Ahmed è passato di qui

di Renato Scagliola – Bellissime e misteriose le incisioni rupestri, affascinanti. Ce ne sono a migliaia in tutto il mondo. In Italia le più note sono in Val Camonica, la valle dei Camuni in Lombardia, (tutelata dall’Unesco), lunga 90 chilometri, dove ne sono state censite 140 mila. Nella Valle delle Meraviglie nelle Alpi Marittime, diventata francese dopo la guerra, sono 35 mila malcontate. Ma un po’ dappertutto, nelle montagne, ci sono incisioni più o meno intelligibili.

Impossibile spiegare con certezza il significati di tanti segni, anche se le ipotesi sono tante e tutte con qualche fondamento. Spiegare le figure antropomorfe, le armi, utensili, le bestie, è facile e intuitivo. Meno, immaginare il senso per esempio delle serie di coppelle che si trovano non solo sulle Alpi, ma in qualche sito sahariano. Gli archeologici ne hanno immaginate di tutti i colori: canalette scolasangue per sacrifici religiosi, mappe stellari, o ancora indicazioni topografiche per viandanti sperduti.

Ma se gli ignoti scalpellini dell’età della pietra, del ferro, del bronzo, dell’età romana, fossero stati solo pastori di greggi che facevano passare il tempo picchiettando sulla roccia, invece che far la punta a un bastone con una scheggia di ossidiana? Se il nomade o stanziale, annoiato delle sue capre, tediato da menate tribali (c’erano anche a quei tempi), avesse scalpellato segni semplici solo per noia, in giornate uggiose, o perché di cattivo umore, senza pensare ai rompicapo procurati ai posteri?

Viene in mente la vecchia ballata di Ernesto Ragazzoni (1870-1920), col ritornello “…e io fo buchi nel sabbia. Ma non ci sono solo coppelle, i disegni sono uguali sotto tante latitudini: graticci, serpentiformi o spirali. Il sole, forme stellate, reticoli informi, quasi piante di villaggi, o anche semplici linee cigliate. E se Fontana non avesse inventato niente di nuovo con i suoi tagli nella tela?

Graffiti ce n’è sui graniti sulle rive dell’Orinoco, terra di Yanomami in Venezuela. Incisi sulle arenarie in Sahara, insieme alle vive rappresentazioni di leoni, elefanti e giraffe. Sempre messaggi oscuri, tentativi di dar forma a un pensiero prima della creazione di un alfabeto? Ma i petroglifi possono anche far sbandare il viandante curioso. In Algeria, in pieno deserto, su un solitario masso, vicino a un primitivo ricovero in pietra, è incisa una donna nuda. La guida spiega poi che si trattava di un vecchio avamposto della legione, i soldati si annoiavano, pensavano solo a quello……

Altrove, segni inequivocabili di una scrittura in arabo, tradotti dicono “Ahmed è passato di qui”. Morale: è possibile che i nostri antenati abbiano avuto il bisogno di lasciare un segno del loro passaggio sulla terra. Senza immaginare che millenni dopo i discendenti avrebbero potuto scervellarsi per interpretare chissà quale comunicazione.

Quindi semplificando, in tanti hanno (abbiamo) bisogno di lasciare un segno del passaggio sulla terra, visto che si tratta di un lampo, che sembra lungo, ma è un niente alla fine, e quindi che rimanga almeno qualcosa.

E qui arriviamo ai giorni nostri, non a graffiti rupestri, ma sbocchi di vernice, pitture e scarabocchi metropolitani, opera di grafomani con la sindrome di Ahmed. Li vediamo tutti i giorni, purtroppo, dappertutto. Autori, ignoti decoratori geneticamente modificati e malaticci, anarco-verniciatori che vogliono passare alla storia, lasciando un segno, ma indietro di cottura se parliamo di estetica, poiché la grafica arriva indigerita dagli Usa, già vecchia di 40 anni. Gregari acritici e acrilici di quell’hip-hop che sembra l’incitamento del carrettiere.

Altri, la maggioranza, sgorbiano l’alfabeto – ahi, Bodoni! – con messaggi criptici forse comprensibili solo agli addetti alle boiate murali, pensando forse di essere un’avanguardia, ignorando di dar profitto solo a produttori di bombolette e imprese di pulizia. Un po’ come i bambini che dicono cacca a a tavola per fa dispetto a papà e mamma. E facendo indispettire, anzi incazzare, chi si ritrova le stesse figurazioni tutte uguali, becere e stereotipe in Europa, in Brasile, nel Borneo, e sottocasa. E’ anche una questione come quella della biodiversità: ma dobbiamo vedere istoriato tutto il mappamondo con la stessa iconografia deforme, street art (art?) focomelica che sa di muffa? E negare altre culture diverse, e digerire solo quelle del Bronx?

Scrivere sui muri non è una novità, in altri tempi si poteva leggere con la calce o col catrame Viva il Toro, Viva la figa, W Stalin. Roba normale, fatta in casa. E uno poteva capire. Oggi no, sovente è il nulla che insulta un muro, un monumento, un treno. E la pandemia non si ferma, i giovani infetti sono compulsivi, superattivi, analfabeti di andata e ritorno, pregiudicati di una spray connection. Sarà una mancanza d’affetto, un’infanzia infelice, le adenoidi, l’alluce valgo. O è colpa del buco dell’ozono? Chissà.

Viene voglia, potendo sorprendere un pittore sul fatto, di dipingerlo di blu dalla testa ai piedi, con la sua maledetta bomboletta, e come immaginava Modugno, farlo volare, volare nel cielo infinito, più in alto del sole ed ancora più su, nel blu dipinto di blu, e non vederlo mai più.

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