Venezia in chiaroscuro

Un’edizione della Mostra del cinema divisa in due tempi, la 75esima, come una volta i film nelle sale: una prima parte in crescendo con una buona dose di film di alta qualità, tanto da autorizzare un pronostico di successo, e una seconda in diminuendo, salvo qualche rara eccezione. E un verdetto della giuria, presieduta dal messicano Guillermo del Toro, vincitore l’anno scorso del Leone d’oro con La forma dell’acqua, in gran parte condivisibile, compresa la totale assenza dalla lista dei premiati dei tre film italiani in concorso, dopo quella americana la presenza nazionale più folta. Il cinema tricolore deve accontentarsi di due premi molto collaterali, decretati da giurie diverse da quella che assegna i leoni, poco più che semplici segnalazioni per le musiche di Capri-revolution, di Mario Martone, e di Suspiria, di Luca Guadagnino. Completamente fuori dai radar il terzo concorrente, Roberto Minervini con Che fare quando il mondo è in fiamme.

Il leone d’oro a Roma del messicano Alfonso Cuaron è un’ottima scelta, uno dei migliori della rassegna. Verdetto condiviso anche dal pubblico e dalla critica, con una rara unanimità che ha visto il consenso della giuria intera. Il regista già autore dell’oscar Gravity, succeso mondiale, e di un pregevole capitolo di Harry Potter, ovvero Harry Potter e il prigioniero di Askaban, ha fatto il film più personale, nettamente autobiografico, della carriera; molti, si parva licet, hanno evocato Amarcord di Fellini, ma forse non era il caso, tanto lontani sono i due film sul piano poetico e stilistico. Roma è un ritratto dolente, nostalgico e a tratti malinconico della sua famiglia, nel quartiere elegante di Città del Messico chiamato appunto Roma, l’unione dei genitori che non funziona, il padre assente anche nelle rare volte in cui c’è, e soprattutto la figura della tata, donna messicana indigena che ha subito l’egoismo del suo primo e unico fidanzato dal quale giovanissima ha avuto un figlio, figura ricca di umanità e legata alla famiglia di Cuaron con una dedizione che raggiunge l’atto di eroismo. E sulla sfondo, le tensioni sociali nel Messico dei primissimi anni ’70, con i moti studenteschi repressi nel sangue. Un film girato in rigoroso bianco e nero che richiama il valore dei legami familiari e della forza del sentimento di chi si dona agli altri senza nulla chiedere in cambio, valori estremamente “laici” nell’opera Cuaron, al di là delle militanze politico-sociali e di implicazioni religiose. Un messaggio, forse, da Venezia in questo tempo che li ha un po’ dispersi.
Ma dalla Mostra del cinema con questo premio arriva anche un segnale di importanza estrema: lo sdoganamento definitivo di Netflix, la società che produce film esclusivamente per la Tv e tutti gli altri marchingegni pseudotelevisivi, telefonini compresi. Se qualche film uscirà per un tempo brevissimo nelle sale, in attesa di una regolazione mondiale o almeno europea, sarà per “gentile concessione” di Netflix. E nel programma c’erano ben 5 film di questa specie: una scelta del direttore Alberto Barbera che già di per se costituiva un via libera all’azienda telecinematografica. E pensare che l’ultimo festival di Cannes aveva bandito i film Netflix dal concorso, ponendo come condizione che le pellicole uscissero anche nelle sale. Ma il risultato era stato che la società, sdegnata, aveva ritirato tutti i suoi film dalla Croisette. Ora qualche film “scartato” dai francesi è stato accolto a braccia aperte a Venezia. Nella scelta di Cannes c’era anche qualche altro motivo, un interesse nazionale, ma la decisione aveva una sua dignità, al di là di possibili altre motivazioni: la difesa di quel che resta del cinema nelle sale, senza scomodare le teoriche del cinema e le implicazioni sociologiche che questo discorso comporta, luogo deputato e irripetibile, e di rispetto per chi un film preferisce vederlo “anche” in una sala.
Ma è successo tutto il contrario: dal fior fiore di cinefili, compreso indirettamente anche il direttore Barbera, è stata tutta una levata di scudi nei confronti di Cannes – posizione antistorica, fuori dalla nuova realtà che viviamo, è stato detto – e di approvazione della scelta di Venezia. Dunque, d’ora in poi il cinema è meglio vederlo in televisione o meglio ancora sul telefonino, senza uscire di casa, tra una telefonata, due chiacchiere in famiglia e una birra. E quel movimento della macchina da presa che avvolge i personaggi, quel primo piano che sullo sfondo nasconde un dettaglio decisivo, quelle figure disposte sulle schermo come fosse un Caravaggio, e che sarà mai! Magari più avanti si dirà che tutto questo piace, che gli abbonamenti al cinema in Tv crescono vertiginosamente, e dunque dov’è il problema? Così va il mondo.
Divagazioni, chissà quanto legittime, a parte, i giurati hanno fatto un’ottima scelta anche con il secondo premio, il Gran premio speciale della giuria, andato al film inglese La favorita, firmato dal greco Yorgos Lantimov, qui visti i suoi precedenti, un cinema inquietante ispirato a miti classici, alle trame più oscure dell’animo umano, ad apocalittiche derive sociali, in una sorta di felice parentesi stilistico-tematica. Un film sul Potere, protagoniste due donne, cortigiane della Regia Anna d’Inghilterra, inizio ‘700, che se lo contendono con una determinazione che non esclude nessun colpo, ferocemente. Si direbbe, come e più di due uomini! Ispirati da Machiavelli. E al centro la Regina, priva di qualsivoglia capacità di regnare, afflitta dalla gotta, sessualmente vorace, inetta. Perché a governare ci pensano le cortigiane, alternativamente una delle due, nel duello che le impegna per tutto il film. Sotto un certo punto di vista, e anche per amor di paradosso, un film ad alto tasso femminista! E aderendo agli intenti dichiarati dal regista, anche un film che, pur ispirato da vicende di trecento anni orsono, di profonda attualità: il Potere a tutti i costi, anche ricorrendo alle più proibite bassezze. A  La favorita è andato anche un meritatissimo premio per la migliore attrice, la regina Olivia Colman, stretta tra due bravissime attrici, Emma Stone e Rache Weisz. ma a questo punto la giuria con uno strappo alla regola poteva dare un premio ex aequo alle tre interpreti. Del resto uno strappo per questo film è stato fatto: per attribuire due premi principali allo stesso film è necessario il consenso del direttore della Mostra. E Barbera senza colpo ferire lo ha dato. Ma già che c’era poteva autorizzare anche un tris. Oppure, si poteva segnalare qualche altro film meritevole, evitando due premi allo stesso film.
Il western americano del francese Jacques Audiard The Sisters Brothers si è aggiudicato il Leone d’argento per la migliore regia. Si può sottoscrivere perché la giuria premia un western, già di per sé un genere che, a torto, non riscuote i favori dei festival. Ma in questo caso si tratta di un western per certi versi anomalo, filtrato da un gusto europeo del quale è portatore il regista, autore di film notevoli come Il Profeta, Deepan, premiato a Cannes, Un sapore di ruggine e ossa, e altri. Audiard ha conferito alla storia e ai suoi personaggi un’aura crepuscolare, malinconica, sotto la loro pelle ruvida dei killer senza pietà c’è una fragilità che li rende molto diversi dallo stereotipo del Far west che conosciamo.
Così come lascia soddisfatti il premio per la sceneggiatura all’altro western in concorso, The Ballad of Buster Scruggs, dei fratelli Coen. Sei episodi indipendenti l’uno dall’altro in cui i due registi rendono omaggio a questo genere, cogliendone gli aspetti più poetici, con una mano di affettuosa ironia. E l’omaggio in particolare è per Sergio Leone, al quale si ispirano i due fratelli registi.
Il migliore attore per la giuria è certamente uno dei migliori messi in campo dalla Mostra, Willem Dafoe, che porta su di sé per l’intero film, At eternity’s gate, dell’americano Julian Schnabel, il peso di una figura complessa come quella di Vincent val Gogh, che da ora nell’immaginario collettivo avrà anche il volto scavato dell’attore. Nel film, il gesto creativo febbrile, irrequieto e irripetibile dell’artista reso magistralmente da Dafoe.
Meno giustificati sembrano i due riconoscimenti, premio Mastroianni per l’attore aborigeno australiano Baykal Gananbarr, e premio della Giuria alla regista australiana Jennifer Kent, attribuiti al suo film Nigthingale. Un bel soggetto, la vendetta di una donna barbaramente violentata da un gruppo di militari inglesi durante il periodo coloniale, purtroppo svolto senza troppo badare all’asciuttezza dell’esposizione.
Nessuna  menzione per il cinema italiano, è evidente che nessuno dei tre film di Martone, Guadagnino e Minervini è piaciuto alla giuria. Preceduti da intenti ed enunciazioni che non hanno avuto conferma nelle immagini, Il primo  troppo calligrafico e un po’ velleitario, il secondo molto al di sotto del film di Dario Argento del quale è un rifacimento, il terzo un discorso sul razzismo che finisce per non incidere. A partire da questo risultato negativo, il cinema italiano deve forse un po’ ripensarsi, con umiltà e serietà.
Nino Battaglia