Il mito di Enzo Cozzolino

di Roberto Mantovani – Mai sentito parlare di Enzo Cozzolino, detto “Grongo”, classe 1949, fortissimo arrampicatore triestino?  Morto quarant’anni fa (giugno 1972)  durante una solitaria sulla Giordani-Friedrichsen alla Torre di Babele (in Civetta), una via molto al di sotto delle sue possibilità, Cozzolino è stato il fondamentale anello di congiunzione tra l’arrampicata libera tradizionale e il ritorno in auge di quest’ultima negli anni ’70 del secolo scorso. Enzo ricorreva ad allenamenti sistematici, arrampicava in scarpe da ginnastica, usava la magnesite, limitava al massimo l’impiego dei chiodi (normali) tra le soste, riusciva a controllare ansia, stress e paura, e aborriva il chiodo a espansione che aveva accompagnato la lunga stagione dell’artificiale negli anni ’60. Figurarsi se pensava a rientrare per ultimare la salita il giorno dopo, o a calarsi dall’alto, come si fa oggi, per attrezzare preventivamente una via…

«Non ho mai visto nessuno forte come lui», ha scritto Reinhold Messner a proposito del Grongo. E ha aggiunto: «Sono rimasto stupefatto nel vedere lo stile di Cozzolino, come sale leggero, sicuro, su pur minimi appigli. Dove altri hanno tentato con chiodi ad espansione, lui è passato in libera».

A 17 anni, il Grongo aveva già salito la via più difficile della Val Rosandra ed era considerato uno  dei nomi di punta della XXX Ottobre di Trieste. Due anni dopo, era arrivata la sua prima via nuova, alla Giralba Alta, in Cadore, assieme alla ripetizione in solitaria di decine di itinerari – tra i più duri dell’epoca – in Dolomiti. Nel giro di sei anni, Cozzolino era poi riuscito a fare di tutto: prime invernali, prime solitarie, vie nuove. Conosceva perfettamente i propri mezzi, il proprio fisico e le proprie possibilità. Stava due passi davanti agli altri, si muoveva già sul settimo grado, anche se la scala delle difficoltà non ammetteva ancora quel grado.

«Il primo impulso davanti a un tratto di roccia apparentemente insuperabile in arrampicata libera» scriveva Enzo, «è quello di chiodare, e talvolta questa sensazione può essere talmente forte da nascondere agli occhi dell’alpinista la realtà di una situazione che potrebbe essere affrontata in modo meno drastico. Con il cedere a questo impulso cade anche – almeno per quanto mi riguarda – uno degli elementi essenziali che costituiscono il pilastro, il vero fascino dell’arrampicata: l’enigma del passaggio e la sua eventuale soluzione in base ad un ragionamento e a un’intuizione (…). Ho pensato e penso tuttora che l’essenziale non sia esclusivamente il raggiungimento della vetta, quanto il modo con cui la si raggiunge».

Erano gli stessi anni in cui Reinhold Messner, sulla “Rivista Mensile” del Cai, tuonava contro l’“assassinio dell’impossibile” e contro le chiodature a pressione delle vie.

Tra le vie più belle e più famose di Cozzolino, ne citiamo alccune, le più note: il Diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza (1970, assieme ad Armando Bernardini, 800 m), la parete ovest dello Spiz d’Agner (1970, con Luciano Corsi, 700 m), e poi la via dei Fachiri sulla parete sud della Cima Scotoni (14-15 gennaio 1972, con Flavio Ghio, 600 m, 12 chiodi di assicurazione, un’arrampicata libera tirata all’estremo e condotta… con scarpe da pallacanestro).

Su un vecchio numero della “Rivista della Montagna”, Tiziana Weiss, la ragazza di Cozzolino, scriveva: «Pochi, credo, fra quelli che in questi anni hanno frequentato la Valle (Rosandra, n.d.r.), dimenticheranno la tecnica e la leggerezza con le quali Enzo si spostava sicuro da un appiglio (ma c’erano?) all’altro, saltando i chiodi sulla placca marmorea dei Falchi di Spiro, forse la più impressionante delle sue solitarie in Valle». Era il 1977, e di lì a un anno anche Tiziana se ne sarebbe andata a causa un incidente alpinistico (durante una calata a corda doppia) nelle Pale di San Martino.

Per rinverdire la figura di Enzo Cozzolino, caduta ingiustamente nell’oblio, sta per arrivare sugli schermi il film Fachiri, echi verticali, che il regista triestino Giorgio Gregorio ha appena realizzato, con la collaborazione a Flavio Ghio, compagno di scalata del Grongo nella via sulla Scotoni. La prima assoluta del lungometraggio si terrà il 29 maggio alle 20 al cinema Ariston di Trieste (ma contiamo di parlare ai nostri lettori del film prima di quella data).

Infine, sabato 16 e domenica 17 giugno, Cozzolino sarà ricordato anche al rifugio Vazzoler in Civetta. Nell’occasione verrà proiettato il documentario di Giorgio Gregorio.

 

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