Un italiano sul Monviso

Bartolomeo Peyrot, ormai anziano, in una foto conservata presso la sede del Cai Uget Val Pellice.

Centocinquant’anni fa, il 4 luglio 1862, sulla vetta del Monviso, oltre al britannico Francis Fox Tuckett, allo chamoniard Michel Croz e allo svizzero Peter Peren di Zermatt, c’era anche un italiano. Si chiamava Bartolomeo Peyrot (e non Peyrotte, come dicono i manuali di storia dell’alpinismo), possedeva un libretto di guida alpina e viveva a Bobbio Pellice, dove era nato nel novembre 1836. Ma perché Tuckett era partito dalla Val Pellice per scalare il Viso, e cosa ci faceva una guida alpina a Bobbio? La prima domanda si spiega col fatto che i protestanti d’oltremanica avevano da tempo una consuetudine con le Valli Valdesi. Le frequentavano e ne percorrevano strade e sentieri convinti di ritrovare lo spirito del cristianesimo delle origini. A Torre Pellice, inoltre, gli anglicani godevano di ottime credenziali: a partire dagli anni ’30 dell’800, la costruzione del “quartiere valdese” della cittadina (con il Collegio e le case dei professori, il Tempio e la Casa pastorale) deve moltissimo all’interessamento e al contributo economico del reverendo Stephen Gilly e del colonnello Charles Beckwith. In quei luoghi, viaggiatori e turisti inglesi si sentivano dunque “a casa”, e probabilmente consideravano le Valli Valdesi come una specie di testa di ponte per le puntate alpinistiche sulle cime circostanti. Non deve quindi stupire il fatto che in Val Pellice ci fosse qualcuno riconosciuto come “guida alpina”. Ma Bartolomeo Peyrot non era l’unico che avesse le carte in regola per esercitare il “mestiere”: nella sua Guida delle Alpi Cozie, Distretto del Viso – Distretto Valdese (Tipografia Chiantore & Boarelli, Pinerolo 1879), John Ball raccomanda agli alpinisti anche un altro professionista di Bobbio Pellice, Jacques Raymond. Una recente mostra, allestita dal Cai-Uget Val Pellice alla Dogana Reale di Bobbio e aperta ai visitatori fino al 15 luglio, fa luce sulla figura di Bartolomeo Peyrot (Barhélemy nei documenti d’archivio). I curatori dell’iniziativa hanno pazientemente ricostruito la linea famigliare e, parzialmente, anche la vita del valligiano assoldato per la scalata del 1862, che Tuckett descrisse come «un buon diavolo, piccolo ma di buona volontà». Una serie di pannelli spiega che Bartolomeo prese parte alle guerre d’Indipendenza e che fu ingaggiato anche da altri alpinisti. Fonti storiche riportano un suo tentativo di salita al Monviso nell’agosto del 1863, che però non andò a buon fine. La guida si sposò nel 1871, nel tempio valdese di Bobbio Pellice, con Constance Bonjour, ed ebbe un figlio e una figlia. Morì all’età di 84 anni, il 17 novembre 1920, nella borgata Giaime di Luserna San Giovanni. Dai registri risulta che, al momento della scomparsa Bartolomeo Peyrot fosse vedovo e che avesse sempre esercitato il mestiere di operaio. Assoldato per portare su e giù dalla montagna l’intero bagaglio di Tuckett (il teodolite, i termometri, il sacco-letto, e le provviste comuni per due giorni) con una diaria giornaliera di 2 franchi e 45 centesimi, Peyrot affrontò probabilmente un’impresa al limite delle sue forze.

Francis Fox Tuckett

Tuckett, che era un borghese facoltoso, figlio di una famiglia benestante di Bristol, aveva seguito studi mercantili e poteva permettersi una vita di viaggi e scalate (dal 1866 al 1868 sarà presidente dell’Alpine Club e per molti anni fu socio della Royal Geographical Society), provò qualche attimo di sgomento vedendo la guida di Bobbio avventarsi sul cibo della spedizione. «Si palesò un divoratore prodigioso» scrisse nel racconto della scalata pubblicato sulla “Gazzetta di Torino” del 18 marzo 1863. E aggiunse: «Io penso che in questo incontro egli volle altrettanto indennizzarsi delle passate privazioni, quanto provvedersi contro le incertezze dell’indomani». Ma anche nelle ore del bivacco trascorso sulla vetta del Monviso, nella notte tra il 4 e il 5 luglio, ebbe qualcosa da ridire sulle lamentele di Bartolomeo. Ad ogni buon conto occorre ricordare che lo scalatore di Bristol utilizzava un sacco-letto sperimentale in spessa stoffa gallese artigianale, rivestito sul lato esterno posteriore di tessuto macintosh e corredato con tanto di cappuccio. Perren e Croz, dal conto loro, erano ben equipaggiati. Solo il povero Peyrot era davvero poco attrezzato per la notte e, una volta infilati piedi e gambe dentro lo zaino in cui aveva portato in vetta al Monviso tutto l’armamentario del britannico, poté far conto su una sola coperta, oltretutto da condividere con le altre guide. In ogni caso, pur ammettendo che i compagni si trovassero in una condizione più miserabile della sua, quanto a protezione contro le intemperie (sul Viso quella notte nevicava, tirava vento e la temperatura si era abbassata a –2.5°C), Tuckett racconta di aver cercato di alleviare le pene di Peyrot parlandogli «dell’onore di essere il primo dei sudditi del re d’Italia ad aver raggiunto la vetta del Monviso e, per di più, ad aver passato lassù una notte. Una notte di cui gli sarebbe durata la memoria per tutta la vita, e che lo avrebbe reso famoso di fronte a generazioni di “Bobbioites” non ancora nati». Ma lui, Bartolomeo, secondo lo scalatore inglese «avrebbe rinunciato alle più brillanti prospettive future, se solo fosse riuscito a sfuggire al presente». La storia dell’alpinismo ha sempre insistito sull’incapacità professionale di Bartolomeo Peyrot. Noi siamo però convinti che il giudizio sia almeno in parte sbilanciato. Che il primo italiano sul Monviso (va ricordato che fino a due anni prima, quando la Savoia apparteneva ancora al Regno di Sardegna, anche Croz era un suddito di Vittorio Emanuele II) non fosse all’altezza dei grandi professionisti di Chamonix e Zermatt, è evidente. Ma è anche vero che l’enfasi della scalata della comitiva italiana guidata da Quintino Sella nel 1863 potrebbe aver contribuito a sminuire la figura del montanaro della Val pellice. Ad ogni buon conto, sul libretto da guida di Peyrot, al momento di congedarsi dal valligiano piemontese Tuckett scrisse di suo  pugno: «Je certifie que Bartolomeo Peyrotte m’a accompagné de Bobbio à cet endroit par Pra, le Col de Seylières, le Col de Vallanta, Ponte Castello Chianale, et le Col de l’Agnello, et je suis très content de lui. Des chalets entre le Col de Vallanta et Ponte Castello nous sommes montés avec le guide Michel Croz de Chamonix et Pierre Perren de Zermatt à la dernière cime  du Monviso, sur laquelle nous avons passé la nuit du 4 juillet 1862. Je trouve qu’il faut remarquer que B. Peyrotte est le premier piémontais qui a mis pied sur cette montagne». Solo bontà d’animo? Per ricordare l’evento del 1862, da mercoledì 25 a venerdì 27 luglio, il Cai Uget Valpellice ha indetto una gita sociale diretta alla vetta del Monviso, con partecipanti in costume d’epoca. Il percorso della comitiva seguirà fedelmente il tragitto della spedizione Tuckett.

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