Giuseppe Oberto, l’ultimo del Gasherbrum IV

di Erminio Ferrari – Bonatti, che era già Bonatti, si stupiva della forza di quell’uomo, e soprattutto di come riusciva a lavorare nella neve, a certe quote, senza indossare guanti. Era il 1958, e la montagna era il Gasherbrum IV, in Karakorum. C’erano Walter Bonatti, Carlo Mauri, Toni Gobbi, Bepi de Francesch, Riccardo Cassin, Fosco Maraini, il medico Donato Zeni. E Giuseppe Oberto, guida alpina di Macugnaga, un uomo del Monte Rosa, della Est del Rosa: una parete alta come solo quelle himalayane. «Facevo la guida d’estate, e d’inverno lavoravo come boscaiolo. Trasportavamo i tronchi con le slitte, li manovravamo a mani nude. Non sapevamo cos’era il freddo».

Oberto è il terzo da sinistra, in alto

Giuseppe Oberto, classe 1923. Guida, erede di guide (un Giovanni Oberto faceva parte della cordata che concluse la prima salita della parete est del Monte Rosa, il 22 luglio 1872; mentre suo padre accompagnò padre De Agostini nelle campagne esplorative in Patagonia); un residuo dell’antico dialetto walser nella parlata; e una montagna di ricordi. Nel senso che sono davvero tanti, ma anche perché la montagna dei ricordi ce l’ha ancora lì sopra casa, sfavillante come una memoria che si riaccende all’improvviso: quella parete est che dal Nordend alla Punta Gnifetti, passando per Zumstein e Dufour domina la testata della Valle Anzasca e le pianure padane.

Uno nato sotto quel monumento vivo di ghiaccio e roccia, difficilmente sfugge al suo richiamo. Aggiungi che per restare a vivere su quella terra alta bisognava appartenerle, o farla propria, che è forse lo stesso. Così, a montanari come lui poté risultare naturale accompagnare persone su una montagna che si conosceva a menadito. O contrabbandare bricolle di caffè («A quattordici anni ho fatto il primo viaggio di caffè, d’inverno. Era un carico di “Portorico” preso a Saas Almagell»). E diventare guida fu il passo successivo.

«Ho preso il brevetto di guida nel ’48, quando già portavo gente in montagna e la Est l’avevo salita una volta. Da allora ho continuato a ripeterla per tutte le sue vie, con i clienti o per le operazioni di soccorso». Dalla via Brioschi al Nordend, alla via dei Francesi alla Punta Gnifetti («abbiamo fatto la terza ripetizione, una gran via»). Perlustrando il canalone Marinelli quando veniva dato l’allarme per la scomparsa di una cordata. Fosse quella di Taugwalder e Seiler, guida e cliente di Zermatt, nomi iscritti d’ufficio nella storia dell’alpinismo; o fosse il solitario Ettore Zapparoli, rimasto sepolto chissà dove ai piedi della sua montagna-madre.

I libretti dove i clienti certificavano la salita li conserva ancora come cimeli. Pagine di un alpinismo devoto, lingue diverse – inglese, francese, tedesco, italiano – ricordi singolari, ringraziamenti. E nomi illustri. «La seconda salita l’ho fatta con Marcel Kurz, il famoso scrittore e autore delle guide del Cas. Aveva voluto salire la Est per rettificare la via precedente del canalone Marinelli. Salivamo e ogni tanto chiedeva di fermarci per annotare qualche cosa su un quadernetto. Alla fine era soddisfatto, per la bella salita e il lavoro fatto». E clienti che uno non si aspetterebbe: dalla donna guidata in cima alla Jazzi e poi fatta santa, a Ugo La Malfa, un nome importante nella politica dell’Italia uscita dalla guerra. «Chi lo avrebbe pensato, eh? L’ho accompagnato alla Punta Gnifetti, e un’altra volta per la Traversata dei camosci, dal Passo del Moro alla capanna Sella. Aveva una vista pessima, ma tutto sommato se la cavava. Dal Sella in giù è sceso appoggiato alla mia schiena: anche con quel po’ di occhiali che portava, faticava a vederci».

E poi quella parete non poteva che calamitare i più bei nomi dell’alpinismo europeo di allora. «Qui a Macugnaga ho incontrato e conosciuto tanti grandi alpinisti: Gino Buscaini alla capanna Resegotti, in partenza per la cresta Signal; ma anche Hermann Buhl, Louis Lachenal, Gaston Rébuffat, Maurice Herzog, reduci dall’Annapurna». Altri tempi: «Mi ricordo bene di Buhl: quando è venuto su per fare la Est, sua moglie aveva dormito in un fienile, per non spendere i soldi dell’albergo».

Ma soprattutto, la Est era la ricchezza  (la rude, povera ricchezza) delle guide di Macugnaga. «Certo, preferivo la Est a salite meno difficili. La tariffa era maggiore, e richiedeva più o meno lo stesso tempo di una salita alla Cima Jazzi, per esempio, che rendeva certamente meno». E allora nei tre mesi delle estati di quella giovinezza lontana, si arrampicava a tempo pieno. «E si lavorava bene. Capitava che tornassi da una salita senza neppure passare da casa, perché andavo direttamente al rifugio per un’altra salita. Scendevo dallo Strahlhorn per il Passo Jacchini e andavo direttamente al Rifugio Zamboni, dove mi aspettavano altri clienti per salire alla Resegotti e fare la Signal». Si parla di un tempo che non conosceva ancora la ragnatela di cavi e cremagliere che irretiscono la grande montagna. «Per le vie sulla Est occorrevano due giorni e mezzo. La prima notte la si passava alla Capanna Marinelli; poi si andava in cima e si scendeva alla Betémps, la Monterosa Hütte di oggi; e il terzo giorno si risaliva il Gornergrat, si passava il Weissthor e si scendeva dal Passo Jacchini. Una volta l’abbiamo anche fatta in giornata, ma quelli erano clienti forti».

Ad ascoltarlo, Giuseppe Oberto sembra far rivivere un modo di essere guida che appartiene all’epoca romantica della professione, quando i “signori” prenotavano da un anno all’altro i servizi delle guide migliori, contendendosele. «Per alcune stagioni, un gruppo di inglesi mi aveva impiegato per lunghe traversate: dieci giorni per salire i colli più alti e le cime più belle tra Zermatt e Macugnaga. Il meno che possa dire è che erano dei gran camminatori».

Guida forte per clienti forti. «Mi è anche capitato di dover aspettare le prime luci quando eravamo già sotto le roccette della Dufour, tanto eravamo stati veloci. E quando scendevamo per la normale abbiamo incontrato le guide di Zermatt, che mi hanno chiesto se avevamo bivaccato in cima…». Non se ne vanta, ma «giù alla Betémps mi chiamavano Herr Marinelli per le volte che avevo fatto il canalone».

E poi, eravamo partiti da lì, il Gasherbrum, il G4. La rivincita, e che rivincita, degli esclusi dal K2. Settemilanovecento e rotti metri, per una via ripetuta una sola volta nei successivi cinquant’anni, per intenderci. «Già per il K2 ero stato contattato dal Cai, ma avendo chiesto se sarei stato compensato per la perdita della stagione (per me era un’entrata importante, avevo i bambini ancora piccoli) per tutta risposta mi hanno lasciato a casa». Ma con Cassin è andata diversamente. «Non abbiamo fatto salite specifiche di preparazione. Solo un campo di una settimana sul Ghiacciaio del Gigante, sotto il Grand Capucin, per provare il materiale, tutto lì. Ma eravamo una bella squadra: Bonatti, Mauri, Gobbi, De Francesch, Cassin stesso. E quella gran persona di Fosco Maraini».

Era la prima spedizione a cui partecipava Giuseppe Oberto. E rimase la sola. «Era un alpinismo diverso da quello a cui ero abituato, un continuo su e giù per i campi. Anche i portatori d’alta quota del Baltoro non erano così motivati, non erano da paragonare agli sherpa. E poi si restava lontani da casa per troppo tempo, e non potevo permettermelo». Di nuovo: altri tempi.

Per lui, i 7500 metri toccati nel corso della spedizione non significarono la gloria, e non era quella che voleva. «Sono tornato quello che ero, con un’esperienza in più e un nome appena più conosciuto, ed era davvero abbastanza».

Perché la montagna bisogna farsela bastare, ecco l’insegnamento. Anche oggi che pare cambiare con una rapidità che spaventa. Oggi che il manto glaciale della Est crolla, divelto dalla parete dal caldo di un’epoca che al ciclo climatico aggiunge, di suo, una ottusa irresponsabilità. Con le sue vie più celebri divenute pericolose al punto che mette tristezza parlarne. Se l’aspettava, Giuseppe Oberto? «No, avevo visto cambiare di più le persone». Ma non si arriva a 88anni per niente: nella storia della Est, la memoria di Herr Marinelli è ormai un documento fondamentale.

Nota: a chi volesse saperne di più, consigliamo vivamente La storia di “Treijerli”. Giuseppe Oberto, un Walser guida alpina, a cura di Beba Schranz e Luigi Zanzi, 149 pp., Fondazione Enrico Monti, 2011.

 

 

2 Commenti

  1. RENZO LANCIANESE

    Molto bello. Come e dove si può reperire ? Sono anni che manco da Macugnaga e per me Giuseppe ha rappresentato un grande amico, una guida pratica e spirituale.

    1. Direttore

      Giuseppe Oberto è tuttora il titolare del negozio di articoli sportivi all’ingresso di Macugnaga, sul quale campeggia la scritta “Giusepe Oberto guida alpina”.

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