Botte da orbi a 7000 metri

di Roberto Mantovani – Everest, campo III, 7200 metri, due giorni fa. Botte da orbi, calci, pugni, pietre e coltelli che volano. Sembra la scena clou di una fiction di terz’ordine. E invece è la realtà. E al centro della vicenda ci sono Simone Moro, lo svizzero Ueli Steck e il britannico Jonathan Griffith. Ma ecco i fatti. I tre alpinisti stanno salendo velocemente al campo III, sulla parete del Lhotse, per acclimatarsi in vista del loro progetto di scalata. Alla loro destra un gruppetto di sherpa sta piazzando le corde fisse per facilitare la salita della via normale agli alpinisti in procinto di salire verso la vetta (tra il 25 e il 26 aprile sono già saliti sulla cima in 150…). Simo & SteckMoro e compagni sanno che gli sherpa non vanno disturbati e si muovono con cautela. Ad un certo momento, però, sono costretti ad attraversare. Nel momento in cui Steck scavalca le corde, succede il finimondo. Il capo squadra sherpa comincia a sbraitare, scende in doppia e comincia ad attaccar briga. Dice che qualcuno ha fatto precipitare dei frammenti di ghiaccio (da notare che il pendio era nevoso…).  La temperatura emotiva sale. Furioso, lo sherpa ordina ai suoi di sospendere il lavoro e rientrare al campo II. Steck, per cercare di appianare la situazione, aggiunge 260 metri di corde fisse. Ma non servirà a nulla. Tornati al campo II, Moro, Steck e Griffith si trovano a dover fronteggiare l’ostilità di un’ottantina di sherpa inferociti. Ed è in quel momento che inizia la rissa. Partono calci e pugni, Moro schiva una coltellata, Steck viene colpito al volto probabilmente da una pietra. La faccenda va avanti per quasi un’ora, e il peggio viene evitato solo grazie alla presenza di alcuni alpinisti occidentali, che si schierano tra le due fazioni.

Una faccenda brutta, bruttissima. Da tempo scriviamo che l’Everest è diventato una specie di “buco” nero del turismo delle altissime quote. Ma, nonostante la mancanza di etica, la compravendita selvaggia delle bombole d’ossigeno, la pressione smisurata esercitata dai gruppi che vogliono raggiungere la vetta a qualunque costo, il colossale business che sta trasformando l’economia montana del Solo Khumbu, l’arroganza dei “caporali” che dirigono il traffico, nessuno immaginava di assistere a episodi di violenza.

Che si arrivi ai duelli rusticani ad alta quota perché qualcuno non ti ha ceduto il passo è inammissibile. Ed è triste che, nella contesa ci sia un gruppo di sherpa, che sono gente tra la più pacifica della regione. Ora le autorità nepalesi stanno indagando sui fatti ma, qualunque siano le conclusioni, la vicenda non si risolverà individuando un colpevole. Ciò che sta accadendo sulle pendici della montagna più alta del mondo non si spiega solo con il meccanismo causa-effetto. Prima di giudicare occorre tenere conto del contesto. Dello stress a cui sono sottoposti gli uomini che attrezzano la via normale di salita e ne curano quotidianamente la manutenzione. Delle assurde pretese delle squadre di clienti che addossano ai loro accompagnatori tutte le responsabilità. Della pericolosità dell’ambiente. Della necessità continua, da parte degli sherpa, di essere all’altezza della situazione – anche di fronte agli alpinisti atleticamente più preparati. Della pioggia di dollari in un mondo che fino all’altro ieri si basava su un’economia di sussistenza e che ha visto irrompere la modernità a una velocità inimmaginabile…

Prima o poi le tensioni scatenate dal corso degli aventi dovevano emergere in superficie, e sono esplose come in un’eruzione vulcanica. Nel modo più imprevedibile. Ma adesso non c’è più tempo. Occorre azzerare subito laCampo violenza, lo scontro, l’aggressione. Occorrono delle regole che solo il governo nepalese può predisporre. E gli himalaysti devono rendersi conto che nei luoghi dell’Everest in cui sale la via normale non c’è più spazio per scalare. Quella striscia di ghiaccio e roccia è stata privatizzata dal business, e bisogna starne alla larga. E allora, tutti a casa? Nessuno lo dirà mai, ma un ammonimento del genere sarebbe davvero un segnale inequivocabile per tutti. La capacità di rinunciare avrebbe un valore simbolico altissimo, visto come si sono messe le cose.

3 Commenti

  1. steve

    Tutto giusto, ineccepibile. Gli alpinisti occidentali devono avere il massimo rispetto per gli sherpa ed il lavoro che fanno. E’ triste però constatare che la montagna non sia più di tutti: che “non si debba” fare alpinismo serio, in stile alpino, dove regnano le regole delle spedizioni commerciali, è francamente esagerato. Per gli sherpa sembra che un alpinista “indipendente”, che non partecipa alla giostra delle corde fisse, sia solo uno snob molto tirchio che non vuole contribuire al benessere generale…..e non una persona ammirevole perchè sale con le proprie forze e con il rispetto della montagna. Non dimentichiamo quello che Simone sta facendo con la sua organizzazione di soccorso con l’ elicottero, per non parlare di tutto il resto….forse una riflessione generale è davvero necessaria, Berg heil

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