Everest quale soluzione?

Everest Camp 2 10La tragedia dell’Everest continua a tener banco sulla stampa internazionale. Sulla scalata del mastodonte himalayano al versante nepalese gravano due ordini di problemi. Il primo – come abbiamo visto nei giorni scorsi – riguarda le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti gli sherpa impegnati ad alta quota. Il secondo, più generale, riguarda la sicurezza di quanti salgono la montagna. Entrambe le questioni sono strettamente legate. Della prima si continua a trattare con i funzionari del Governo nepalese. Rispetto al tema della sicurezza, vale la pena di raccogliere qualche riflessione.

Posto che in alta montagna il crollo di un seracco non può essere evitato (ogni smottamento su pendio risponde alla legge della fisica), la soluzione più logica e sicura sarebbe quella di non transitare nelle zone pericolose. Si dà il caso, però, che sul versante nepalese sia impossibile evitare la seraccata del Khumbu (l’Ice Fall). L’unico rimedio possibile, per quanti affrontano la via normale, sembrerebbe la riduzione del numero dei passaggi e l’aumento della velocità di transito nel tratto pericoloso. Cosa che si potrebbe ottenere solo in condizioni di perfetto acclimatamento degli alpinisti.

Un quadro del genere potrebbe infatti delinearsi solo se gli scalatori avessero già effettuato ascensioni preliminari in alta quota prima di giungere al campo base, se riuscissero a muoversi senza l’aiuto dell’ossigeno alle quote intermedie e fossero in grado di aiutare, anche solo in parte, gli sherpa nel lavoro di trasporto dei materiali ai campi alti (oggi molti salgono con lo zaino quasi vuoto).

Qualcuno ha anche avanzato l’ipotesi di far giungere i materiali oltre la seraccata del Khumbu ricorrendo agli elicotteri. A noi, un’ipotesi del genere sembra decisamente azzardata. Innanzitutto per una questione ambientale (quanti voli sarebbero necessari per soddisfare le esigenze della clientela occidentale?), e poi perché ricorrere all’elicottero oltre i 6000 metri è una follia. Lavorare con velivoli alleggeriti e attrezzati per il soccorso è un conto; impiegare il mezzo aereo per i trasporti un altro. Inopportuno e pericoloso per i piloti.

Lavorando invece per sveltire i transiti lungo l’Ice Fall e diminuire la quantità dei passaggi giornalieri, l’esposizione al pericolo sarebbe assai più ridotta. Gli sherpa presenti ad alta quota diminuirebbero e potrebbero invece essere impiegati per migliorare la gestione del campo base o per rinforzare i soccorsi. Una loro maggior presenza nell’organizzazione e nelle scelteEvcamp operative delle spedizioni consentirebbe alle guide d’alta quota un’operatività diversa, una riqualificazione professionale e l’acquisizione di un ruolo e di una dignità diversa dall’attuale, oltre a prevenire il bieco sfruttamento delle loro prestazioni in alta montagna.

Occorre inoltre sfatare una possibile obiezione. È vero che un decremento del numero di sherpa sull’Everest potrebbe portare a una contrazione del reddito generale nella Valle del Khumbu. Ma un’eventualità del genere sarebbe possibile solo in un mondo senza senza regole. La richiesta degli sherpa, che vogliono una normativa capace di regolare la distribuzione degli introiti
dell’industria dell’Everest, potrebbe garantire quell’equità che oggi sembra un sogno irrealizzabile.

Infine, un’altra proposta per migliorare una situazione giunta al collasso potrebbe essere quella di deviare la domanda anche sul versante tibetano dell’Everest, che presenta una minor quantità di pericoli oggettivi.

Fino ad oggi sulla cima più alta del globo sono stati registrati 6871 arrivi (4416 solo dal Nepal), e un numero di morti molto elevato (262 persone). Si tratta di cifre fuori misura. Cosa si aspetta a regolamentare quella che ormai è diventata una corsa selvaggia alla vetta)?

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