Campanacci, rapinatori e pastori

Immagine 060 copiadi Renato Scagliola – Agenzia Ansa del 12 marzo 2014. Il tribunale di Aosta ha condannato a tre anni un tale di 62 anni per rapina a una vedova novantenne, legata imbavagliata e malmenata in casa, per impossessarsi di dodici campanacci da vacche, rivenduti poi a un collezionista dei dintorni per tremila euro. Sanzione anche per il compratore. Il maltolto è stato recuperato. Tre campane «di inestimabile valore» non sono state trovate, per ora. Non ci sono altri dettagli. Il tipo di reato, al momento, è una novità. I protagonisti, vittima e carnefice, sono autentici allobrogi come da cognomi e residenza verbalizzati.

Vuol dire che non è vero che la montagna non si adegua, in effetti progredisce, nel dare il giusto valore al grande artigianato locale, valorizzando insieme pulsioni violente, insospettabili nei bravi montanari valdostani, amanti della battaglia des Reines, inventori della fontina e della grolla dell’amicizia.

D’altra parte è colpa dei margari se i rudùn (campanacci), vanno a  ruba. Sono diventati raffinati oggetti di arte povera, naif, altamente simbolici dell’Alpe serena, immutabile e incorrotta. Un sogno, una fata morgana che scompare appena le arrivi a tiro.

I marghè, quando è ora di salire agli alpeggi e quando è ora di scendere, fanno a gara per appendere alle bestie transumanti le campane più belle e istoriate con figure e motti, che rimbombano allegre per le valli e i paesi attraversati. Il clangore delle mandrie in movimento diventa musica tellurica, arcaica, che meraviglia e rallegra sempre gli astanti, anche se paesani, e paralizza perfino gli automobilisti più indisciplinati che aspettano torcendo il naso. Le vacche spiattellano camminando le loro merde fresche sull’asfalto, i bambini villeggianti ridono, i bottegai mugugnano. Le mosche seguono il corteo. I pastori, uomini, donne e ragazzi, seguono e precedono mulinando i bastoni (le canne, si chiamano) di frassino, segnati da circolini di nastri colorati, accompagnati da cani spettinati, figli di zingari, meticci di alta generazione, e lavoratori di precisione cui basta un fischio o una voce per comando, e un po’ di pane nel siero la sera.

Nei mercati i campani da festa si vendono a caro prezzo, sono premi ambiti nelle fiere per le bestie migliori, e si mostrano come decorazioni al valore, riconoscimenti al mestiere. Un flash. Nel caffè in piazza Pietro Micca a Torre Pellice, due grandi campanacci da parata sono esposti dietro il banco sopra le bottiglie, con donne nude dipinte; la simpatica barista, sui 50 anni, ha un piccolo tatuaggio sul polso. È la montagna che cambia e si aggiorna.

Ci sono poi sonagli d’epoca, magari con punzonature e decori a sbalzo, piccoli per il cane, per le capre, giganti da parata, tondi, oblunghi, cilindrici. Poi quelli più preziosi ottenuti da fusioni di bronzo (svizzeri), o a sezione rettangolare usati però per le percussioni in musica. Quelli da festa (transumanza) e quelli normali per il pascolo, per sapere dove sono le bestie, magari fuori vista in montagna.

Importante anche il collare di cuoio, riccamente istoriato, con fiori, stelle alpine e scritte del tipo «Il mio cuore è rimasto sui monti», enormi alcuni per feste in Sardegna dei Mammuttones, personaggi mitici della pastorizia barbaricina. Ultimi produttori artigianali in Sardegna, Lombardia, mentre anche i cinesi sono arrivati sul mercato con prezzi stracciati.

La valle d’Aosta non è nuova ai furti di campane: l’anno scorso quattro esemplari antichi di tipo Chamonix furono trovati da Cc nascosti in un cespuglio. Valore dichiarato: tremila euro. Un piccolo patrimonio. Collezionisti, ricettatori e ladri sono sempre molto attivi, complice la crisi economica, ma non solo. L’ingordigia di chi raccoglie cose – che siano campanacci, tele d’autore o qualunque altro oggetto del desiderio – è un’antica passione, che può portare a bassezze indecenti, per godere in privato della vista dei propri tesori. Rimuginando come arricchire ancora la raccolta, in una paranoia senza fine. Che in genere si placa solo con la dipartita dell’accumulatore. Un piacere quasi sempre solitario, come un onanismo, vizio biblico che può anche causare cecità, come dicevano i vecchi preti.

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