Catturare la CO2

Nessuno scienziato serio mette più in discussione la drammatica realtà del riscaldamento globale, e  anche i governanti, almeno a giudicare dal gran numero di conferenze e di incontri internazionali dedicati all’argomento, sembrano essersene accorti. Ma le note dolenti cominciano quando si tratta di passare dalle enunciazioni di principio all’azione. Perché quel che bisognerebbe fare è difficilmente conciliabile con le esigenze di un mondo globalizzato, che ha puntato tutte le sue carte sull’incremento della produzione e dei consumi.

Prendiamo l’anidride carbonica, uno dei gas responsabili dell’effetto serra. Ne abbiamo immesso  in atmosfera miliardi di tonnellate, e continuiamo a farlo. Oggi la sua concentrazione è pari a circa 390 ppm,  con un ritmo di crescita in pari a 2,5 ppm all’anno. Ppm significa parti per milione, ovvero per ogni milione di particelle di varia natura presenti in atmosfera, 390 sono di anidride carbonica. In epoca pre-industriale la concentrazione stimata era di 280 ppm.

Qualsiasi tentativo di combattere il riscaldamento globale passa in primo luogo attraverso un contenimento delle emissioni di anidride carbonica, e dunque attraverso un controllo sulle attività produttive. Modernizzare gli impianti, e dotarli di  apparecchiature adatte a catturare l’anidride carbonica residua e a immagazzinarla in luoghi sicuri, è costoso, ma necessario. E certo non depone a favore della lungimiranza del sistema  la scarsità degli investimenti scientifici e tecnologici in questo settore di importanza cruciale per il futuro del pianeta.

Il metodo oggi più accreditato per stoccare l’anidride carbonica catturata è la sua immissione nei giacimenti di idrocarburi esausti o in via di esaurimento. Pompandola nel sottosuolo si evita la sua dispersione in atmosfera, e si ha anche il vantaggio di spingere in superficie gli idrocarburi rimasto nel sottosuolo. Sembra semplice, ma in realtà non lo è, tant’e’ vero che al mondo esistono pochissimi impianti commerciali di questo tipo. Inoltre non mancano i rischi per l’ambiente e le persone. Se un terremoto provocasse una fuoriuscita  improvvisa di grandi quantità di gas, uomini e animali rischierebbero di morire soffocati dalla improvvisa mancanza di ossigeno. Non è fantascienza. Nel 1986, in Camerun, una fuga di anidride carbonica naturale dal sottosuolo attorno al lago Nyos uccise 1700 persone e tutti gli animali.

Ora dall’Islanda arriva una proposta alternativa che si basa sull’esperienza di un piccolo impianto sperimentale. Il principio è simile: iniettare anidride carbonica e acqua nel sottosuolo, non però nei giacimenti esausti, ma negli strati basaltici caldi che si trovano a grandi profondità. Qui l’anidride reagisce alla presenza del basalto e si solidifica sotto forma di carbonati, che sono minerali assolutamente stabili.  Il metodo islandese è piuttosto costoso e ha bisogno di grandi quantità d’acqua, ma non richiede continui monitoraggi e dà ampie garanzie di  sicurezza. Decidere di introdurlo su vasta scala è essenzialmente una questione di politica economica e industriale. SI potrebbe incentivarne l’adozione se le imprese  che scaricano anidride carbonica in atmosfera fossero tassate in misura tale da rendere conveniente il recupero del gas. Ma per il momento le cose sembrano andare nella direzione opposta.

La Gran Bretagna ha recentemente rinunciato a un progetto che prevedeva un impianto di grandi dimensioni per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica perché troppo oneroso. Qualche scienziato ha protestato, ma la decisione non ha provocato reazioni degne di nota in una opinione pubblica distratta da altri avvenimenti. Per avere la sua attenzione servirà qualche altro anno di temperature in crescita costante. Ma per allora sarà probabilmente troppo tardi.

 

 

 

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