Quale fuoripista?

di Carlo Crovella – L’abbondante innevamento di questo inverno ha comportato una serie di incidenti da valanga, spingendo tra l’altro  non pochi sindaci della Val di Susa ad emettere ordinanze di divieto delle attività sportive al di fuori delle piste battute. Anche se gli incidenti balzati alla cronaca hanno riguardato fondamentalmente sciatori che, saliti con impianti, stavano percorrendo discese fuoripista, non pochi scialpinisti si sono trovati la strada sbarrata da guardie forestali che, ordinanze alla mano, li hanno rispediti indietro senza discussioni.

Dalla Punta Leissé, uno sguardo verso il gruppo dell’Emilius (foto C. Crovella).
Dalla Punta Leissé, uno sguardo verso il gruppo dell’Emilius (foto C. Crovella).

Queste attività sono tutte ugualmente pericolose? Espongono i praticanti allo stesso livello di pericolo, soprattutto in termini di “rischio valanghe”?

Ovviamente no, un po’ per motivi oggettivi (un canale ripido è più pericoloso di un moderato pendio), ma soprattutto per questioni “soggettive”, collegate alla preparazione e all’esperienza dei singoli praticanti.

E su questo punto che devono concentrarsi le riflessioni. Soggetti più preparati possono essere esposti a rischio più contenuto (rispetto ad individui non adeguatamente preparati) anche se praticano attività oggettivamente più rischiose di quelle in cui sono contemporaneamente impegnati i neofiti. In altri termini: un ripidista esperto, pur impegnato in un canale molto inclinato, può “rischiare” meno di un neofita che taglia male il pendio in una gita scialpinistica “classica”.

Il fenomeno è indubbiamente accentuato dall’accelerazione tecnologica dei materiali, accelerazione che ha notevolmente abbassato le “barriere d’entrata” alla frequentazione (specie invernale) della montagna. Lo scialpinismo classico è, oggi, un’attività di immediato accesso, il che è chiaramente un “bene” sotto il profilo dei valori umani, ma induce a qualche ulteriore riflessione.

Oggi è molto diffusa l’iniziazione tramite amici, che spesso a loro volta sono autodidatti, cioè hanno iniziato per tradizione familiare o in compagnia di ulteriori amici, ma senza frequentare adeguati corsi di preparazione didattica. Se da un lato questo tipo di iniziazione sottolinea la maggior genuinità dell’esperienza individuale, dall’altro la mancanza di una preparazione sistematica ed esaustiva (specie sul “terribile triangolo”: nivologia-valangologia-autosoccorso) inensca comportamenti sul terreno caratterizzati da connotati “naif”, il che aumenta l’esposizione ai rischi.

La domanda cruciale è allora la seguente: come mai il Cai, principale istituzione deputata all’attività didattica, non intercetta la totalità dei soggetti che abbracciano ex novo le attività tipiche della montagna innevata (scialpinismo-ciaspole-freeride, etc)?

Non è facile giungere a una risposta sintetica. Il tema di fondo è che spesso chi si avvicina alla montagna innevata è in cerca di un senso di libertà che, sovente, viene visto come potenzialmente soffocato dalla macchina organizzativa dei corsi didattici. Infatti una cosa è l’escursione in libertà con gli amici del cuore, magari combinata all’ultimo momento, un’altra cosa è iscriversi a una scuola, partecipare alle singole uscite, presenziare alle lezioni teoriche, effettuare le esercitazioni sul campo e magari sottostare anche a (piccoli) test valutativi… Al di là dei risvolti sociali che qualsiasi gruppo offre (magari inaspettatamente), tutti questi impegni costituisono dei prezzi che trovano la loro giustificazione nella prepazione finale che l’individuo incamera anche per la sua attività privata.

Certo è che la macchina organizzativa del mondo didattico non fa molto per alleggerire il suo peso, anzi spesso dà l’impressione di indirizzarsi proprio all’opposto: burocrazia massacrante, nozionismo maniacale, “senso di inquadramento forzato” sono alcuni degli elementi che possono entrare in conflitto con l’esigenza di libertà e, magari, non incentivano all’iscrizione.

Più che le ordinanze delle autorità pubbliche, la principale necessità si incentra quindi sullo snellimento delle esperienze didattiche rivolte ai neofiti: in tal modo i nuovi adepti possono acquisire le nozioni di sicurezza, senza perdere il loro genuino spirito di avventura.

 

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