Antiche maschere

Carnevali da guardare e carnevali da studiare. Soprattutto se maschere e gestualità dei protagonisti ripropongono riti antichi. Come accade in alcune valli trentine. Ecco qualche suggerimento da approfondire, prima che la memoria sbiadisca nell’abitudine, nel reportage fotografico di Daniele Lira*.

In Trentino il carnevale si presenta in forme molto diverse. È un vivace guazzabuglio di maschere e di riti, dispersi in valli non troppo distanti e tuttavia storicamente non comunicanti. Fra i carnevali più interessanti ve ne sono alcuni dalle origini antichissime, con maschere tanto difformi tra loro quanto evidentemente arcaiche e piene di significati ancestrali.

Il Carnevale della Valle dei Mocheni, con il Betscio e la Betscia. Nella valle del fiume Fersina, dove vivono i Bersntoler, che i Trentini chiamano Mòcheni, il carnevale è itinerante e si caratterizza per la dimensione rurale del “maso”, cioè la casa colonica indipendente, dove avvengono le varie recite dei protagonisti. Pur trovandosi a pochi chilometri da Trento, da sempre la Valle dei Mòcheni ha costituito un’enclave autosufficiente, abitata da antichi coloni germanici che per circa sette secoli  hanno mantenuto integra, oltre alla lingua di origine tedesca, la consuetudine dell’insediamento disperso e una fondamentale estraneità al contesto trentino circostante. Questa situazione si riflette anche nel tradizionale carnevale, che si esprime in maniera spontanea, improvvisata e anche un po’ straccionesca, con le figure del Betscio (il Vecchio) e della Betscia (la Vecchia”). Il mattino i due si ritrovano ai masi più alti della valle: la vecchia (che è impersonata da un uomo), con la veste lunga delle contadine di un tempo, brandendo una scopa insegue il vecchio, riconoscibile per il camicione bianco, la gobba e un lungo cappello di cuoio a forma di cono, la faccia annerita e un bastone unto di nerofumo. La singolare coppia è accompagnata da un personaggio dalla faccia rubizza vestito da festa, che porta in spalla la craizera, il vecchio basto dei venditori ambulanti della valle, sormontato da una volpe impagliata. Si tratta del Gudaz(il padrino di battesimo), che ha il compio di raccogliere le uova della questua. A partire dalle prime ore del mattino incomincia la discesa a valle che durerà fino a sera, con la vecchia che insegue il vecchio, correndo da un maso all’altro. In ogni abitato il terzetto di ferma e porge gli auguri agli abitanti, raccogliendo le uova della questua. Man mano che la discesa procede, si aggiungono bambini mascherati, musicisti, e un pubblico sempre più fitto che viene “unto” di nerofumo dal bastone del Betscio. Diverse le scenette, con il vecchio che muore e resuscita e soprattutto con la lettura del testamento ai giovani coscritti della valle. Per questi ultimi, il giorno del carnevale raporesenta il debutto in società, con la consegna delle responsabilità dell’età matura e la conseguente possibilità di indossare il Kronz, l’ambizioso cappello adorno di lustrini e chincaglierie colorate. Si tratta di un vero e proprio rito dalle origini antichissime che vede il passaggio delle consegne tra generazioni, con i vecchi che indicano la strada ai giovani. Il giro dei masi si conclude al tramonto, con il vecchio che si toglie la gobba di paglia e la brucia, prima di ballare con la vecchia l’ultimo valzer. Sullo sfondo, intanto, arde un grande fuoco , che porta via tutte le paure dell’inverno.

Il Carnevale della Valfloriana, con Matoci, Arlechini e Paiaci. In Valfloriana, una laterale della Valle di Cembra ai confini con la Valle di Fiemme, il carnevale vede protagoniste due categorie principali di maschere: i Matoci (etimologicamente legati al concetto di pazzia, intesa come sinonimo di libertà) e gli Arlechini (figure leggiadre e divertite). I Matoci portano la caratteristica maschera intagliata nel legno di pino cembro (le facere) che nasconde la loro identità e consente, complice la voce in falsetto, di sputare sentenze sulla politica e sugli amministratori dei paesi, in vivaci confronti verbali (i contrast). Nel loro peregrinare di una giornata da un paesetto all’altro, i Matoci sono seguiti dagli eleganti Arlechini, col il vestito bianco e i lunghi cappelli a cono ricoperti da nastri, fiocchi e coccarde colorate. Accompagnatato da qualche fisarmonica, il gruppo delle maschere danza per tutta la giornata, facendo roteare tra le mani un fazzoletto multicolore e diffondendo un’allegria che fa da contraltare alle figure enigmatiche e inquietanti dai Matoci. Insieme a Matoci e Arlechini, scende a valle anche il corteo degli sposi (lui vestito da sposa, lei, la “bela”, da sposo), seguiti dai Paiaci, scanzonati e burleschi, che interpretano sarcastiche pantomime mute, ispirate alle vicissitudini più chiacchierate dell’ultimo anno. Così i contrast dei Matoci e le parodie dell’attualità politica dei Paiaci, apprezzati da un folto pubblico di turisti e di residenti, permettono di criticare il governo locale senza che ripicche personali che penalizzino un portavoce piuttosto che un altro. La giornata si conclude in una grande festa paesana.

Il Pino di Grauno. Nell’alta Valle di Cembra, nel paesetto di Grauno, il carnevale coinvolge un’intera comunità nell’antica tradizione propiziatoria del pino, le cui origini si fanno risalire ai riti pagani dei Reti. I preparativi del carnevale cembrano iniziano nella notte dell’Epifania, quando i “coscritti” – nuovi maggiorenni –  si recano nel bosco e tagliano delle giovani piante di pino con le quali decorano tutte le fontane del paese. Si continua nei giorni precedenti il martedì grasso, con una “spedizione” nel bosco alla ricerca del pino più grande e bello, che viene abbattuto, privato dei rami e trascinato fino al paese. Il martedì grasso l’albero viene portato nella piazza principale, dove viene inscenata una piccola commedia, a cui segue il “battesimo” del pino, asperso con un rametto intinto nel vino, da parte dell’ultimo sposo dell’anno. I compaesani trascinano poi il grande albero fuori dal paese con l’aiuto di alcune funi e lo issano nella “bùsa del carnevàl”, dove verrà piano piano addobbato di paglia e legna in modo che la sera sia pronto per il grande falò.  All’imbrunire, al rintocco dell’Ave Maria, l’ultimo sposo dell’anno gli dà fuoco, e la serata continua con musica e balli, mentre gli anziani traggono pronostici sull’annata osservando la direzione delle scintille. Nel rito del pino svolgono un ruolo primario proprio i giovani “coscritti” che assumono le responsabilità dell’età matura, nel passaggio simbolico delle consegna delle vecchie generazioni alle presenti. Il falò si consuma nella notte tra baldoria e canti.

* Daniele Lira è un noto fotografo professionista che frequenta la montagna da sempre. In passato ottimo alpinista e buon arrampicatore, nutre una passione profonda per la fotografia, in tutte le sue possibili declinazioni. Ultimamente sta conducendo una ricerca fotografica sulla cultura popolare trentina.

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