arature di primavera

Primi lavori di stagione.
Primi lavori di stagione.

di Alfio Bessone – Si avvicina il momento di arare la terra. Per seminare, quassù c’è ancora tempo, è meglio aspettare che le temperature aumentino un pochino. E anche per le patate è ancora presto. Ma di lavorare il terreno ormai è proprio ora. Ho passato tutta la settimana a spargere letame nei campi. Concime vecchio di un anno, ben maturo, ché usare quello più recente sarebbe dannoso. L’aratura di primavera mi piace per il profumo che rilascia la terra quando il vomere la ribalta: è umida, odorosa, piena di vita. E anche l’effluvio del letame di stalla, se le vacche mangiano erba e non si  ingozzano di mangimi industriali, è tutt’altro che sgradevole. L’unico rammarico, in questa stagione, è che devo usare il trattore. Più avanti, quando rigirerò la terra con la fresa e la terra sarà ormai bella calda, lavorerò scalzo. Lo so che non si dovrebbe, ma sentire la terra sottola pianta dei piedi è una delle cose più belle del mio lavoro. Ci sto dentro fin sopra la caviglia, nella polvere soffice: è un contatto impagabile. Certe volte mi sembra una medicina, la terra, specialmente quando sono stanco o nervoso, e trascorrere tutta la giornata scalzo, dal primo mattino fino a pomeriggio inoltrato, per me è una specie di cura, uno dei momenti più piacevoli della vita di agricoltore. E ogni tanto mi piace farmela scorrere nelle mani, la terra, sentirne la consistenza. Sembra impossibile che in una manciata di sostanza scura, di humus, ci sia tanta energia da far crescere verdure, tuberi, arbusti e piante. Sembra un miracolo, e non mi sono ancora abituato, nonostante l’età, al fatto che ad ogni ciclo stagionale la vita vegetale riparta da un piccolo seme.

Ho già comprato le patate da piantare. Un po’ al consorzio, e un po’ da un amico: quelle che, una volta tolte, alla fine dell’estate, terrò per me. Piccole, rosse, di montagna. Arrivano da alcuni campi che Franco cura su in alto, sopra ai 1700 metri, in pieno sole. In confronto alle altre sono quasi minuscole, ma hanno un gusto impagabile. Due-tre anni fa ho fatto un esperimento. O meglio: ho copiato un suggerimento, un’informazione che ho ascoltato a una fiera agricola. Quasi alla fine del primo raccolto, ho piantato altre cinque, sei file di patate, quello che mi rimaneva della semente vecchia. E le ho cavate al tempo dei primi geli, a fine ottobre. Erano belle, sode e buone. Così ho mangiato patate fresche per parte dell’inverno. Doppio raccolto, alla resa dei conti. Una bella idea. Chi mi ha parlato di questa possibilità, mi ha assicurato che sulle Ande i contadini fanno i campi anche sopra i 3000 metri. Certo, gli ho fatto la tara, considerando la latitudine diversa. Ma ho pensato che se le patate là crescono a quella quota, qui potevano dare anche due raccolti. E infatti… Ovviamente quando i miei paesani mi hanno visto zappare per fare i solchi, si sono chiesti ammiccando se per caso io stessi cercando il tesoro. Però poi sono venuti a curiosare quando ho riempito le cavagne con le nuove patate; e tutti zitti, mortificati. Ma possibile, mi chiedo, che nessuno abbia mai voglia di fare esperimenti? Certo, la tradizione conta, come il sapere dei vecchi. Ma credete che loro, i vecchi, non abbiano mai cercato di innovare? Forse siamo noi che abbiamo un’idea sbagliata della tradizione.

Rispondi