Giornalismo in crisi


Sempre meno copie vendute, indici di ascolto in calo. La crisi del giornalismo, in Italia come in altre parti del mondo, è evidente, e lo sviluppo della rete non sembra per il momento in grado di frenarla. Vale per tutti, per l’informazione generalista e per quella specializzata come la nostra.

Alcuni motivi sono evidenti: è quasi impossibile farsi pagare i contenuti pubblicati sul web, e i ricavi dalle inserzioni pubblicitarie coprono soltanto in minima parte la fuga degli inserzionisti dai giornali e dalle televisioni.

Altri più sottili. Il web può dare immediata visibilità a qualsiasi contenuto, senza alcun tipo di mediazione. Chiunque può dire la sua, dalle grandi istituzioni alle legioni di imbecilli su cui si è  soffermato Umberto Eco in una delle sue ultime interviste. E, se tutti possono farlo, viene meno il ruolo sociale dei giornalisti,  che fino a pochi anni fa detenevano l’immenso potere di stabilire che cosa era importante e che cosa non lo era, dando e togliendo la parola a loro insindacabile giudizio.  Una perdita di ruolo che non si riflette soltanto sul numero degli occupati – giornali e televisioni stanno pesantemente ridimensionando gli organici e ricorrono sempre più spesso a collaboratori esterni ricattabili e mal pagarti – ma anche sulla qualità dei prodotti.

Sempre più spesso abbiamo a che fare con articoli costruiti con il copia e incolla dai comunicati stampa, con microfoni porti senza contraddittorio al potente di turno, con pagine  dove non esistono più distinzioni  tra l’informazione e la comunicazione, tra i fatti e le campagne pubblicitarie, tra il vero e il falso. Questo vogliono gli editori, e questo ottengono, a volte con il ricatto del posto di lavoro. E’ molto difficile conservare uno spirito critico se sì è un precario a vita pagato dieci euro a pezzo, sostituibile in qualsiasi momento da qualcuno che accetta una retribuzione più bassa o addirittura da un computer. 

Dobbiamo per questo rinunciare alla speranza di una informazione migliore nel futuro digitale che ci attende? Alcuni pensano di no. Ma dovrebbe essere una vera informazione, fatta da giornalisti consapevoli, competenti, e leali nei confronti del pubblico. Soltanto la qualità può salvare il giornalismo. E’ la qualità che garantisce l’autorevolezza. Ed è l’autorevolezza che permette di analizzare i fatti nel loro contesto, spiegarli – e interpretarli – senza cadere nella partigianeria. Troppe porcherie si commettono ogni giorno nel nome del falso mito della obiettività, che rende vera una affermazione soltanto perché è quella che viene ripetuta un maggior numero di volte.

Come confermano tutti i sondaggi d’opinione, che vedono i giornalisti agli ultimi posti nelle classifiche della fiducia e del gradimento degli italiani.

Un commento

  1. Laura

    Oggi, come sempre, l’autorevolezza e la qualità vanno conquistate con la curiosità, la voglia di indagare e di conoscere, l’esperienza sul campo. Un giornalista che riesca a offrire un’informazione originale, che prescinda dall’opportunismo, che si sforzi di rispondere alle domande che interessano un buon numero di persone non è sostituibile da un computer ne’ da un comunicato stampa, nel web come sulla carta. Questa è l’unica visione ottimistica per la nostra professione. Non facile da difendere, ma obbligatoria in un paese che voglia mantenere un alto standard di libertà e di cultura per tutti.

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