legno e ponti sospesi. Tre ore di cammino che il caldo può rendere pesanti, ma si sopportano per la singolarità dei luoghi e le viste mozzafiato. Sul fondo, raggiungibile con una breve deviazione, una sorpresa attende gli audaci: palme e pozze d’acqua che addolciscono l’asprezza dei luoghi, e sono state battezzate “il giardino dell’Eden”. Vita per gli animali, ma anche per gli uomini. Furono quelle pozze, nel 1872,  a salvare l’esploratore Ernest Giles durante uno dei suoi tentativi di attraversare il deserto.

Il Kings Canyon è relativamente poco noto. Sorge nel cuore del Watarkka National Park, a 240 chilometri da Alice Spring. Fino a qualche anno fa era praticamente inaccessibile, oggi ci sono  una comoda  strada asfaltata e  la possibilità di pernottare in alcuni spartani resort della zona. Un elicottero permette  di ammirare il canyon dall’alto, ma per chi vuole davvero immergersi nella natura ci sono alcuni sentieri  escursionistici. Uno, più corto,  risale il corso del King Creek fino a una cascata asciutta per la maggior parte dell’anno. Un altro  si percorre in due giorni, previa segnalazione della partenza ai ranger del parco. Quello di tre ore è il più frequentato,  con segnalazioni evidenti anche ai meno esperti. Ma qualche precauzione bisogna prenderla: servono cappelli, occhiali da sole, creme protettive, e una abbondante riserva d’acqua. Ed è bene guardare dove si mettono i piedi. Gli animali del deserto non amano essere calpestati, e alcuni sono velenosi.

Ma la visita al Kings Canyon è qualcosa di più di una escursione. Ecco come l’ha vissuta la nostra collaboratrice Elisa De Marchi.

Che Uluru sia una  montagna sacra per gli aborigeni australiani lo possiamo capire anche noi occidentali, anzi, avvicinandoci a questa prodigiosa, enorme roccia, ricca di caverne, pieghe, anfratti, posta al centro di una terra piatta e arida, sentiamo la sua ineluttabile presenza come un moto di vibrazioni emotive, fatte di sorpresa e curiosità, ma soprattutto ammirazione e rispetto. Vogliamo saziarci nel  guardarla, e non pensiamo certo che la si possa scalare, e neppure toccare.Molto diverso da questo, invece, è l’atteggiamento che ci porta al Kings Canyon, incontrato nel nostro percorso per raggiungere Alice Springs, a circa duecento chilometri da Uluru. Una  larga e profonda fenditura nella roccia, rossa come la terra, la sabbia, i ciottoli di questo centro dell’Australia, nel cui fondo scorre, ma non sempre, l’acqua fresca di un placido fiume, ombreggiato da cespugli e alti eucalipti. Qui si prova il desiderio di esplorare, di salire sulla costa laterale della grande bocca del Canyon, una ripida salita su gradini di roccia che ci porta su fino all’orlo della spaccatura, e di compierne tutto il giro. La vista della parete fiammeggiante al sole è stupefacente, lo sguardo si volge indietro al deserto piatto di cespugli che ci lasciamo alle spalle, e che si estende man mano che saliamo.

Raggiunto il culmine ci troviamo a passare tra torri di roccia erose dai secoli e boschetti di eucalipti. Il sentiero è segnato con indicazioni colorate perché nessuno si perda e si allontana dal dirupo, poi vi ritorna. Nel punto più lontano ecco nuove sorprese, perché ci si tuffa nelle foglie di eucalipto, si vedono i tronchi robusti e bianchi, e per una comoda scala si scende zigzagando fino alla base della parete. Qui si scopre una limpida pozza d’acqua scura perché il sole filtra appena tra le palme e c’è frescura. Un mite e simpatico giovane guida una coppia di anziani signori in questa avventura. Sembra quasi un figlio paziente e affettuoso. Un incontro rassicurante: se ce la fanno loro siamo tranquilli pure noi, anche se abbiamo poca acqua e la giornata volge rapidamente al termine. Due biscotti, qualche nocciolina e si riparte sull’altro versante. Siamo di nuovo sull’orlo del canyon, ma ora il sole è alle spalle. Di fronte a noi, piccolissimi, altri camminatori si sporgono sul taglio netto di trecento metri, un poco strapiombante, sul quale siamo passati da forse mezz’ora. Ci accorgiamo ora di che cosa stava sotto ai nostri piedi di formicuzze. Scattiamo tante foto. Avremo lo stesso stupore, la stessa disponibilità a queste profonde emozioni dell’aria, del colore e della luce quando a casa le riguarderemo?

Per noi l’esperienza della montagna è proprio questo andare. Percorrere ed esplorare per conoscere, per uscire da sé, entrare nell’ambiente, ritrovarsi pacificati e arricchiti. Alla fine del giro spesso c’è un senso di solitudine e di distacco. Per gli aborigeni invece la montagna è la vita. Qui trovano rifugio, acqua e riposo. Un luogo per la comunità e una entità da venerare. 

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